Anno XI, 20 | 11 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Lucia TEMPESTINI - Viaggio nella luce immobile di Jacques Prévert ("I ragazzi che si amano" di G. Lavia alla Pergola di Firenze) PDF Stampa E-mail
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Giovedì 16 Novembre 2017 00:47

 

Punto di (s)vista

 


VIAGGIO NELLA LUCE IMMOBILE DI JACQUES PREVERT


“I ragazzi che si amano”

uno spettacolo di e con Gabriele Lavia

da Jacques Prévert

musiche Giordano Corapi

Prima nazionale – Fondazione Teatro della Toscana

Al Teatro della Pergola di Firenze dal 14 al 19 novembre

°°°°

Che nome possiamo dare a un luogo che si annuncia col fragore di un tuono accompagnato da un lampo che taglia il buio a metà? Uno spazio indefinito, che ospita una panchina, dei lunghi fari segaligni – quasi lampioni stilizzati alla Giacometti -, un certo numero di svogliate feuilles mortes portate qua e là dal suono di una fisarmonica lasciato nell’aria dalla risacca invisibile originata forse dal ricordo di un film di Truffaut, il più nostalgico: Le dernier métro.

No, non Parigi…Teatro. Perché il Teatro è Parigi, come milioni di altre cose. La sua non è magia (che appartiene al cinema, dove possiamo trovarci d’improvviso dentro una nebulosa e pochi istanti dopo nelle profondità dell’oceano), ma poesia, intesa nel senso filologico di abilità e capacità di fare, di produrre, di evocare artigianalmente qualsiasi cosa attraverso gli oggetti, l’affabulazione, la suggestione del corpo, la sua luce e oscurità, il suo rannicchiarsi fetale nel dolore e il danzare leggero dentro un istante epifanico. Il Passato è sempre anteriore, si trova davanti a noi e determina presente e futuro.

Esistere è un fenomeno misterioso, di cui si sa poco o niente. Eppure nonostante questo niente, questo consistere in manifestazioni di apparenza, tendiamo verso la vita, nello stesso modo in cui la rosa, pur non conoscendone la ragione, asseconda il proprio sbocciare. Per noi è Eros, la forza che scuote le querce e scioglie le ginocchia, a tenere teso il vento vitale, a rendere concreta e nello stesso tempo sottile, capace di passare sotto l'ordito, la nostra forma umana. Accendiamo tre fiammiferi nella Notte per osservare l'Amata, e nell'oscurità rammemoriamo il suo volto, la sua bocca, poiché soltanto nel ricordo possiamo distillare il visibile trasformandolo in esperienza, sperimentando il ritorno a un'origine mitopoietica.

Gabriele Lavia, con grazia ironia precisione da artifex impareggiabile, da genio della finzione intesa come possibilità di dare una forma, di plasmarla dopo averla immaginata, fa rivivere e risuonare dentro di noi un tempo non così perduto (la stagione esistenzialista) per mezzo delle sigarette Gauloises ‘papier mais’, amate da Juliette Greco, Jeanne Moreau e molti altri, delle nebbie di Carné, dei ponti e dei canali, e, soprattutto, dei versi di Jacques Prévert, sottovalutati e a volte irrisi da coevi e posteri per la loro apparente semplicità, ridotti oggi a slogan pubblicitari per cioccolatini. L’ariosità, i ‘campi lunghi’ di quelle poesie, diventano nelle mani di Lavia une invitation au voyage dentro la luce atmosferica e quella dei corpi, strettamente connesse.  Vediamo così (vediamo, letteralmente) la pioggia che cade senza sosta su Brest, sul mare e sull'arsenale, bagnando Barbara mentre corre verso il suo innamorato riparato in un portone, oppure i ragazzi che si baciano in piedi contro le porte della notte, incuranti dello scherno dei passanti. I due giovani in realtà non sono lì, si trovano lontani dalla notte e molto oltre il giorno, immersi nella luce abbacinante dell’amore.

Questo, per Prévert è il sentimento amoroso: una forza che può rompere le catene dei prigionieri condannati a guardare per tutta la vita le ombre proiettate sulle pareti della caverna dove sono condannati a rimanere, scambiandole per entità viventi.

Ma  Lavia mette in luce di Prévert anche la narrazione del dis-amore: l’indifferenza, la gelosia, la disperazione. Quella sottile crosta ghiacciata che si forma piano piano, di giorno in giorno; i minuti gesti quotidiani, come preparare un caffellatte, che vanno a tessere cerimonie di distacco e solitudine. O la materia particolare della poesia di Prévert, che in modo analogo alla pittura di Edward Hopper, sa aspettare e raccogliere il momento che illumina l’immobilità angosciata di ambienti e persone. O ancora, l’astio ridicolo della donna insonne che sorveglia proustianamente l’amante mentre dorme, sogna e ride. Proprio quel riso, la dimostrazione dell’impossibilità del possesso, scatena nella Signora risibili pensieri delittuosi.

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Novembre 2017 08:25
 
Anna DI MAURO - Saper giocare è sapersi fermare... ("Il giocatore" di Dostoevskij al Teatro Verga di Catania) PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 15 Novembre 2017 12:13

 

Il mestiere del critico

 


Saper giocare è sapersi fermare al momento giusto


Il gioco della vita con Dostoevskij allo Stabile di Catania

°°°°

Saper giocare è anche saper scommettere al momento giusto.

La passione del gioco d'azzardo sembra essere l'argomento de “Il giocatore”, coinvolgente commedia dolce-amara dall'omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij, in scena in questi giorni al Teatro Verga di Catania.

Dicevamo sembra. In effetti il gioco in questo apprezzabile adattamento di Vitaliano Trevisan  è metafora e diventa altresì  gioco dello scrittore con i suoi personaggi, gioco delle vite intrecciate tra vizi, virtù, passioni, discriminazioni sociali, in un affresco elegante e scoppiettante, ricco di effetti scenografici, ampiamente dispiegati tra due palchi contigui, in una prospettiva dinamica e suggestiva, da cui i personaggi, avvolti in fogge di squisita eleganza  e pregnanza scenica, colti in una dimensione atemporale, emergono e scompaiono in un fluire ininterrotto di scene corali, monologhi, alterchi a più voci, senza mai cedere nei ritmi e nelle convergenze dinamiche, efficacemente scolpiti nelle loro forme pirandelliane, da cui non  si discostano mai, in un carosello senza soste.  A far da cornice e trait d'union lo scrittore russo, mentre detta il romanzo, che intanto si svolge davanti ai nostri occhi, alla giovanissima stenografa Anna.

In preda al vizio del gioco egli stesso, Dostoievskij  nei suoi scritti ha potentemente  esplorato le pieghe riposte e segrete dell'animo umano innestandoli in storie estreme o di grande tensione.

Ne “Il giocatore”  teatrale, per la regia di Gabriele Russo, i cunicoli della fascinazione del gioco d'azzardo, esplorati in tutte le forme e in tutte le dimensioni sociali, diventano esemplare metafora, pretesto per raccogliere e mostrare i sintomi di un degrado, percepito dagli intellettuali di fine '800, estensibile ad ogni epoca perché intrinseco nell'ascosa avidità dell'animo umano, miseramente inghiottito dalla cupidigia e dai falsi idoli.

Denaro e  potere, tentazioni-vessillo, ossimori della felicità, varcano le soglie  della miseria dell'umile, inutilmente colto Aleskej, precettore di una illustre famiglia in rovina da cui aspira inebriato gli afrori di una condizione sociale a lui negata, persino l'amore della figlia del Generale Polina. Tra alterne vicende si consuma la speranza dell'ingenuo giovanotto, fino al  mesto epilogo.

“Il  giocatore”, pubblicato nel 1866, venne dettato, per sanare  velocemente debiti di gioco, in poco meno di un mese da Dostoevskij  alla sedicenne  stenografa Anna Grigo'revna che diverrà sua moglie, rimanendogli accanto per tutta la vita, cercando di far quadrare i conti di un bilancio che il marito mandava regolarmente all'aria giocando alla roulette. Il romanzo fu  una bella scommessa che Dostoevskij vincerà con l'editore reclamante e con la futura moglie.

Le singolari circostanze in cui fu scritta l'opera, diventano per Trevisan inscindibili, consustanziali all'inestricabile trama drammaturgica  della vita/romanzo dello scrittore russo.

La passione/ vizio esplorata nelle sue propaggini e nella sua triste conclusione  riceverà nella trasposizione teatrale un esito addolcito dal ”lieto fine” matrimoniale della cornice.

Il dispiegamento di effetti scenografici, la trama allusiva e sottilmente intrecciata, l'interpretazione ineccepibile, l'estensione al significato esistenziale delle scelte di vita, del narrato e del vissuto, fanno di questa pièce un gradito omaggio alla letteratura e al teatro, in una felice contiguità che ci lascia amaramente soddisfatti. E' il gusto della vita.

°°°°

 

Il giocatore

da Feodor Dostoievskij

Adattamento teatrale di Vitaliano Trevisan

 

Regia  di Gabriele Russo

Scene di Roberto Crea

Costumi di Chiara Aversano

Disegno luci di Salvatore Palladino

Movimenti scenici di Sebastiano Gavasso

 

Con

Daniele Russo, Marcello Romolo,Camilla Semino Favro, Paola Sambo,

Alfredo Angelici, Martina Galletta, Alessio Piazza, Sebastiano Gavasso.

Coproduzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini,Teatro Stabile di Catania.

 

Al Teatro Verga di Catania fino al 26 Novembre

 
Anna DI MAURO - La storia di un sogno possibile ("Carena", un progetto teatrale) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 13 Novembre 2017 16:42

I   CARPENTIERI presentano

CARENA

dal Poema Carène di Yves Bergeret

traduzione di Francesco Marotta

adattamento teatrale di Anna Di Mauro con la consulenza di Yves Bergeret

REGIA - Anna Di Mauro

SCENOGRAFIA- Carlo Sapuppo. Aiuto scenografa Francesca Privitera

COSTUMI - Rosy Bellomia

IMMAGINI - Rita Stivale

AL  SAX  - Paolo Anile

VOCE FUORI CAMPO – Giuseppe Privitera

CON

Paolo Anile - Liliana Di Stefano – Francesco Gennaro -

Paola Mangano - Giuseppina  Radice – Francesca Rando – Rita Stivale

e con  Yves Bergeret e Pia Scornavacca

TEATRO COPPOLA

CATANIA

8, 9 DICEMBRE 2017 ore 21.00

 

 

 

*


Carena è l'Odissea dei migranti, degli stranieri, dell'Uomo, narrata in forma corale  dal poeta francese e dagli  stessi migranti dopo il loro incontro in una misteriosa isola (la Sicilia).

E' una storia vera. La storia di uno straniero tra stranieri in un luogo mitico dell'Isola, Rondinò, dove il poeta  inviterà gli uomini del Sahel a un laboratorio di scrittura. Le parole e il racconto della loro umana avventura confluiranno nel Grande Racconto degli uomini per fondare un Futuro. Per salvarci e salvare un'Europa ormai vecchia e stanca. I Carpentieri della Parola, insieme al poeta, con la parola costruiranno la Carena metaforica della  nuova Arca, in una forma poetica a cui si contrappone  il  gesto del quotidiano, contaminata da vari materiali (ferro, legno, carta, tessuti, pietra, plastica).

In una sinergia costante di Art in action, i materiali saranno assemblati in installazioni da un'artista durante lo svolgersi delle scene, che avranno un andamento corale, da cui emergono per poi ritornare nel coro i protagonisti della vicenda narrata, in un fluire osmotico  senza soluzione di continuità. Il linguaggio poetico impreziosisce la  drammaturgia che scorre tra varie forme d'arte  accostate in interazione costante: diversi codici linguistici, musica, video, installazioni. L'insieme concorre  a configurare una complessità e un pluralismo antropico e artistico che sono alla base del progetto teatrale.

La Carena è  simbolicamente un  Nuovo Linguaggio di cui in questo nostro tempo sono portatori i migranti, uomini del futuro dalle arcaiche, sane radici, semi di una nuova genìa di Ulisse che, prosecutori ideali, dagli echi della savana, attraverso il mare, giungono in Sicilia, una terra mitica, grembo di dei ed eroi, per fondare  insieme, con la Parola nuova, un mondo nuovo improntato ai valori della Bellezza, del Bene, del Vero. Uomini di fede e di buona volontà che vogliono crescere  nella gioia di una comunicazione nuova, onesta, vera, creativa, come gli interpreti, volutamente attori non professionisti.

 

NOTE DI REGIA

Carena: dal buio alla luce.

Lavorare drammaturgicamente su un testo poetico della portata di Carena è stato difficile ed esaltante. Un'esperienza complessa e affascinante che mi ha fortemente coinvolto  fin da quando l'autore, Yves Bergeret,  mi ha proposto di mettere in scena il suo poema, proposta che ho accolto entusiasticamente, come una  magnifica sfida.

Davanti ad un materiale così  ricco e vasto, con umiltà e sincerità ho dovuto fare scelte difficili, a volte ostiche, ma necessarie e funzionali alla sua rappresentazione.

Nell'adattamento teatrale ho seguito dei criteri basilari su cui si è innervata tutta la struttura.

Il primo è la dimensione corale che ho scelto  immediatamente di dare allo spettacolo, evocativa del teatro greco, che  ha  certamente una funzione estetica, ma anche sostanziale.

Il secondo è dare a Carena  un taglio metaforico, la trasfigurazione di una realtà complessa di una storia vera con personaggi tutti  realmente esistenti o esistiti, senza indugiare nei facili percorsi del  vittimismo o della retorica, trattandosi di un tema già abbondantemente saccheggiato in tal senso.

Nella  versione teatrale 8 personaggi raccontano in  forma simbolica  la storia di  un sogno possibile, dove tutti insieme migranti, stranieri, all'amarezza di un Presente degradato sognano di sostituire la freschezza  di un Futuro forte, limpido, onesto.

L'odissea dei migranti, veri e metaforici, (siamo tutti migranti in questa vita) qui diventa parte del Grande Racconto della Vita, forza e progetto coeso. Il Poeta, nell'azione drammaturgica interpretato da tutti i componenti del coro in rotazione, narra  la sua e la storia degli uomini del Sahel, incontrati durante uno dei suoi  innumerevoli viaggi in Sicilia, isola che qui  assume una dimensione mitica, ponte di culture e di nuove dimensioni della vita. Invitati a scrivere insieme a lui in laboratori di scrittura, i migranti troveranno nella  nuova parola cercata una fresca sorgente di speranza di un futuro che possa scardinare la “vecchia Europa imputridita...” come recita uno dei personaggi nel primo racconto.

Un terzo criterio è stato dare alla messinscena un tono variegato, dinamico, a volte ironico, con qualche guizzo umoristico, profilandosi  nella riproduzione surreale  di gestualità del  quotidiano e del domestico, in cercato contrasto con la raffinatezza del verso, contrasto che, lungi dal diminuirne l'intensità e il valore, vieppiù li esalta, fuggendo da una seriosità che svilirebbe e appiattirebbe il significato intrinseco dell'opera.

Infine ho voluto il poeta, i migranti, i siciliani, tutti intercambiabili,  sempre in scena, in uno scambio osmotico costante di ruoli, in una unità che si frantuma per poi ricomporsi, in un susseguirsi incessante di 21 racconti, quadri dinamici dove il confine è scandito e accompagnato dalla varietà dei suoni di un metronomo, di un sax, di  percussioni con materiali naturali, dalle pietre ai legni, ai corpi, in  una  sinergia di varie  arti e linguaggi, dalla scrittura alla scultura, alla musica, prevalentemente dal vivo, alle immagini proiettate, in un  dialogo costante con la dimensione creativa, laddove l'atto creativo è l'unico modo possibile di realizzare un cambiamento.

Ne è scaturita  una struttura fluida, frammentaria e unitaria al tempo stesso, aperta e flessibile come  segno  tangibile di questo percorso. Tutti stranieri, tutti migranti, tutti poeti, tutti carpentieri, a vari livelli e strati di comunicazione, per costruire una  nuova barca, per andare oltre.

Un ultimo dettaglio non insignificante è  avere scelto interpreti che non fossero canonicamente attori, ma generosi uomini e donne  uniti da una comune tensione etica, volontari  testimoni del loro  impegno civico che li ha spinti ad abbracciare il progetto Carena, Carena materializzata in una  grande scultura di fil di ferro,  alla quale durante lo spettacolo la  performer in scena  darà una nuova veste.  Protagonista simbolica di questa speranza, di questo sguardo al futuro,  presenza muta e tangibile al centro della sala e del pubblico, la Carena della nuova Arca è la promessa che ci salverà dal Diluvio del nostro Tempo, solcando  nuovi mari e  nuove dimensioni dell'Essere.

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Novembre 2017 16:42
 
Teatro Manzoni di Pistoia - Dal 17 novembre, "Richard II" diretto da Peter Stein. Con Maddalena Crippa PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 13 Novembre 2017 18:56


Teatro Manzoni Pistoia

Stagione di prosa 2017_2018


da venerdì 17 a domenica 19 novembre 2017
(feriali ore 21, festivo ore 16)

RICHARD II



di William Shakespeare
traduzione Alessandro Serpieri
riduzione e regia Peter Stein

con Maddalena Crippa (nella foto), Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi, Andrea Nicolini, Graziano Piazza, Almerica Schiavo, Giovanni Visentin, Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano,  Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Laurence Mazzoni

scene Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Roberto Innocenti

una produzione
Teatro Metastasio di Prato


IL TEATRO SI RACCONTA
Incontro con la compagnia
sabato 18 novembre 2017, ore 17.30
(Saloncino Manzoni, corso Gramsci 127)
ingresso libero fino a esaurimento posti


°°°°



Dopo Giulia Lazzarini, un'altra grande attrice torna al Teatro Manzoni: è Maddalena Crippa, protagonista, nel ruolo del titolo, di Richard II, uno dei testi shakesperiani meno conosciuti, in scena dal 17 al 19 novembre nella stagione di prosa per “Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017” (feriali ore 21, festivo ore 16). Un'occasione preziosa, a lungo cercata, per ospitare a Pistoia uno spettacolo di Peter Stein, il grande regista tedesco, tra i massimi artisti internazionali, che da anni lavora stabilmente anche nel nostro paese (da ricordare almeno l'allestimento de I demoni di Dostoevskij, realizzato nel 2009, una maratona di quasi 12 ore di grandissimo teatro con oltre 25 attori, in Toscana visto solamente al Teatro Fabbricone di Prato). Ed è grazie alla collaborazione con il Teatro Metastasio, produttore dello spettacolo, che è oggi possibile ospitare a Pistoia il lavoro del Maestro Stein.

In scena, al fianco di Maddalena Crippa, un cast eccellente composto da Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi, Andrea Nicolini, Graziano Piazza, Almerica Schiavo, Giovanni Visentin, Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano, Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Laurence Mazzoni. Lo spettacolo, presentato nella traduzione di Alessandro Serpieri, è impreziosito dalle scene di Ferdinand Woegerbauer, dai costumi di Anna Maria Heinreich e dalle luci di Roberto Innocenti.

Per il ciclo “Il teatro si racconta”, la compagnia incontrerà il pubblico sabato 18 novembre alle ore 17,30 al Saloncino Manzoni. Aperitivo in tema alla Caffetteria del Teatro ne giorni di venerdì 17 e sabato 18 novembre, alle 19,30 con “Shakespeare at dinner”: speciale degustazione di formaggi e dolci della tradizione inglese.

“Richard II occupa un posto particolare nell’opera di Shakespeare – spiega il regista Peter Stein – anche fra le sue tragedie dedicate ai Re. Il dramma tratta esclusivamente della deposizione di un re legittimo. Un tema politico eminente che facilmente si può trasporre ai nostri tempi: è possibile deporre un sovrano legittimo? Il nuovo re non è un usurpatore? Una tale deposizione non è simile all'assassinio di ogni ordine tradizionale? Durante il suo regno Richard II ha messo contro di sé tutte le forze sociali: egli ha sfruttato il proprio potere in tutte le direzioni immaginabili, ha sconfinato le proprie competenze e si è preso ogni libertà, anche sessuale.

È un giocatore, un attore, ma pur sempre un re che, anche dopo la sua deposizione, rimane un re; mentre il suo rivale – che prende il suo posto sul trono come usurpatore – genera esattamente lo stesso meccanismo di ostilità contro il suo potere, poiché tale potere si basa sul puro arbitrio. Richard, che nella sua esaltazione va oltre il proprio tempo, poiché la monarchia assoluta si sarebbe sviluppata molto più tardi, può essere interpretato utilmente da una donna che recita la parte maschile. In questo modo diventa ancora più chiaro il carattere inconsueto di questo re e gli aspetti fondamentali della discussione politica risultano più evidenti. Anche la profonda malinconia dell’ultimo monologo di Richard, quando è in carcere, dove parla dell’inutilità e della mancanza di senso dell'esistenza umana, ci può toccare in modo più commovente."

*Ufficio Stampa a cura di Francesca Marchiani

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Novembre 2017 17:02
 
L. TEMPESTINI e S. CERVINI - Le 'Carceri' di Stephen King ("It", un fim di Andreas Muschietti) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Pizzuto   
Martedì 31 Ottobre 2017 17:54

 

Punto di (s)vista

 


LE ‘CARCERI’ DI STEPHEN KING


“IT” dal romanzo di Stephen King

regia di Andreas Muschietti

con Bill Skarsgård, Sophia Lillis, Owen Teague, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard

USA 2017, distribuzione Warner Bros. Pictures

°°°°

I Morti hanno freddo. Vivono nei sottosuoli di grandi o piccole città: cantine, condotti fognari smisurati, cisterne esalanti costante umidità e disagio, luoghi paralleli battuti dalla pioggia. Adolescenti e bambini spaventati dalla solitudine, ancora più marginali di quanto siano stati in vita. Piangono chiedendo calore, e una possibilità di ritorno, invocano l’abbraccio dei fratelli maggiori e la casa, il nido, il mondo di sopra, la vita di prima.

Ma noi, i vivi, abbiamo smarrito da tempo la capacità di illuderci, di trattenere o ridare forma. Sappiamo che il Tempo è perduto per sempre, e non tentiamo neppure – assurdamente – di abbracciare le Ombre fuoriuscite dall’Erebo. Alle lacrime “dei ragazzi, e dei vecchi che hanno molto sofferto, delle fanciulle con un dolore recente nel cuore” possiamo rispondere solo con lo strazio impotente, con il dolore che ci ronza nelle orecchie come uno sciame di vespe, con l’illimitato rimpianto.

Quello che ci resta è un disegno in qualche modo eroico: unire le nostre debolezze, le nostre ferite, le nostalgie, gli handicap apparenti (stigmatizzati e perseguiti dalla comunità solo perché segno di diversità rispetto al canone; invisibili lettere scarlatte che attirano vessazioni sistematiche), e un sotteso senso di giustizia. Le piccole o grandi qualità interiori che contraddistinguono ciascuno – irrise, spesso, dalla grettezza farisaica del mondo adulto circostante, dall’ottusità bestiale della maggior parte dei coetanei – si amalgamano in un processo alchemico, dando vita a una materia composita come gli scafi dell’800, fatti di ossatura d’acciaio e fasciami di legno eppure perfettamente funzionali.

Questa sostanza nuova, scaturita dalla saldatura dei percorsi esistenziali accidentati dei sette ragazzi protagonisti di “IT”, permetterà loro di fronteggiare e ricacciare nell’oscurità infera il Male, incarnatosi in un sinistro e suadente clown, Pennywise, da vari decenni rapitore e uccisore di bambini e adulti nell’apparentemente idilliaca cittadina di Derry, nel Maine.


Ma se Pennywise non è che la rappresentazione della concreta quanto occulta violenza di un intero villaggio, elevato a simbolo di ogni possibile abiezione umana, la vera battaglia per il gruppo dei Perdenti (il balbettante Bill, ossessionato dalla scomparsa del fratellino Georgie, l’obeso ma intelligente e sensibile Ben, il coloured Mike, Beverly dai capelli di fiamma, devastata dalle molestie del padre pedofilo, il sarcastico Richie, fool della banda, l’esile Eddie tormentato da una madre/mostro che per tenerlo stretto a sé lo convince di essere gravemente malato, Stan, ragazzino ebreo inseguito dalle allucinazioni procurategli dalla lettura obbligatoria della Tōrāh) sarà affrancarsi, anche in modo sanguinoso, dalle famiglie disfunzionali e dai persecutori d’ogni età.

Prima ancora, poiché si tratta di creature poste sulla linea invisibile che separa l’infanzia dall’adolescenza, quindi ancora capaci d’incanto, trovare gli istanti irripetibili, epifanici che renderanno eterna quell’estate: il bagno nel fiume increspato di sole, le corse in bicicletta, tutti insieme, verso l’orizzonte.

Alla fine, vera prova iniziatica, salveranno gli scomparsi non ancora uccisi da Pennywise – fra i quali Beverly –, i cui corpi galleggiano nell’aria, presi da una forma di astrazione immemore e atona, entro una caverna conica scavata nella roccia dalle unghie dei giganti, alla cui sommità è situata un’apertura che lascia filtrare una luminescenza d’acquario. Come nelle Carceri di Piranesi, lo spaesamento è dato dai volumi e l’impossibilità di fuga psicologica dal dissolversi nell’aria del concetto stesso di speranza e realizzazione dell’identità. Tormento ulteriore, immaginiamo, quella lontana fenditura, attraverso la quale alle creature sprofondate nell’ipnosi può giungere, irraggiungibile e sottile, l’odore del grano insieme alla nostalgia della vita.


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Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Novembre 2017 16:00
 
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Vice direttore

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Coordinamento redazionale
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Redazione affari sociali

Francesco Nicolosi Fazio
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