Anno XI, 24 | 11 | 2017
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Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Anna DI MAURO - Gli afrori bestiali di "Riccardo III" al Teatro del Canovaccio di Catania PDF Stampa E-mail
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Venerdì 24 Novembre 2017 11:49

Il mestiere del critico

 


Dov'è la coscienza?

Afrori bestiali di un “Riccardo III” in tacchi a spillo e cellulari.


°°°°

Sette giovani uomini e donne, inarrestabili, carnali e metaforici, in una congerie artata di abiti discinti, talari, di varie fogge ed epoche, vagamente evocative dell'Inghilterra degli York, feroce e lontana, ma non troppo, tra musiche hollywoodiane, francesi, squarci comico-grotteschi intrecciati a esplorazioni dove il dramma si rivela improvviso e quasi inaspettato, nel linguaggio splendidamente ridondante del drammaturgo inglese, si dipana la trucida vicenda della sanguinolenta successione al trono di “Riccardo III”di William Shakespeare, al Teatro del Canovaccio di Catania, con l'adattamento e regia di N. Alberto Orofino

Lo storpio, crudele pretendente al trono tra fratricidi, infanticidii, assassinii senza distinzione di sesso, età, condizione sociale, coscienza (la cercheranno al buio due anime nere, inutilmente) annaspa in scena zoppicante, spargendo miasmi immondi e fetore corrotto.

E' questa l'angolazione da cui sporge lo sguardo il regista: La Bestia al centro della storia, delle storie di tutti, della coscienza civile rimossa.

La formula straniante tesa sul filo di un taglio tragico-grottesco, quindi ancor più graffiante, è la cifra stilistica di questo provocante “Riccardo III” di Orofino. Il carosello infernale viene condotto con mano apparentemente leggera, in un susseguirsi di quadri e scene dove la miseria morale e la disperazione strisciano sul rasoio del ridicolo, trascinandoci verso l'abisso degli orrori senza quasi che si avverta la mostruosità sanguinaria del laido protagonista (un Riccardo repellente del convincente Daniele Bruno) se non fosse per quell'odore animale che emana dalla sua presenza inquietante.

L'esuberanza stilistica si snoda tra Eros e Thanatos, senza mezze misure, come i luridi pensieri di Riccardo, scelto per incarnare la sporca cupidigia senza freni inibitori di tutti noi, immolandosi per tutti su questo nero altare, sino al punto da sfiorare l'incredibile, che però è sotto i nostri occhi. La Bestia ci cattura, ci coinvolge duramente, ci inonda e sommerge, lasciandoci vivi, doloranti e sollevati. L'indagine del Male in Shakespeare è notoriamente condotta oltre i limiti. Questo varco scavato senza riserve nella mente umana conduce vittime e carnefici sullo stesso piano. E' questo demone che rende eterne le opere shakesperiane e lascia intatta la voglia di cimentarsi con lui.

L'efferatezza della vicenda rivive in una scenografia scarna di sedie rosse polivalenti, culminante nella suggestiva panoplia pittorica dei ritratti di tutti i morti (ritratti dei veri protagonisti delle turpi, regali vicende) appesi in salmodia cimiteriale, sullo sfondo di un febbrile monologo dell'autore di tanta strage, in preda alla inevitabile disperazione di chi ha bevuto l'acqua dell'Inferno.

La terza tragedia dopo “Giulio Cesare” e “Misura per misura” per il giovane regista, attratto dall'unità del tema nella diversità della narrazione, stante alle sue note di regia dal chiaro titolo: Odore di bestia.

L'orrore della fiera attrae perché lo celiamo dentro di noi. Questa affascinante identificazione ci consente di far vivere il peggio della nostra natura ferina, ma senza conseguenze. I Greci la chiamavano catarsi. I tragediografi greci sono poeti, come Shakespeare, al servizio dell'uomo, con la coraggiosa imprudenza di chi ha deciso di scendere nell'oscurità della mente, di esplorarne le pieghe più riposte, senza nulla celare dei bassi appetiti che la coscienza ci impedisce di esplicitare, innalzandoli e purificandoli con un linguaggio universale. Indignazione perché anche noi indegni, disgusto perché anche noi disgustosi, disperazione perché anche noi disperati, in attesa di redenzione...

Una lezione di “bon ton” in punta di penna? O una dichiarata impossibilità di liberarci della bestia che grufola nel nostro stomaco? Il pendolo oscilla.

Certamente la geniale sfrontatezza della regia sempre sopra le righe di Orofino, condita da una energica e sinergica prestazione attoriale, riconduce alla sostanza universale dell'opera.

 

°°°°

 

RICCARDO III

di William Shakespeare

 

Adattamento e regia di NICOLA ALBERTO OROFINO

 

Con

Daniele Bruno, Carmelo Incardona, Raffaella Esposito, Vincenzo Ricca, Roberta Amato, Lucia Portale, Alessandra Pandolfini.

 

Costumi ROSY BELLOMIA

Luci SIMONE RAIMONDO

 

Produzione Teatro del Canovaccio

 

Al Teatro del Canovaccio di Catania fino al 3 Dicembre

 

 
Anna DI MAURO - Una storia di terra, di mari, d'ulivi ("Maruzza Musumeci" di A. Camilleri al Piccolo Teatro di Catania) PDF Stampa E-mail
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Martedì 21 Novembre 2017 10:57

Saggistica breve

 


Una storia di terra, di mari, d'ulivi (e di sireni). La sirena di Camilleri/Montandon incanta i teatri italiani


°°°°

L'affabulazione in un monologo a più voci, intriso di terragna umanità, di sussulti della carne, di inquietudini dello spirito, di malie, di echi di un mito inciso nella memoria degli uomini, gravida di sortilegi e accennati cannibalismi, di sonorità preziose, di allestimenti scenografici essenziali e polifunzionali, di una straordinaria varietà di moduli interpretativi, di umori contrastanti, esibiti con devozione votiva a un testo reso vivo e palpitante dalla pregnanza fisica, vocale, umana di un palpitante Montandon, alle prese come autore e attore con uno dei testi più affascinanti di Andrea Camilleri “Maruzza Musumeci”, nell'omonimo spettacolo, tratto dal singolare romanzo del creatore di Montalbano. “Cunto” popolare e colto, vergato da una penna felice, il racconto di uomini e sirene, irrompendo negli schemi popolari per assumere toni mitici, epici, è lo spettacolo di apertura della nuova stagione del Piccolo Teatro di Catania.

Che cosa accade quando un uomo, un maturo terragno, si innamora perdutamente di una donna-sirena, fino a volerla in sposa, amandola per tutta la vita, mettendo al mondo sirenidi, lui che teme il mare e non lo vuole vedere neanche da lontano...? Sono così diversi... Eppure resteranno insieme a Ninfa, contrada soleggiata sulle coste dell'Isola, tutta la vita, venendosi incontro, rispettando le zone oscure, mantenendo vivo un sentimento che nutrirà la loro vita e quella dei loro figli.

Si può amare nella diversità, purchè ci si rispetti. Anche le sirene chiedono amore. L'amore- incantamento, come rispetto del mistero dell'altro. Ignazio asseconderà le stranezze di Maruzza, ammaliato dalla sua straordinaria bellezza, dalla sua voce, dalla sua passione carnale. Costruirà per lei una stanza da cui vedere il mare e due cisterne dove immergersi nuda quando il richiamo del mare diviene insopprimibile. Lei, pur mantenendo la sua ambiguità, gli regalerà la sua giovinezza, il suo ardore, il suo amore, i figli. Le sirene non sono più assassine. Come la Lighea di Lampedusa, ora diventano amanti e accuditive.

Tuttavia l'addomesticamento della misteriosa creatura non sarà senza spargimento di sangue.

Maruzza e la sua Catananna Menica, con cui parla in greco antico, complici, agiranno per l'ultima volta ai limiti della ferinità. A farne le spese saranno il contadino Ulisse padre e Ulisse figlio.

Le sirene non perdonano e non dimenticano.

Tra echi di miti intramontabili e la materica forza di una Sicilia senza contorni, tra l'odore della terra e la forza del mare, tra gli ulivi e le leggende, si snoda sul palco, guidata da una alchemica e sapiente mano registica, questa singolare vicenda, dove si mescolano sul filo di una intensa narrazione dal ritmo teso un susseguirsi di scene, volti, atmosfere aspre e sensuali condite da un umorismo sottile e benevolo, in efficace contrasto con gli ardori poetici dei momenti surreali.

La esperita naturalezza dell'intensa e variegata interpretazione di Pietro Montandon fa di questa trasposizione drammaturgica un piccolo gioiello da incastonare nella già onusta carriera dell'apprezzato attore siciliano.

°°°°

Maruzza Musumeci

dal romanzo di Andrea Camilleri

Riduzione teatrale di Pietro Montandon

 

Regia di Daniela Ardini

 

Con Pietro Montandon

 

Al Piccolo Teatro di Catania

Ultimo aggiornamento Martedì 21 Novembre 2017 11:05
 
Lucia TEMPESTINI - Viaggio nella luce immobile di Jacques Prévert ("I ragazzi che si amano" di G. Lavia alla Pergola di Firenze) PDF Stampa E-mail
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Giovedì 16 Novembre 2017 00:47

 

Punto di (s)vista

 


VIAGGIO NELLA LUCE IMMOBILE DI JACQUES PREVERT


“I ragazzi che si amano”

uno spettacolo di e con Gabriele Lavia

da Jacques Prévert

musiche Giordano Corapi

Prima nazionale – Fondazione Teatro della Toscana

Al Teatro della Pergola di Firenze dal 14 al 19 novembre

°°°°

Che nome possiamo dare a un luogo che si annuncia col fragore di un tuono accompagnato da un lampo che taglia il buio a metà? Uno spazio indefinito, che ospita una panchina, dei lunghi fari segaligni – quasi lampioni stilizzati alla Giacometti -, un certo numero di svogliate feuilles mortes portate qua e là dal suono di una fisarmonica lasciato nell’aria dalla risacca invisibile originata forse dal ricordo di un film di Truffaut, il più nostalgico: Le dernier métro.

No, non Parigi…Teatro. Perché il Teatro è Parigi, come milioni di altre cose. La sua non è magia (che appartiene al cinema, dove possiamo trovarci d’improvviso dentro una nebulosa e pochi istanti dopo nelle profondità dell’oceano), ma poesia, intesa nel senso filologico di abilità e capacità di fare, di produrre, di evocare artigianalmente qualsiasi cosa attraverso gli oggetti, l’affabulazione, la suggestione del corpo, la sua luce e oscurità, il suo rannicchiarsi fetale nel dolore e il danzare leggero dentro un istante epifanico. Il Passato è sempre anteriore, si trova davanti a noi e determina presente e futuro.

Esistere è un fenomeno misterioso, di cui si sa poco o niente. Eppure nonostante questo niente, questo consistere in manifestazioni di apparenza, tendiamo verso la vita, nello stesso modo in cui la rosa, pur non conoscendone la ragione, asseconda il proprio sbocciare. Per noi è Eros, la forza che scuote le querce e scioglie le ginocchia, a tenere teso il vento vitale, a rendere concreta e nello stesso tempo sottile, capace di passare sotto l'ordito, la nostra forma umana. Accendiamo tre fiammiferi nella Notte per osservare l'Amata, e nell'oscurità rammemoriamo il suo volto, la sua bocca, poiché soltanto nel ricordo possiamo distillare il visibile trasformandolo in esperienza, sperimentando il ritorno a un'origine mitopoietica.

Gabriele Lavia, con grazia ironia precisione da artifex impareggiabile, da genio della finzione intesa come possibilità di dare una forma, di plasmarla dopo averla immaginata, fa rivivere e risuonare dentro di noi un tempo non così perduto (la stagione esistenzialista) per mezzo delle sigarette Gauloises ‘papier mais’, amate da Juliette Greco, Jeanne Moreau e molti altri, delle nebbie di Carné, dei ponti e dei canali, e, soprattutto, dei versi di Jacques Prévert, sottovalutati e a volte irrisi da coevi e posteri per la loro apparente semplicità, ridotti oggi a slogan pubblicitari per cioccolatini. L’ariosità, i ‘campi lunghi’ di quelle poesie, diventano nelle mani di Lavia une invitation au voyage dentro la luce atmosferica e quella dei corpi, strettamente connesse.  Vediamo così (vediamo, letteralmente) la pioggia che cade senza sosta su Brest, sul mare e sull'arsenale, bagnando Barbara mentre corre verso il suo innamorato riparato in un portone, oppure i ragazzi che si baciano in piedi contro le porte della notte, incuranti dello scherno dei passanti. I due giovani in realtà non sono lì, si trovano lontani dalla notte e molto oltre il giorno, immersi nella luce abbacinante dell’amore.

Questo, per Prévert è il sentimento amoroso: una forza che può rompere le catene dei prigionieri condannati a guardare per tutta la vita le ombre proiettate sulle pareti della caverna dove sono condannati a rimanere, scambiandole per entità viventi.

Ma  Lavia mette in luce di Prévert anche la narrazione del dis-amore: l’indifferenza, la gelosia, la disperazione. Quella sottile crosta ghiacciata che si forma piano piano, di giorno in giorno; i minuti gesti quotidiani, come preparare un caffellatte, che vanno a tessere cerimonie di distacco e solitudine. O la materia particolare della poesia di Prévert, che in modo analogo alla pittura di Edward Hopper, sa aspettare e raccogliere il momento che illumina l’immobilità angosciata di ambienti e persone. O ancora, l’astio ridicolo della donna insonne che sorveglia proustianamente l’amante mentre dorme, sogna e ride. Proprio quel riso, la dimostrazione dell’impossibilità del possesso, scatena nella Signora risibili pensieri delittuosi.

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Novembre 2017 08:25
 
Angelo PIZZUTO- L'Irreparabile ("Il penitente" di D. Mamet al Teatro Eliseo, Roma) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 20 Novembre 2017 18:54


Il mestiere del critico

 

 

L’ IRREPARABILE

Teatro, Luca Barbareschi in

Confessioni 'pericolose' fra paziente e psichiatra in "Il penitente" di David Mamet, di scena all'Eliseo di Roma

°°°°

David Mamet: la forza del suo teatro, delle sue sceneggiature sta nel non (dovere) dimostrare,  redarguire, persuadere nessuno  Solo esporre casi fenomenologie umane come fosse entomologo, espositore neutrale ma capillare, dovizioso di connotazioni,  peculiarità di caratteri umani e ambienti d’ogni risma.  Per lo più spietati, selettivi, trituranti dignità o indolenza, sussulti di ribellione e acquiescenza allo “stato delle cose”- in genere conformato agli interessi contingenti (passeggeri, volteggianti, contraddittori) di chi, per un certo lasso di tempo, afferra il coltello (ma è solo metafora) dalla parte del manico.

Finchè, come accade fra animali o in ambienti mafiosi, il più forte, subdolo, iracondo non  lo disarma, imponendo altri codici di branco – applicabili sia agli ambienti più infimi (“American Buffalo”), sia a quelli dell’alta finanza o jet society (“China Doll”). Cosa determina, in Mamet, il capovolgimento di fronte (come nel paradigmatico, sopraffino “Le cose cambiano”)? Infallibilmente, l’irruzione di un accadimento “disturbante” (imprevisto, destabilizzante) in uno scenario urbano e antropologico già immerso nell’invisibile inferno della rivalità, del disagio psichico, della darwiniana selezione liberal-capitalista.

Essendo - il ribaltamento, lo sconvolgimento della più bigia routine affaristica, vedi “Glengarry Glenn Ross” - per lo più occultato (in incubazione)  presso personaggi o esistenziali sofferenze “meno inclini” alle risorse reattive, all’esercizio  della “schiena dritta”, alla pur minima ipotesi di uno “scacco matto” che conclude la partita come match point presto liquidabile per dare corso ad altre competizioni “all’arma bianca”, ma sanguinante la caducità della lotta.

In “Il penitente” il dramma s’incentra su tre nodi scorsoi: un eclatante (seppur farisaico) “caso di coscienza”, il tortuoso (criminogeno) rapporto fra uno psichiatra e il suo paziente, il conflitto fra una moglie e un marito (sottoposto a gogna mediatica da quando un suo assistito s’è trasformato un pluriomicida). “Per tutelare la privacy delle sue sedute e non venir meno al giuramento d’Ippocrate”, Charles (Luca Barbareschi) rifiuterà di testimoniare in tribunale, mentre emergono ulteriori sospetti a suo carico “avallati” da una  ‘formale’ (molto ‘recitata’ ed artefatta) conversione all’ebraismo (stentoreo, da Vecchio Testamento) e dall’avere “sottovalutato” la condizione omosessuale dell’omicida quale aggravante del disagio emotivo (sfociato in assassinio) e di una presunta “discriminazione” (colpevolizzante?) da parte dello psichiatra.

Scandito da una recitazione tesissima e volutamente sprezzante, dotato di un’ambientazione scarna e stilettata da elementi scenici non privi di (qualche) simbolica minaccia (gli stilizzati, sovastanti parallelepipedi alludono, puta caso, a due tabuti?) “Il penitente” si dota - come è bene che sia - di un finale aperto ma perentorio, acuminato ma non definitivo, ribadendo le virtù di “freddezza ed empatia” (scusate l’ossimoro) di cui Mamet correda le sue opere, spoglie di (pre)giudizi etici e di pollici in giù: mentre giunge inevitabile il confronto con analoghe e più apologetiche  vicende del  cinema e del teatro, da “Io confesso” di Hitchcock a “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo e “Io Abramo” di Renato Lipari, del tutto imparagonabili alla tensione “neutra” ma spietata della drammaturgia in atto.

Luca Barbareschi, che di Mamet è traduttore e divulgatore italiano (da tanto tempo) assolve al suo ruolo indossando, senza cipiglio, un personaggio che sembra occultare “se stesso a se stesso”: pervaso di (formale) decoro e professionale, stentoreo struggimento, ma che già avverte un  tracollo “quasi misterioso” e scientificamente non esplicabile (nemmeno tramite ipotesi di cupio-dissolvi).  Intanto che Duccio Camerini e Massimo Reale assolvono impeccabili ai ruoli di complemento; e  di Lunetta Savinio  riteniamo impagabile, ‘naturale’ e in formidabile crescendo, quell’allarmata ma non sottomessa  apprensione di moglie che scopre, d’un tratto, l’ipotesi d’una verità senza nome.

°°°°

"Il penitente”
di David Mamet  Con: Luca Barbareschi, Lunetta Savino e Massimo Reale,  e con Duccio Camerini Traduzione e regia: Luca Barbareschi 
Roma, Teatro Eliseo   (in tournée invernale)


Ultimo aggiornamento Martedì 21 Novembre 2017 18:07
 
Anna DI MAURO - La storia di un sogno possibile ("Carena", un progetto teatrale) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 13 Novembre 2017 16:42

I   CARPENTIERI presentano

CARENA

dal Poema Carène di Yves Bergeret

traduzione di Francesco Marotta

adattamento teatrale di Anna Di Mauro con la consulenza di Yves Bergeret

REGIA - Anna Di Mauro

SCENOGRAFIA- Carlo Sapuppo. Aiuto scenografa Francesca Privitera

COSTUMI - Rosy Bellomia

IMMAGINI - Rita Stivale

AL  SAX  - Paolo Anile

VOCE FUORI CAMPO – Giuseppe Privitera

CON

Paolo Anile - Liliana Di Stefano – Francesco Gennaro -

Paola Mangano - Giuseppina  Radice – Francesca Rando – Rita Stivale

e con  Yves Bergeret e Pia Scornavacca

TEATRO COPPOLA

CATANIA

8, 9 DICEMBRE 2017 ore 21.00

 

 

 

*


Carena è l'Odissea dei migranti, degli stranieri, dell'Uomo, narrata in forma corale  dal poeta francese e dagli  stessi migranti dopo il loro incontro in una misteriosa isola (la Sicilia).

E' una storia vera. La storia di uno straniero tra stranieri in un luogo mitico dell'Isola, Rondinò, dove il poeta  inviterà gli uomini del Sahel a un laboratorio di scrittura. Le parole e il racconto della loro umana avventura confluiranno nel Grande Racconto degli uomini per fondare un Futuro. Per salvarci e salvare un'Europa ormai vecchia e stanca. I Carpentieri della Parola, insieme al poeta, con la parola costruiranno la Carena metaforica della  nuova Arca, in una forma poetica a cui si contrappone  il  gesto del quotidiano, contaminata da vari materiali (ferro, legno, carta, tessuti, pietra, plastica).

In una sinergia costante di Art in action, i materiali saranno assemblati in installazioni da un'artista durante lo svolgersi delle scene, che avranno un andamento corale, da cui emergono per poi ritornare nel coro i protagonisti della vicenda narrata, in un fluire osmotico  senza soluzione di continuità. Il linguaggio poetico impreziosisce la  drammaturgia che scorre tra varie forme d'arte  accostate in interazione costante: diversi codici linguistici, musica, video, installazioni. L'insieme concorre  a configurare una complessità e un pluralismo antropico e artistico che sono alla base del progetto teatrale.

La Carena è  simbolicamente un  Nuovo Linguaggio di cui in questo nostro tempo sono portatori i migranti, uomini del futuro dalle arcaiche, sane radici, semi di una nuova genìa di Ulisse che, prosecutori ideali, dagli echi della savana, attraverso il mare, giungono in Sicilia, una terra mitica, grembo di dei ed eroi, per fondare  insieme, con la Parola nuova, un mondo nuovo improntato ai valori della Bellezza, del Bene, del Vero. Uomini di fede e di buona volontà che vogliono crescere  nella gioia di una comunicazione nuova, onesta, vera, creativa, come gli interpreti, volutamente attori non professionisti.

 

NOTE DI REGIA

Carena: dal buio alla luce.

Lavorare drammaturgicamente su un testo poetico della portata di Carena è stato difficile ed esaltante. Un'esperienza complessa e affascinante che mi ha fortemente coinvolto  fin da quando l'autore, Yves Bergeret,  mi ha proposto di mettere in scena il suo poema, proposta che ho accolto entusiasticamente, come una  magnifica sfida.

Davanti ad un materiale così  ricco e vasto, con umiltà e sincerità ho dovuto fare scelte difficili, a volte ostiche, ma necessarie e funzionali alla sua rappresentazione.

Nell'adattamento teatrale ho seguito dei criteri basilari su cui si è innervata tutta la struttura.

Il primo è la dimensione corale che ho scelto  immediatamente di dare allo spettacolo, evocativa del teatro greco, che  ha  certamente una funzione estetica, ma anche sostanziale.

Il secondo è dare a Carena  un taglio metaforico, la trasfigurazione di una realtà complessa di una storia vera con personaggi tutti  realmente esistenti o esistiti, senza indugiare nei facili percorsi del  vittimismo o della retorica, trattandosi di un tema già abbondantemente saccheggiato in tal senso.

Nella  versione teatrale 8 personaggi raccontano in  forma simbolica  la storia di  un sogno possibile, dove tutti insieme migranti, stranieri, all'amarezza di un Presente degradato sognano di sostituire la freschezza  di un Futuro forte, limpido, onesto.

L'odissea dei migranti, veri e metaforici, (siamo tutti migranti in questa vita) qui diventa parte del Grande Racconto della Vita, forza e progetto coeso. Il Poeta, nell'azione drammaturgica interpretato da tutti i componenti del coro in rotazione, narra  la sua e la storia degli uomini del Sahel, incontrati durante uno dei suoi  innumerevoli viaggi in Sicilia, isola che qui  assume una dimensione mitica, ponte di culture e di nuove dimensioni della vita. Invitati a scrivere insieme a lui in laboratori di scrittura, i migranti troveranno nella  nuova parola cercata una fresca sorgente di speranza di un futuro che possa scardinare la “vecchia Europa imputridita...” come recita uno dei personaggi nel primo racconto.

Un terzo criterio è stato dare alla messinscena un tono variegato, dinamico, a volte ironico, con qualche guizzo umoristico, profilandosi  nella riproduzione surreale  di gestualità del  quotidiano e del domestico, in cercato contrasto con la raffinatezza del verso, contrasto che, lungi dal diminuirne l'intensità e il valore, vieppiù li esalta, fuggendo da una seriosità che svilirebbe e appiattirebbe il significato intrinseco dell'opera.

Infine ho voluto il poeta, i migranti, i siciliani, tutti intercambiabili,  sempre in scena, in uno scambio osmotico costante di ruoli, in una unità che si frantuma per poi ricomporsi, in un susseguirsi incessante di 21 racconti, quadri dinamici dove il confine è scandito e accompagnato dalla varietà dei suoni di un metronomo, di un sax, di  percussioni con materiali naturali, dalle pietre ai legni, ai corpi, in  una  sinergia di varie  arti e linguaggi, dalla scrittura alla scultura, alla musica, prevalentemente dal vivo, alle immagini proiettate, in un  dialogo costante con la dimensione creativa, laddove l'atto creativo è l'unico modo possibile di realizzare un cambiamento.

Ne è scaturita  una struttura fluida, frammentaria e unitaria al tempo stesso, aperta e flessibile come  segno  tangibile di questo percorso. Tutti stranieri, tutti migranti, tutti poeti, tutti carpentieri, a vari livelli e strati di comunicazione, per costruire una  nuova barca, per andare oltre.

Un ultimo dettaglio non insignificante è  avere scelto interpreti che non fossero canonicamente attori, ma generosi uomini e donne  uniti da una comune tensione etica, volontari  testimoni del loro  impegno civico che li ha spinti ad abbracciare il progetto Carena, Carena materializzata in una  grande scultura di fil di ferro,  alla quale durante lo spettacolo la  performer in scena  darà una nuova veste.  Protagonista simbolica di questa speranza, di questo sguardo al futuro,  presenza muta e tangibile al centro della sala e del pubblico, la Carena della nuova Arca è la promessa che ci salverà dal Diluvio del nostro Tempo, solcando  nuovi mari e  nuove dimensioni dell'Essere.

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Novembre 2017 16:42
 
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Vice direttore

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Coordinamento redazionale
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Redazione affari sociali

Francesco Nicolosi Fazio
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