Anno XI, 22 | 09 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Lucia TEMPESTINI - La pena di sentirsi sbagliati. "Dove cadono le ombre", un film di V. Pedicini PDF Stampa E-mail
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Lunedì 11 Settembre 2017 00:28

Punto di (s)vista

 


LA PENA DI SENTIRSI SBAGLIATI


DOVE CADONO LE OMBRE

Presentato alla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, sezione Giornate degli Autori

Regia di Valentina Pedicini

Con Federica Rosellini, Elena Cotta

Distribuzione Fandango 2017

°°°°

C’è una costante penombra verdognola o azzurrina, ovattata, nelle stanze e nei corridoi infiniti dell’Istituto per anziani svizzero dove si avvita ininterrottamente la serpentina temporale di Dove cadono le ombre. Abbiamo la sensazione di muoverci, con un vago senso di allarme o timore, dentro le particelle liquide dell’aerosol, di sentire gli odori onnipresenti di farmaci, medicamenti, brodo caldo, abiti e scialli portati troppo a lungo.

Con una timidezza impotente osserviamo una donna al tramonto della vita cadere seguendo il fantasma di un uomo amato in gioventù. E piangere, come una bambina, per il ginocchio ferito e ancor più per la consapevolezza della propria solitudine. Perché siamo tutti vittime della memoria, per lo più incapaci di andare avanti, di superare il dolore (della perdita, di qualsiasi perdita, che si tratti degli affetti, dell’autonomia fisica, della propria identità). Anche Anna, che lavora come infermiera e fisioterapista nella casa di riposo, vive murata in un dolore che le si stringe addosso di giorno in giorno, di momento in momento. Il dolore di essersi sentita rifiutata, diversa, sbagliata, per tutta l’infanzia a causa dell’appartenza all’etnia jenisch, e rinchiusa insieme a tanti altri bambini (il genocidio, reale e sconosciuto, venne attuato nella civile Svizzera dal 1926 al 1986) in quello stesso Istituto, un tempo ufficialmente orfanotrofio, anche se di orfani fra quei bimbi non ne figurava neppure uno.

Tolti alle famiglie, venivano sottoposti a torture ‘educative’, per esempio il bagno nei cubetti di ghiaccio, nel tentativo malato di correggerne la cattiva indole originata dal patrimonio genetico ‘inferiore’, e a esperimenti di eugenetica, nonché sottoposti a pratiche mediche varie come la sterilizzazione, il coma insulinico e altre amenità di marca nazionalsocialista.

La ragazza, cortese con gli anziani ospiti ma inevitabilmente fredda, perché priva dell’alfabeto del corpo necessario  a esplicitare un’emozione, si dibatte come una cavia, oltre che nella sofferenza, in un senso di colpa che la costringe a rimanere fra quelle mura, aggrappata al passato.

I bambini sentono un disperato, primario, bisogno di sentirsi accolti, di far parte di qualcosa. E Anna, dotata di tratti fisiognomici ariani, aveva accettato la protezione di Gertrud, il medico posto alla guida del progetto di genocidio. Accettato la protezione e insieme la sfida della donna a diventare forte, diversa dai suoi compagni, degna della stima di un’etnia superiore; era diventata allieva di Gertrud, fino ad assisterla durante le pratiche mediche. E tutto questo, adesso, le grava sul cuore come una pietra amara. La pena che si autoinfligge, come espiazione e riscatto, è di cercare ostinatamente, nel parco dell’istituto, il corpo dell’amatissima amica Franziska, che crede sia stata uccisa molti anni prima proprio da Gertrud e in quello stesso luogo sepolta.

L’arrivo nella casa di riposo di Gertrud, anziana e malata, giunta lì proprio per cercare Anna, per riallacciare quel lontano rapporto, imprime alla narrazione un ritmo più serrato e cattivo. Gertrud provoca Anna con frasi di sottile crudeltà, le rimprovera di non riuscire a dimenticare il passato, rivendica e difende le proprie azioni. Anna, esasperata, la sottopone allo stesso supplizio patito da bambina: il bagno gelato. Non per crudeltà, ma per rabbia e disperazione. Non sa ancora che i carnefici gioiscono intimamente per aver raggiunto il loro scopo quando le vittime di un tempo riproducono gli stessi comportamenti efferati. Sei come me, le dice Gertrud mentre si trova immersa nella vasca, rivolgendole uno sguardo duro e trionfante in cui scintilla, azzurra e tangibile, l’essenza stessa del Male (Elena Cotta, Coppa Volpi alla Mostra di Venezia 2013 per Via Castellana Bandiera di Emma Dante, si produce in una rappresentazione insinuante e caparbia, memorabile, delle tecniche manipolatorie). Persino Anna ne è convinta, ma così non è.

Sarà la morte dell’anziana, inerme signora convinta di aver ritrovato in Anna la madre perduta, una madre che l’avrebbe portata di nuovo a pranzo sul mare (e per dolce un gelato con i pezzetti di cioccolata), insieme a quella domanda innocente, appena sussurrata, morirò?, a riportare la ragazza entro una tenerezza umana che pensava le fosse stata sottratta per sempre. La lunga sequenza del lavaggio post-mortem di quel corpo vecchio e informe, un blocco unico, è la più struggente e densa del film: non è possibile distogliere l’attenzione dalla delicatezza con cui la ragazza passa spugne e salviette sulla pelle deturpata dalle macchie del tempo, sulle gambe offese dalle vene sclerotizzate.

Arriverà anche a superare il risentimento e sollevare fra le braccia Gertrud, svenuta per un malessere. A portarla in una doccia e abbracciarla sotto il getto d’acqua, perché non si smette mai di essere una madre e una figlia; non ha importanza che il legame possieda il calore delle ore meridiane o abbia la forma di una shakespeariana cosa di tenebra.

Potrà persino dire addio, stavolta sul serio e in maniera definitiva, a Franziska, non uccisa fisicamente bensì adottata da Gertrud, quindi uccisa nell’anima. Resa pragmatica, avida, fatua, indifferente, finge di non riconoscere l’amica d’infanzia, e trova nei motivi per i quali ha soppresso le proprie origini la forza di nascondere le lacrime che pure le inondano gli occhi.

Se ne va, lasciandosi alle spalle Anna (Federica Rosellini) e il loro pupazzo preferito, liberando così la ragazza, in quel preciso istante, dal peso dei ricordi.

Valentina Pedicini, documentarista di valore, compone un kammerspiel austero e di intensità implacabile, che non avrebbe sfigurato nella sezione principale della Mostra, al posto di qualche ingombrante e ombelicale bluff “d’autore” (vedi Foxtrot).

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Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Settembre 2017 15:15
 
Anna DI MAURO - Saggistica breve. Arte e artisti in Finlandia PDF Stampa E-mail
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Giovedì 07 Settembre 2017 12:56

Saggistica breve

 


La luce del Nord sulle tenebre di un'Europa al tramonto

Edificio progettato dall'architetto Alvar Aalto


°°°°


Tiene il volto immerso tra le foglie di una felce, di una piantina di basilico, e intanto con le dita pizzica le corde metalliche di uno “strumento” creato per sollecitare energia, il profumo delle piante che continua ad accarezzare con le guance, il mento, il naso, in una osmosi delicata e straniante.
Sorride e invita il pubblico a imitarla...E' Egle Oddo, un'artista di origine palermitana che da qualche tempo vive ad Helsinki, dove insieme ad altri artisti ha fondato un'associazione.
La successiva  performance dal suggestivo titolo: L'arca dei semi, insieme alle altre  performances,  propone e progetta stili di vita più consoni e rispettosi dell'ambiente naturale e delle risorse umane, contrapponendosi alle tendenze artistiche portate all'esasperazione delle tecnologie, che finirebbero per indebolire, fino alla temuta scomparsa, la manualità artigiana che àncora l'uomo alla sua origine.
L'ensemble artistico a cui abbiamo assistito in una fresca giornata di agosto si svolge  in una ex clinica psichiatrica di Helsinki, in action con altre performances dove sugli oggetti simbolicamente riproposti, il gruppo di artisti riuniti sotto il titolo “Pienenergia” svolge semplici azioni meccaniche, dense tuttavia di significati profondi, come “l'arca” l'uovo di isomalto, al suo interno portatore di semi e fiori, completamente edibile, offerto dalla Oddo come “mondo” da gustare insieme agli spettatori.


Abbiamo fittamente  dialogato  con l'artista palermitana sui significati reconditi di questo rito efficacemente esplicitato e in linea con  le intenzioni del suo gruppo con il quale collabora, in un sodalizio costruttivo che ha precisi obiettivi di sensibilizzazione di temi delicati e importanti, a salvaguardia del nostro patrimonio umano. Un'arte dunque al servizio dell'uomo, interagente, per connettersi alle intenzioni dell'autore, in questo caso per produrre insieme un'energia naturale, recuperando esperienze, gestualità e significati altrimenti dimenticati. Gli artisti operanti a Helsinki vogliono connettersi con ognuno di noi, portare l'esperienza artistica in ogni direzione.
Nel dare un senso pratico l'arte in Finlandia tende dunque  alla funzionalità e alla relazionalità, sia nei percorsi tradizionali dell'architettura, basti citare per tutti Alvar Aalto, sia nelle nuove tendenze artistiche. Basti per tutti guardare Mad House Helsinki per il teatro sperimentale, o Pixelache Helsinki, nuove realtà indipendenti dove il design, la sperimentazione, la performance e l'attivismo hanno un ruolo centrale.

“Lo Stato in Finlandia lascia spazio a progettualità fattive e indipendenti, favorendole con cospicui finanziamenti, diretti soprattutto a sostenere i singoli artisti e la loro eccellenza, senza dettare loro la direzione di ricerca, tantomeno costringendoli ad aderire all'agenda istituzionale. Per esempio quest'anno - continua con contagioso entusiasmo la Oddo - Pixelache Helsinki sta realizzando un Festival sulla “Governance locale e decentralizzata”, per fornire alle istituzioni nuovi modelli da seguire (non il contrario), con il fine di aprire la progettazione urbana alla partecipazione diretta e concreta dei cittadini e soprattutto dei giovani...”   
Come non pensare malinconicamente e disperatamente all'Italia, dove si agisce esattamente al contrario?
Ascoltiamo con doloroso stupore un episodio sconcertante, definito eufemisticamente imbarazzante  dalla sua protagonista, a conferma dell'inettitudine delle nostre istituzioni.


La Oddo, artista affermata di livello internazionale che da tempo conduce una vita nomade fuori dall'Italia,  le cui opere sono state incluse all'Hermitage di San Pietroburgo, alla Biennale di  Casablanca, Biennale del Baltico, alla Triennale in Svezia, alla Biennale di Venezia, al Museo  Kiasma di Helsinki, per citare alcune istituzioni, racconta di avere  presentato alle istituzioni finlandesi un progetto artistico che, una volta approvato e finanziato, aveva pensato e sperato  di proporre e realizzare (udite udite) a Palermo, per favorire  un territorio diseredato e languente di finanziamenti. Nessuna risposta. Perchè? Non avevano letto il progetto, semplicemente, seppe più tardi, dopo averlo realizzato in Svezia, dove il progetto era stato invece opportunamente letto. Perché? Un caso di analfabetismo di ritorno dei nostri illustri politici? Lascio alla fantasia dei lettori altre affascinanti ipotesi.

In verità, nel breve, ma intenso soggiorno nella capitale del Design, ho visto chiaramente che la forza degli artisti nel Nord Europa trova terreno favorevole nell'atteggiamento dinamico di un sistema che al suo centro pone una parola semplice e potente: Rispetto.
L'organizzazione statale si pone al servizio della libertà nella sicurezza. La libertà creativa trova il suo spazio e la sua dignità. La “bellezza” si coniuga alla funzionalità, creando ambientazioni stimolanti, esteticamente ed eticamente efficaci. Il Nord dalle sue  terragne radici è pervenuto a un solido Presente  che guarda serenamente  al Futuro. La terra che per buona parte dell'anno si copre di buio, neve e ghiaccio addita ai paesi caldi e soleggiati  la  luce di un pensiero socialmente costruttivo, che il nostro sistema ignora e vuole continuare a ignorare.

Nel nostro “glorioso” passato,  indossato per sfoggio, di cui ci avvaliamo per spocchia,  portatori insani di cotanta cultura, invano ci giriamo e rigiriamo, come l'inferma di dantesca memoria.
Grande arte... grande letteratura... ma il cittadino/uomo trema insicuro nelle sue case mal costruite, vanamente custodite da cancelli, cancelletti, megaserrature, tristemente trasformate in prigioni, nel suo incerto cammino, abusato, minacciato, inascoltato, trascurato, impotente, misero, sconfitto, infelice.  
La Finlandia addita percorsi possibili e non solo nell'arte. Aprirsi al “Nuovo Mondo” vuol dire anche semplicemente leggere e rispettare un progetto finanziato da realizzare, favorendo le eccellenze locali. Un corso accelerato di alfabetizzazione sociale sul cosa significhi Rispetto, riservato agli addetti ai lavori italiani,  potrebbe essere in prospettiva, qualora ci fosse uno spiraglio di speranza, un fondamentale dettaglio da non trascurare. Forse basterebbe imitare un comportamento efficace, chiudere gli occhi e lasciarsi accarezzare da un'onda rinnovatrice.
Per non morire.

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Settembre 2017 00:05
 
Agata MOTTA - La memoria. Ricordare è un dono, e una sventura (G. Mauri 'incontra' G. Tornatore) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 17 Luglio 2017 13:38

 

La memoria (del Teatro)

 


RICORDARE E' UN DONO, E UNA SVENTURA



 

 

 

 

 

 

“Una pura formalità” di Glauco Mauri (dall’omonimo film di Giuseppe Tornatore)

****

Chiunque abbia amato Una pura formalità, splendido film del ’94 di un Giuseppe Tornatore lontanissimo da logiche ruffiane e in stato di pura grazia creativa, dovrebbe concedersi la visione della rigorosa e fedelissima versione teatrale effettuata da Glauco Mauri. E dovrebbe farlo un po’ per non mancare all’appuntamento con uno dei più longevi e felici sodalizi artistici degli ultimi decenni – quello tra Glauco Mauri e Roberto Sturno - e un po’ per cogliere le sottili differenze espressive che il linguaggio del cinema e quello del teatro offrono ai loro appassionati.

L’impianto del film di Tornatore, quasi tutto girato in interni con dialoghi fitti e incalzanti, è decisamente teatrale, quindi dev’essere stato quasi spontaneo e naturale per Mauri trasporlo per il palcoscenico, ma laddove il film incendiava lo schermo - nelle lancinanti riprese in primissimo piano dei due magnifici interpreti, Gérard Depardieu e Roman Polanski - sul palcoscenico sono l’incanto della storia, bellissima e sospesa in un’atmosfera cruda e surreale insieme, e l’amo costantemente lanciato della parola e delle sue tante seduzioni ad imprigionare l’attenzione.

La pioggia, come elemento simbolico, primordiale e catartico, funge sin dall’inizio da colonna sonora per una vicenda kafkiana dai risvolti inquietanti, vicenda che accoglie suggestioni dostojeskiane e freudiane al fine di effettuare un’indagine nell’Io e nelle sue tante volontarie o inconsce rimozioni e di recuperare la memoria come strumento di conoscenza. La memoria può far male, se restituisce alla coscienza azioni indegne o se fa riemergere uno scomodo passato che è meglio occultare dietro una nuova intrigante identità, ma la memoria deve soccorrere per restituire senso alle azioni compiute, per comprendere quella parte oscura che ogni uomo vorrebbe tenere per sempre celata perfino a se stesso.

Glauco Mauri e Roberto Sturno sono il Commissario e lo scrittore Onoff, l’uno indaga su un caso di omicidio e trattiene l’uomo che corre nel bosco per una pura formalità, l’altro fugge ma non si sa da cosa o da chi, si perde nell’oscurità della notte come novello Dante nella selva oscura, vaga come un anima in pena e non è casuale questa sua condizione, perché appunto di anime parliamo e non più di uomini, di sagome che non sanno più vivere ma che non sanno ancora di essere morte, di quelli che sono ad un tempo assassini e assassinati.

Cosa attraversa la mente di un suicida? Cosa lo aspetta? Non può esserci risposta naturalmente, ma il Commissario con i suoi uomini (Giuseppe Nitti, Paolo Benvenuto Vezzoso, Amedeo D’Amico, Marco Fiore) singolari chierichetti di un rito da officiare, deve condurre implacabilmente l’interrogatorio, deve costringere l’uomo a ricomporre frammenti sparsi e confusi della propria vita, quella di uno scrittore che ha edificato il proprio successo sull’inganno e che ha cercato invano una forma di redenzione.

Gli interpreti non inaspriscono i contrasti, già netti attraverso il gioco di luci e ombre, ma lavorano sulle sfumature e sui suggerimenti testuali, in ciò favoriti dal grigiore malinconico delle scene di Giuliano Spinelli che ricama sui dettagli – l’orologio senza lancette e le scritte sui muri, quasi tristi memoriali - perché da essi scaturisce l’insieme.

Mauri è solerte ed indulgente insieme, non molla l’interlocutore ma gli concede respiro, non gli permette di sfuggire al peso della memoria ma se ne fa tenero custode, è un pacato Virgilio che guida il suo protetto nell’inferno della responsabilità e vi fa luce; Sturno frena sull’arroganza dello scrittore famoso ma ne conserva  l’aggressività, mostra le debolezze senza  farsi scudo con la vanagloria, resiste avvilito ad un interrogatorio di cui non comprende il senso pur avvertendone la necessità, è confuso dapprima e infine sollevato e grato.

E c’è di più: il Commissario ammira Onoff, lo conosce a fondo perché ha letto tutto di lui, recita a memoria brani dei suoi libri. Per questo sa anche come torturarlo e come ferirlo, come costringerlo a tornare sui suoi passi per l’estrema assunzione di responsabilità. I due uomini sembrano antitetici eppure in fondo si assomigliano, entrambi puntano alla verità, cercandola ostinatamente e negandola risolutamente. Ma il delitto è ormai compiuto. A cosa serve sapere? Dove porta il recupero di volti incontrati, amati, abbandonati?

Il messaggio di Tornatore, che Mauri accoglie e condivide, riconduce alla memoria vissuta come dono e come sventura, come obbligo morale e come consapevolezza, in definitiva come valore. Oltrepassato il limen, il dopo resterà sempre un mistero, anzi il Mistero più grande dell’esistenza umana. Il lavoro si chiude, infatti, con un punto interrogativo che non chiude sulle certezze, ma apre su infinite possibilità.

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Una pura formalità di Glauco Mauri, versione teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore. Oltre a dirigerlo, Mauri interpreta lo spettacolo insieme a Roberto Sturno, Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore. Le scene sono di Giuliano Spinelli, i costumi di Irene Monti e le musiche di Germano Mazzocchetti.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 11:10
 
Angelo PIZZUTO - La memoria. Per Gastone Moschin, attore poliedrico (ma guai dirgli "bonario") PDF Stampa E-mail
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Martedì 05 Settembre 2017 16:59


La memoria

 

 

L’ ULTIMO “AMICO” VA VIA

Gastone Moschin

Gastone Moschin, però, fu tanto più - attore scrupoloso, poliedrico, gentile (ma detestava chi gli dava del “bonario”) -.

°°°°

Adesso che anche Gastone Moschin ha raggiunto il mondo dei più - con senile  pudore e senza smanie di protagonismo sentenzioso, tardivo - sarebbe cosa buona e giusta se la si smettesse, per ogni dove (mediatico) di “identificarne” la duttilità, la cortesia, la sapiente ‘leggerezza’  di interprete (a suo agio in quasi ogni ambito della cultura scenica) con il solo ruolo che gli dette meritata notorietà nazional-popolare. Cioè quello stupefatto, serafico, impunito architetto sentimentale, di nome Rambaldo Melandri, che nel celeberrimo (toscanismo) trittico di “Amici miei” (cult-movie di meritata fruizione evergreen) trastullava i suoi candori onirici nell’accedere al fonte battesimale per amore della statuaria sorella d’un prete.

E poi, nell’ordine, dare entrambe le mani ai compagni ‘di infantil-disincanto’ nel rito dello schiaffo alla stazione di Firenze all’inno di “come stiamo bene insieme...perchè non siamo nati finocchi?”; “vedere la Madonna” durante una degenza ospedaliera (incidentato e ingessato sino al collo con gli omologhi, casinisti  e sodali di zingarate su auto scarduffate), salvo accorgersi che “la colei” è già congiunta al cinico primario Adolfo Celi, ben contento di “disfarsene” tramite cessione al grullo di buon cuore (“mi raccomando…il cane e i bambini…prenzerò con voi la domenica, e sorveglierò”) e pronto soccorso sentimentale, non appena al buon Melandri andranno  i nervi in discarica (“credimi, tu questa donna non la reggi..dileguati in silenzio” “ma io la amooo!” “pure io…ma preferisco starle lontano”).  Basta così. Fine dello spettacolo per chi si attiene al farsesco.

Quel che serve è,  invece e in exitu, ‘risarcire’  Gastone Moschin del  talento, valore, tenacia con cui seppe costruire una poliedrica carriera (al pari di altri grandi dello spettacolo italiano dello scorso secolo, da Randone a Turi Ferro, da Buazzelli a Tognazzi), smentendo madre-natura che lo aveva esposto ai laschi  ruoli di caratterista. Invece Moschin, per completezza, raffinatezza, umanità di mimesi riuscì ad evolvere verso forme di sobrio ed autorevole protagonismo. Come, a nostra memoria, fu - inizio anni novanta - la sua stupenda prova d’artista teatrale in “Erano tutti figli miei”, “Uno sguardo dal ponte”, “Il gabbiano”- trittico di allestimenti prodotti e divulgati dalla Compagnia di cui era  (scrupoloso) regista ed impresario, con il basilare sostegno dell'amata figlia Emanuela.

D’altronde, pur provenendo dalle filodrammatiche del Veneto (nato nel 1929 in provincia di Verona, avventizio impiegato di banca dai 18 ai 20 anni), la formazione professionale di Moschin rispondeva a tutti i crismi di un iter formativo fortemente selettivo. Diplomatosi, con encomio, all’Accademia d'Arte Drammatica di Roma (fondata e a quel tempo diretta da Silvio D’Amico), il giovane Gastone debutta a teatro con un poker di opere da far tremare i polsi (“Ivanov”, “I demoni”, "Platonov", “Misura per misura”). E che dal 1955 al 1960 lo vedono primeggiare in quell’alveo  di “teatro di regia”(Strehler, Squarzina, Bolchi, Ferrero) che dischiuse all’affidabile  interprete - ”così  massiccio, ma elegante, affabile, sorvegliato” - un approdo sicuro  agli  sceneggiati televisivi di una Rai pionieristica ma di quotidiana alfabetizzazione al “sapere”.

È grazie al ‘nuovo mezzo’ che il  pubblico del tempo inizia a conoscerlo, stimarlo, fidarsi di quel suo viso “romantico-contadino” dotato di una  verve naturale spaziante dai toni grotteschi  a quelli di una cruda drammaticità “verista”: come fu per “Il mulino del Po” e “I miserabili”, titoli fondamentali per chiunque voglia conoscere la storia delle immagini e dell’immaginario collettivo del nostro secolo-breve (ma non poi tanto).

Spaziando agevolmente dalla gentilezza d’animo all’occasionale buffonesco-falstaffiano, Moschin inizia ad essere valorizzato nel cinema già dal 1960, con “L'audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy (da antologia il suo cammeo di timido rilegatore di libri), quindi proseguire con “Che gioia vivere!” (1961) di René Clément e “Tiro al piccione” - dello stesso anno - di Giuliano Montaldo.

Frugale e compito, sia sul set che nella vita privata, Moschin è uno dei comprimari (o “partecipazioni”) più richieste delle pellicole italiane (ce ne fossero ancora…) genericamente definite di media-produzione (artigianale). Accreditato quindi, e in ruoli di bella evidenza,  in “Anni ruggenti” (1962) di Luigi Zampa, “L'amore difficile” (1963), “La visita” (1964) di Antonio Pietrangeli (“la sua opera più amara e malinconica, la migliore”- tramanda Morandini)

Il 1965 è poi  l’anno del sapido, spietato, antiperbenista “Signore e signori” di Germi (Palma d’oro a Cannes, stima per l’attore che inizia a diffondersi in Francia e non solo), laddove, partner di Virna Lisi sbozza, con cuore trafitto e dignità calpestata, il ruolo di un marito schiavizzato (dalla appropriata Nora Ricci, ex moglie di Gassman) “che persegue, tappandosi le orecchie con la cera, il sogno del suo amore sputtanato e ormai solitario”- commentava il prezioso amico Giulio Cattivelli.

“Una moglie giapponese” (1968) di Gian Luigi Polidoro (altro schivo autore da riscoprire) lo vede protagonista, nel ruolo  di un ragioniere italiano, trasferito  in estremo Oriente dove prende coscienza  della superficialità di usi e costumi occidentali “esportati” in tempi non sospetti (di globalismo finanziario), ma già in solluchero per consumi ed edonismi un tanto al chilo.  Degna di nota è poi, nel 1966, la sua partecipazione a “Le stagioni del nostro amore”, ambiziosa ma ‘auto-indulgente’ opera di Florestano Vancini, di cui è  pertinente protagonista Enrico M. Salerno.

Gli anni 70 furono invece (e a parte il trittico di “Amici miei”, soggetto di Germi, regie di Monicelli e Loy) quelli che tentarono (artificiosamente) di sfruttare l’apparente durezza di quel tratti somatici d’attore ‘mastino’ per ruoli di guappo, malandrino, callido emissario di Padrini: certamente  i più remunerativi ma i meno consoni alla natura e personalità del simpatico compagnone  da entroterra veneto (cosi rimasto “in cuor mio”- confidava). Fu sua, ad esempio, la parte  del “maluommo” napoletano ucciso da Vito Corleone/Robert De Niro nel  “Padrino - Parte II” (1974) di Francis Ford Coppola (che lo voleva in America, in pianta stabile, per altre facce da ‘mauvais’).

Così come altra, ambigua, fulminea è la sua apparizione (di impacciato  delatore fascista)  in “Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci (altro film tutto da rileggere in chiave onirica). Dopo la ‘vacanza’ (in prima classe) di “Don Camillo e i giovani d'oggi” (1972) di Mario Camerini, Moschin torna sul set di Vancini per il robusto, corale e lineare  “Il delitto Matteotti” (1973). Seguito da  film più commerciali, a riprova che  nessun attore (vivente del suo lavoro) è  esentato dall’alternanza inflessibile di  ‘qualità e quantità’. Comunque, anche in quest’ambito, Gastone Moschin utilizza il suo poliedrico talento per spaziare dallo sgargiante, fragoroso, in fondo spassoso  “Ninì Tirabusciò” (a fianco di Monica Vitti) al pedestre zio crapulone di “Paolo il caldo” (regia di Marco Vicario, dal romanzo di Brancati).

Non mancherà poi al richiamo del poliziottesco di ‘bocca buona’ con “Milano calibro 9” (1972) di Fernando Di Leo, in cui  interpreta Ugo Piazza, criminale braccato e al cardiopalma, sospettato dai suoi complici di aver fatto fuori ‘le rififi’ .

Negli anni '80 è  protagonista  di  “Si salvi chi vuole” (1980) di Roberto Faenza, dove interpreta un politico  comunista di scarsa tenuta ideologica, pertanto arreso alle (insidiose) comodità   del benessere fuggente e familista. Primeggia ancora in “Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada” (1983) di Lina Wertmüller  e “Una spina nel cuore” (1986) di Alberto Lattuada.

Avvertendo quei  malanni cardiaci che lo indurranno ad attenuare i suoi impegni (“non quelli della vita”) - e le sortite teatrali cui si accennava - Gastone si rilassa sul comico-funambolico di “Donne con le gonne” (1991) di Francesco Nuti e sul  fiabesco (pasoliniano)  “I magi randagi” (1996) di Sergio Citti, con l’inveterata combriccola di Ninetto Davoli, Laura Betti, Silvio Orlando, Elide Melli, Mario Cipriani e Franco Citti.

A inizio millennio si torna alle origini, ovvero in televisione, per la serie "Sei forte maestro"  e alcuni episodi di  "Don Matteo I - II", dove è un “vescovo avvezzo ai lazzi”. Nel frattempo, in Umbria, Gastone realizza il segreto sogno della sua vita: amando i cavalli sin da ragazzo inaugura un bel maneggio con  annessa ippoterapia “per equini e umani in  buona, naturale empatia”.  Lasciando inevasa  la proposta (che gli suggerimmo durante un’intervista) di cimentarsi con il sapido ruolo (di 'immenso' veneto) del “Sior Todero brontolon” di Goldoni. O, in alternativa, con “La famiglia dell’antiquario”.     “Possiamo parlarne - sussurrò circospetto - ma farà lei da impresario?

Come no? Delle Smirne…

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Settembre 2017 18:32
 
Enzo NATTA - La moviola del Tempo. L'arte del saper sottrarre ("Miele", un film di Valeria Golino) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 17 Luglio 2017 12:19

 

La moviola del Tempo

 

 

L'ARTE DEL SAPER SOTTRARRE

 

 

 

 

 

 

 

 

“Miele”, debutto di Valeria Golino nella regia cinematografica

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Miele. Traduzione italiana di honey, il più bel vezzeggiativo amoroso in uso fra gli americani. Ma Irene, trent'anni, non si è scelta questo soprannome per atti d'amore, seppure estremi, ma per agghiaccianti soluzioni finali. Pur se svolte al massimo della professionalità. La sua specializzazione consiste infatti nel somministrare la morte a malati terminali. Il tutto con estremo riguardo, segretezza, complicità. Va in Messico (dove i farmacisti non sono un granché rigorosi) ad acquistare veleno per cani che poi somministra ai suoi pazienti assieme a carezze e dolciumi. E non senza aver insistito fino all'ultimo per farli desistere. Perché Irene (altro nome intrigante, che significa pace e al quale viene spontaneo aggiungere l'aggettivo eterna) si espone a tanto rischio? Possiamo soltanto supporlo: la madre è morta qualche tempo fa, probabilmente ha sofferto e di conseguenza nel comportamento di Irene c'è qualcosa che intende compensare quel che si poteva fare e non si è fatto. Ma i tormenti di Irene non sono finiti e la ragazza cerca di scaricarli con lunghe nuotate in pieno inverno o con relazioni che definire sentimentali sarebbe un eufemismo.

Un giorno, però, succede qualcosa che Irene non aveva previsto. Convocata da un ingegnere ultrasettantenne, vedovo, senza figli, la giovane donna scopre che l'uomo non è affatto alla fine dei suoi giorni, ma al contrario gode ottima salute. Il male di cui soffre è di natura esistenziale: è soltanto annoiato, stanco di vivere, deluso da un grigiore che non gli riserva più alcuna emozione e che si consuma nell'assoluta monotonia. Nell'animo di Irene scatta una molla imprevista, pronta e entrare in funzione alla prima occasione. La ragazza si ribella, cerca di sottrarsi al compito richiesto, di svicolare. Ma l'uomo insiste e la mette spalle al muro con una dialettica stringente che ne esalta la sicurezza e l'arroganza, il cinismo e il tono beffardo. Tutte qualità che sconcertano Irene ponendola di fronte a interrogativi sempre più insistenti. E, come se non bastasse, ecco che sentimenti sopiti da tempo tornano a farsi sentire e a reclamare un proprio spazio, ecco che una figura paterna si ripropone ad pretendere affetti mai riscossi. Tutto è rimesso in discussione nel cuore di Irene. A cominciare  dalle pratiche che svolge e di cui afferra il senso in un aeroporto, quando,  incontrando la parente di una persona in precedenza ”assistita”, coglie al volo una velenosa battuta che le viene rivolta con disprezzo: “Che mestiere di merda che fai!”.

Le certezze di Irene vacillano e il miele si è fatto amaro, addirittura disgustoso. Al punto che la donna si mette alla ricerca di una nuova dimensione che sappia infonderle una visione diversa della vita e delle cose che la contornano.  Come le magiche colonne d'aria ideate da Isidoro il Giovane di cui le aveva parlato l'ingegnere e che secondo la leggenda dovrebbero sostenere la cupola di Santa Sofia a Istanbul.

Opera-prima, in corsa a Cannes nella sezione “Certain regard” e in lizza per la Caméra d'or riservata ai registi esordienti, all'origine di Miele di Valeria Golino c'è il romanzo A nome tuo di Mauro Covacich che affronta in modo del tutto inusuale il tema dell'eutanasia. Non schierato di qua o di là secondo le classiche regole più convenzionali del pro o contro, del bianco o nero, ma con tutti i dubbi che ogni scelta difficile e angosciosa porta con sé. Tante domande e poche incerte risposte, del tutto insoddisfacenti. Non siamo dalle parti di Mare dentro di Alejandro Amenàbar, di Bella addormentata di Marco Bellocchio o di Amour di Michael Haneke, me nel bel mezzo di un guado, con il rischio di essere travolti dalla corrente.

All'inizio Irene è una mediatrice di morte, una specialista della soluzione indolore, ma poi improvvisamente, quando tutte le caselle del gioco sembrano completate, l'imprevisto inceppa il meccanismo. E il meccanisno è un altro tipo di male che affligge l'uomo del nostro tempo, un impasto di solitudine, disamore, demotivazione, perdita di emozioni. Un dolore che avverte la stessa Irene e dal quale si sente minacciata  a sua volta. Un dolore per il quale non ci sono farmaci o terapie, ma che bisogna affrontare a viso aperto, nella piena consapevolezza di una sperimentazione di vita che non disdegna di credere all'impossibile. Come alla leggenda della massa d'aria che sorregge la cupola di Santa Sofia.

Anche se tratto da un romanzo, Miele è un film antiletterario per eccellenza e in questo risiede la prova positiva di Valeria Golino in qualità di autore. A differenza di tanto cinema che deve dire tutto per filo e per segno, didascalico fino all'eccesso, Miele è un esempio di quell'arte del “togliere” che consiste nel sottrarre ma nello stesso tempo di lasciare una traccia capace di suggerire quel che manca. Sospesa fra il detto e non detto, sfumata, appena accennata. Dialoghi ridotti all'osso, inquadrature brevi e angolazioni soggette a variazioni continue. Scelta rischiosa, ma intrigante e che, nonostante qualche vuoto, funziona egregiamente. Anche grazie al vivace montaggio di Gigiò Franchini che evoca il “flusso di coscienza” e alla bravura degli interpreti, ben inseriti in questo offuscato effetto di penombra narrativa. Jasmine Trinca, calata a dovere nel disagio di vivere espresso dal suo personaggio, e  uno splendido Carlo Cecchi, scostante, beffardo, ironico. Dolente ritratto di autentica e sofferta umanità.

Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Luglio 2017 17:56
 
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