Anno XI, 22 | 09 | 2017
Benvenuti

 

Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

Città del Sole - www.cittadelsoledizioni.it - P.I. 01484160807

Tutti i commenti relativi al giornale e ai suoi contenuti, certamente graditi, possono essere inviati al direttore o al vicedirettore.

Recapito telefonico +39.347.6388745

 


Notizie
Articoli
Pagine
Anna DI MAURO - Sette porte. Un fratricidio ("I Sette contro Tebe" al Teatro Greco di Siracusa) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 05 Giugno 2017 19:40

 

Il mestiere del critico

 

SETTE PORTE. UN FRATRICIDIO


I Sette contro Tebe al Teatro Greco di Siracusa

°°°°

 

La tragica sorte della genìa di Cadmo è il fil rouge di questo 53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa. Con le Fenicie di Euripide, i Sette contro Tebe indagano sui misteri del destino dei labdacidi da due angolazioni diverse, pur ruotando intorno al tema principale: la brama  di Potere, avida belva umana spinta fino all'eccidio del suo stesso sangue. Il Privato collide con la Ragion di Stato.

La vicenda dei Sette contro Tebe, in questa onesta e onusta regia di Marco Baliani, si apre con un  aedo del nostro tempo (il fine dicitore Gianni Salvo) che, dopo aver narrato l'antefatto, ci accompagna magicamente per mano fino alle porte di un Tempo divenuto Mito, lasciandoci approdare a una dimensione consegnata all'eternità. Teatro delle dolorose vicende  una Tebe assediata, tremante di terrore, dilaniata dal conflitto insanabile tra Eteocle e il fratello Polinice. Quest'ultimo rivendica il trono sul quale, a turno i due fratelli, infelice stirpe di Edipo, avrebbero dovuto  sedere, spartendosi il regno da buoni fratelli.

Qui il conflitto è  riverberato nello spazio claustrofobico dell'agorà della  città, scandito dal concitato e scomposto andirivieni del popolo di Tebe, soprattutto donne, come in tutte le città in guerra, in preda alla paura, sommerso e accerchiato dal qui determinante, efficace  ruolo dei cupi suoni incessanti dell’esercito minaccioso, tra un fragore di armi frammisto allo scalpitìo e all'incessante nitrire dei cavalli, in una  rappresentazione dell'angoscia degli assediati  affidata al  movimento incessante dei corpi accompagnati nella loro “danza tribale” dai suoni della guerra che si sente, ma non si vede. Essa si preannuncia aspra e terribile.

Le suggestioni di cui l'asciutto testo è opportunamente rivestito utilizzano gli elementi del teatro classico, dal coro alle macchine teatrali (qui un esile traliccio, bastoni, maschere, un altoparlante, fumogeni), mescolandoli, senza tuttavia interrompere la tensione scenica. Il prologo e l'epilogo  sono un innesto dello stesso Baliani. I colori della scena  iniziale sono  prevalentemente terragni. I costumi  cromaticamente assecondano la scenografia agreste di un campo dominato da un unico albero-totem centrale, simbolo di una pace agreste ora in pericolo.

Eteocle, eroe fragile e impietoso, alle prese con donne impaurite, appare da lontano, “umano, troppo umano” deus ex machina senza eternità, deciso a lottare e difendere la città dall'esiliato fratello, irremovibile nella sua decisione di non cedere il trono, pronto a sacrificare  la sventurata città e la sua famiglia, qui incarnata da una dolente e impaurita Antigone (una vibrante e misurata Anna Della Rosa), orante e presaga della tragedia incombente. Il  primo conflitto familiare esplode tra Eteocle insofferente alla preghiera e la sorella (originariamente le parole sono del coro) che invano tenta di esplorare la pietà divina con preci e invocazioni. Già fin dall'inizio le parole tremanti di Antigone, ancora fragile e impaurita, come tutte le donne che sanno quale sarà la loro sorte, stupro e schiavitù, altercano con la durezza del fratello, anticipando altri e ben più gravi conflitti.

Le sette porte di Tebe per decisione di Eteocle saranno difese da campioni tebani opportunamente scelti a  fronteggiare i sette temibili guerrieri nemici, tra cui Polinice, a cui si opporrà lo stesso Eteocle. L'enumerazione dei sette guerrieri argivi e dei sette guerrieri tebani, che occupa una parte centrale del dramma, viene  arricchita da coreografie emblematiche, chiamate a rivestire la scarna vicenda e contemporaneamente ad accentuare la suspence di un assedio annunciato e ampliato dalle inquietanti descrizioni dell'araldo dei temibili argivi. Puntualmente in contrapposizione, Eteocle enfatizza la difesa tebana che strenuamente riuscirà ad avere la meglio sugli argivi invasori. La città è salva, annuncia finalmente l'araldo,  ma i due fratelli si sono dati la morte di reciproca mano. In un mesto epilogo, mentre incombe il rombo di aerei ed elicotteri di sapore siriano, il dolore e il lutto mescoleranno il loro pianto alla voce metallica di un altoparlante, diavoleria  tecnologica che irrompe sulla scena, annunciando freddamente che Eteocle, difensore della patria avrà degna sepoltura, mentre Polinice, nemico e invasore della patria  resterà insepolto, preda delle fiere e dell'oltraggio degli elementi. Da una parte Antigone, ora forte e decisa a dare al fratello Polinice la sepoltura negata, dall'altra Ismene con Eteocle, nello strazio di una terra bombardata e divisa: così si chiude la dolente storia sulla quale giunge lieve l'aedo a stendere delicatamente un velo, invitando a meditare sulla desolante conclusione.

“Uno spettacolo in corsa” lo definisce Baliani. Fuga inutile. Al destino non si sfugge. Evidente l'intento registico di introdurre schegge di contemporaneità che affranchino dalla retorica senza intaccare la sostanza dell'opera, squarciandone il tempo in un delicato omaggio alle tragiche vicende della storia  contemporanea.

Più che mai attuale il monito che ne discende: il Potere  rompe i legami di sangue, mette in pericolo la terra da cui siamo stati generati, semina di cadaveri e di pena un mondo dove la felicità negata passa attraverso il rancore, la bramosia, la miseria dei sentimenti, erosi da una ottusa e vana ricerca dell'effimera  gloria e dei fatui totem del nostro mondo corrotto. Da questo tempo remoto gli echi di una storia che in noi è carne viva ci chiede di riflettere su quali siano i veri valori sui quali fondare la nostra precaria, ma non per questo meno preziosa, esistenza.

°°°°

Sette contro Tebe

di Eschilo

traduzione  Giorgio Ieranò

Regia          Marco Baliani

Scena e Costumi  Carlo Sala

Musiche   Mirto Baliani

Coreografie  Alessandra Fazzino

Produzione I.N.D.A

 

Con Marco Foschi – Anna Della Rosa – Gianni Salvo – Aldo Ottobrino – Massimiliano Frascà –  Liber Dorizzi

Coro Accademia del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro Giusto del Monaco

Teatro Greco di Siracusa fino al 25 Giugno

Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Giugno 2017 19:57
 
T.L.P. - "Manifesto" con C. Blanchett apre il Biografilm di Bologna PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 02 Giugno 2017 12:26

TREDICI VOLTE BLANCHETT FANNO UN BEL MANIFESTO*



Diretto da Julian Rosefeldt (e tratto da una sua installazione) il film in cui l’attrice recita le dichiarazioni d’intenti

dei movimenti culturali e politici del ‘900 aprirà il 9 giugno il Biografilm Festival di Bologna



Nel 2015 il regista e artista tedesco Julian Rosefeldt presentò in Australia una videoinstallazione intitolata Manifesto, della durata di 130 minuti, composta da 13 piccoli film.

L’opera, esposta con successo tra il 2016 e il 2017 all’Hamburger Bahnhof Museum fur Gegenwart di Berlino e al Park Avenue Armony di New York, è poi diventata un lungometraggio di novanta minuti che, dopo un’acclamata prima al Sundance Festival, approderà in Italia in anteprima nazionale al Biografilm Festival di Bologna (dal 9 al 19 giugno) e sarà distribuito in sala il prossimo autunno per I Wonder Pictures.


Interamente girato a Berlino, Manifesto usa tredici personaggi radicalmente diversi, interpretati tutti da Cate Blanchett, per mettere in scena altrettanti monologhi costruiti usando frammenti folgoranti di celebri manifesti politici, artistici e letterari che, da Marx e Engels in avanti, hanno attraversato il Novecento.

Si ascolterà dunque l’attrice spiegare le basi teoriche di dadaismo, futurismo, situazionismo, espressionismo astratto, fino al più recente Dogma 95 capitanato dai registi danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg, alle Rules of Filmmaking di Jim Jarmusch e alla brillante Dichiarazione del Minnesota di Werner Herzog del 1999.


Assistiamo così alla declamazione di un’efficace sequenza di motti dadaisti da parte di una vedova durante un funerale, o al Manifesto bianco di Lucio Fontana urlato da un homeless che si aggira tra i ruderi e nel silenzio di una fabbrica smantellata. L’operazione è affascinante nel suo essere contenitore e contenuto, diversa dal cinema e dall’arte che siamo abituati a vedere, scomponibile in frasi luminose o frame potenti come fotografie, intrigante sia nel formato originario di videoinstallazione che in quello attuale di film.

Brillano nell’epilogo, spiegati da una maestra ai suoi piccoli allievi di una scuola elementare, i “manifesti” del cinema più recente, ovvero Dogma 95, le Golden Rules e la Dichiarazione di Herzog, che scriveva: ci sono strati più profondi di verità nel cinema, e c’è qualcosa come una verità poetica, estatica. E’ misteriosa ed elusiva, e può essere raggiunta solo grazie a invenzione, immaginazione e stilizzazione”-

 

*Tiziana Lo Porto (Il Venerdì di Repubblica), che ringraziamo

 

 
Angelo PIZZUTO- La Rivoluzione, tra aporia e macchina celibe ("La morte di Danton" di Buchner-Martone, all'Argentina di Roma) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 30 Maggio 2017 17:44

 

Il mestiere del critico



LA RIVOLUZIONE, TRA APORIA E  MACCHINA CELIBE

Al Teatro Argentina di Roma, la stagione si completa con l'ambizioso, vigoroso "La morte di Danton" di Buchner, regia di Mario Martone (di nuovo in tournée dal prossimo autunno)

-La Rivoluzione Francese è la Soglia della modernità malata, l'avvento della barbarie, la perdita della pietas. (Anna Maria Ortese)

-A buttarla in poesia, la Rivoluzione è un aquilone. Sai che non starà sempre in vetta, che qualche vento avverso lo abbatterà. Ma non si può fare a meno di amare, rincorrere gli aquiloni. (poeta anonimo)

-Per resistere a se stessa, la Rivoluzione dovrebbe essere permanente. Cioè farsi tensione, vocazione etica, non imponibile a nessuno perchè inconciliabile con il libero arbitrio. Per resistere nel tempo la Rivoluzione si fa quindi regime, apparato, burocrazia, delazione. Snaturando la sua indispensabile natura-struttura di equità e libertà per l'uomo e la società. In definitiva, la Rivoluzione è una tragica aporia, i cui combattenti fanno a gara di "incorruttibilità". Senza vincitori, ma milioni di vinti. (Noam Chomsky)

°°°°

Nel più bello, anzi brutto, della rivoluzione global-tecnologico-strozzina che (ignari e precari del “che ne sarà di noi?...polvere alla polvere”) durerà almeno per tutto il secolo in corso, proviamo a ragionare di Rivoluzione con metodo, senza accensioni ideologiche e nemmeno sconforti da generazione perdente.

Ad iniziare dalla semplice constatazione che, con molta probabilità, idea e prassi della medesima sono 'conquiste' di era moderna (18° sec.  dintorni), mentre nei tempi passati fu tutto un ribollire di tumulti, insurrezioni, guerriglie, regicidi e cambi di guardia (da Eschilo a Shakespeare non mancano gli esegeti-poeti), incastonati in quell’alveo leggendario e insindacabile che inizia dalla missione mistica di Mosè in rivolta contro l’Egitto per poi esaltarsi, più prosaicamente, in Spartacus terrore del patriziato romano e  Robin Hood dei Potentati d’Inghilterra.  Tralasciando (volutamente) i tanti Masaniello, Vespri siciliani, Cola di Rienzo e Peppa la Cannoniera, di cui pullulano le cronache “regionali” e di tanti “regimi”,  a comune denominatore della credulità e fuoco-fatuo del ribellarsi  senza “mezzi di produzione” e gramsciano possesso di strumenti culturali propositivi ed antagonisti.

Ad un principio di Rivoluzione attendibile, analizzabile con le lenti  della politologia e non del mito, si arriverà infatti con quella Francese e, oltre un secolo dopo con quella Russo-Sovietica, entrambe plasmate sulla carismatica presenza di leader, strateghi, ideologi, esecutori (spesso di lavoro sporco). E dall’inedita, innovativa, ambigua connotazione di Partito politico, bisognevole di esprimere una sua “rappresentanza” al Potere, che sarà vigore  e sventura “delle avanguardie e della conservazione”: con  inesorabile, cartesiana regolarità.

Non sappiamo se Buchner, vissuto poco più di vent’anni, a inizio 800, genio della scrittura e della ricerca scientifica (insigne anatomista), avesse conoscenza ed intuito per  anticipare le tediose osservazioni del presente. Sta di fatto che tutto l’ingente spettacolo desunto da  Mario Martone da “La morte di Danton”, quegli strumenti (di critica e disillusione) li  dà per acquisiti – quindi adatti  ad essere il  paradigma di una valutazione-concentrazione della Storia (che fu e che verrà) simile a 'macchina celibe' alla quale ci si sforza, per approssimazione, di dare un senso. Probabilmente perchè esempio tragico di una aporia "bifronte", secondo cui intransigenza ideologica e sovvertimento dal "volto umano" hanno entrambi una specifica "necessità" di essere. E nonostante le forze in campo (sopraffazione, sottomissione, egolatria, fanatismo) siano sempre eguali  a se stesse,  cambiando al massimo di costume, postura  e contesto uomo-polis.

Scritto in sole cinque settimane, tra il gennaio e il febbraio del 1835, da un “genius” post-adolescenziale  in fuga dalle autorità dell’Assia (dove era stato coinvolto in una rivolta locale), “La morte di Danton” (che anticipa  di due anni il più celebre “Wojzeck” e di uno appena la fiaba filosofica di “Leonce e Lena”)  ha il suo perno  sulla contrapposizione tra i due protagonisti di una tragedia collettiva:  compagni prima e avversari in seguito, entrambi destinati alla ghigliottina a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Ed in linea con quel grumo di pensiero su cui Martone lavora almeno dal tempo di “Noi credevamo”, ovvero   l’inevitabilità con cui un moto di popolo finisce per divorare se stesso. E una sommossa nata per i più “nobili ideali” diventare spietato regime. O dissoluzione, 'ritorno a casa' di vittime e profittatori.

Immagini scandite, nel tempo e negli spazi a venire, dai  “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Russia, Rivoluzione d’Ottobre), dalle utopie tradite di Castro e della Rivoluzione cubana (rispetto all’integralismo messianico di Che Guevara), dalla degenerazione dei Soviet in comitati d’affari, morte d’esportazione (come nel caso di Trotskj) e incresciosa spartizione del pianeta in aree di influenza (nazismo, Yalta, imperialismo yankee, esportazioni necrofile di democrazia…).

°°°°

Quale chiave espressiva adotta Martone per un allestimento così complesso, corale, talvolta di grana grossa? Quella di un’epica stracciona, mista di sangue, sudore e macchine di morte, alleviati da blande crapule fra postribolo e mal venereo. Prassi scenica che potrà anche infastidire per certi suoi passaggi kolossal o di compiaciute contaminazioni dialettal-iconografiche (così simili ai bassi di Napoli). Ma che resta vigorosa, impetuosa, collettiva, anche nel suo sbozzare antifrasi ed epifenomeni di “marmaglie di complemento”.

Quasi un miracolo di “distillati  attorali” e  “tonali consonanze”   nel comizio di incitamento alla presa della Bastiglia che completa il primo atto (con Robespierre e Sain Joust ad arringhiare con cinismo la plebe informe).

Restando Danton (Giuseppe Battiston,  umana valanga di crapula, impeto e dubbio ragionevoli, incarnazione ad oltranza di filosofia epicurea)  'l’uomo in rivolta', 'solitario e solidale',  perplesso di se stesso, che insegue l’stante,  incerto al mattino se arriverà la sera, per lui e non solo   E Robespierre (l' affilato, esaltato, dialetticamente ferrato Paolo Pierobon)  incarnazione ossuta, mingherlina, indomita di un “mito di Sisifo” che dall’intelletto proto borghese si scaraventa sulla massa:  mucillagine cieca, impellente, assassina di un popolo plagiato, piegato e tumefatto dalla voragine del Termidoro, ‘nutrita’ di  fame e parole d’ordine (narcosi dell’indigenza più infima: quella del libero arbitrio espiantato dalla miseria).

Buchner? Il  meno romantico di epoca romantica,  il testimone più disilluso, concreto, depurato di titanismo subliminale- osservatore della “dinamica delle cose..irrazionale..sempre più simile a quella dell’homo sapiens”. Non esplicabile, men che mai incatenabile.

°°°°

Una produione Teatro Stabile di Torino

"La morte di Danton"

di Georg Büchner

traduzione Anita Raja

regia e scene Mario Martone

con (in ordine alfabetico) Giuseppe Battiston, Fausto Cabra, Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Roberto De Francesco, Francesco Di Leva, Pietro Faiella, Gianluigi Fogacci, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Ernesto Mahieux, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Totò Onnis, Carmine Paternoster, Irene Petris, Paolo Pierobon, Mario Pirrello, Maria Roveran, Luciana Zazzera, Roberto Zibetti

e con Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta

costumi Ursula Patzak

luci Pasquale Mari

suono Hubert Westkemper

registi collaboratori Alfonso Santagata e Paola Rota

scenografo collaboratore Gianni Murru

si ringrazia per la collaborazione Bruno De Franceschi

Ultimo aggiornamento Sabato 10 Giugno 2017 17:11
 
Anna DI MAURO - "Troiane" al Teatro Greco Romano di Catania PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 30 Maggio 2017 09:55

 

Il mestiere del critico

 

Ilio/Catania

Itinerari del dolore in una città in bilico tra declino e speranza di rinascita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Troiane. Canto di femmine migranti” da Omero-Euripide-Seneca, regia di N.A. Orofino, al Teatro Greco Romano di Catania

 

°°°°

 

C'è la polvere dei secoli, il silenzio della pietra, il respiro del mito e la sciagura di essere donne tra eterni conflitti, in queste Troiane. Canto di femmine migranti da Omero, Euripide e Seneca, adattate dal prolifico regista N. Alberto Orofino, in uno spettacolo itinerante attraverso gli ambulacri del Teatro Greco-Romano di Catania, il Luogo Altro affascinante e suggestivo dove la rassegna “Altrove” del Teatro Stabile di Catania ha ambientato il suo terzo spettacolo.

Guerra. Deportazione (oggi migrazione). Morte. Dolore protratto. La femmina assoggettata al maschio. Questi i temi delle Troiane. In una città conquistata e messa a ferro e fuoco, senza rispetto per le donne i vecchi, i bambini, la parte debole del sistema sociale, poiché gli dei e i greci ne hanno decretato la rovina, il destino delle femmine è andare prigioniere e schiave nelle case dei nemici, senza distinzione di età o di rango.

La voce delle infelici, stuprate, orbate dei figli, dei mariti, dei fratelli, risuona nei meandri dei sottopassaggi, ruggisce, prorompe in lamentazioni, si erge tra i litici spazi creando cupe risonanze, conducendoci, noi migranti, nei recessi del dolore e del pianto, del fato e del canto di chi è reso immortale dall'abitudine al dolore. Uno strazio ormai svuotato, ma non inerte in cui amore e guerra eternamente uniti, coesistono.

La struttura dell'opera, semplice e dinamica, percorre gli ambulacri in sette stazioni. Una Via Crucis. Espianto e mostra di figure femminili in sei stazioni. Solo nella settima il protagonista è un uomo dietro le sbarre. Metafora della prigione di un destino avverso e ineluttabile.

La forma dello spettacolo è duttile e per chi volesse percorrere per la seconda volta l'itinerario si troverebbe davanti a diverse modi di rappresentazione. Il dolore ha molte facce.

Se la violenza e la sottomissione sono le barbare strategie del vincitore-maschio, la dignità e la forza delle sconfitte è ancora una via possibile, nel breve tempo del racconto/monologo, in una sequenza di immagini che incanala le energie sotterranee perché si possa e si debba ancora sperare.

Certamente nello spettatore prossemico al mito e al pathos si acuisce la pena per chi soffre.

Un percorso della carne e della poesia accanto a noi che assistiamo impotenti a tutto questo, laddove la funzione educatrice del teatro è enfatizzata dalla presenza viva del personaggio che a pochi passi da noi consuma il suo strazio, lasciandoci addosso il suo fiato e la sua ferita.

Sulla via del ritorno il pubblico sciama dopo avere condiviso per un'ora tristi destini con la sensazione che questa condizione ci riguardi molto da vicino, che ci siamo dentro tutti con le nostre storie e la nostra Storia di cui siamo partecipi e responsabili e che i soprusi e le angherie per brama di Potere non siano finiti . Fino a quando? “...finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”? Forse no. Forse, finché il Teatro e l'Arte si faranno carico di tutto questo, la speranza di un destino diverso è già Presente.

 

°°°°

 

Troiane-Canto di femmine migranti

da Omero-Euripide-Seneca

adattamento e regia di N. Alberto Orofino

costumi ed elementi di scenografia di Vincenzo La Mendola

con Egle Doria, Silvio Laviano, Luana Toscano, Alessandra Barbagallo, Lucia Portale, Marta Cirello, Valeria La Bua

 

produzione Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Senza Misura e Progetto S.ET.A.

 

Ambulacri del Teatro Greco Romano di Catania fino a Domenica 28 Maggio.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Maggio 2017 10:09
 
Il "Premio Sicilia 2017" a Isabel Allende PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 02 Giugno 2017 09:06

 

Segnalazioni

 

 

PREMIO SICILIA 2017  AD ISABELLE ALLENDE

Al Teatro Antico di Catania anteprima della settima edizione di Taobuk

°°°°


La casa degli spiritiRitratto in seppiaLa figlia della fortuna, sono solo alcuni dei romanzi di Isabel Allende che hanno conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. La grande scrittrice cilena è amatissima anche in Sicilia, dove cresce l’attesa per la manifestazione che domani, sabato 3 giugno, alle ore 18,30, la vedrà protagonista al Teatro Antico di Catania. Ed è sul millenario palcoscenico di età greco romana che Isabel Allende riceverà il Premio Sicilia, istituito e promosso da Anthony Barbagallo, Assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana.

Si tratta di un evento in esclusiva per l’Italia, ideato e organizzato da Taobuk-Taormina Book Festival, fondato e diretto da Antonella Ferrara e accreditato tra le più importanti kermesse letterarie in ambito non solo nazionale. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana retto dall'assessore Carlo Vermiglio, il Polo regionale di Catania per i siti culturali diretto da Maria Costanza Lentini, il Teatro Massimo Bellini guidato dal sovrintendente Roberto Grossi.

Isabel Allende dialogherà con la giornalista Alessandra Coppola, firma del Corriere della Sera. Le letture saranno affidate all'attrice catanese Donatella Finocchiaro. Le musiche dal vivo saranno eseguite dal Bellini String Quartet, affermato ensemble che prende il nome dal grande compositore catanese, come il teatro di cui fanno parte i virtuosi che lo compongono; si tratta infatti di elementi di spicco dell'Orchestra del Teatro Massimo Bellini. La formazione è composta da Vito Imperato, primo violino di spalla dell'Orchestra,  Alessio Nicosia, violino, Luigi De Giorgi, viola, Vadim Pavlov, primo violoncello. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Le finalità e le prospettive del “Premio Sicilia” s’inseriscono nell’innovativo rilancio del turismo culturale, fortemente voluto dall’Assessore Regionale al Turismo Anthony Barbagallo. «Un’azione all’interno della quale la letteratura ha avuto un ruolo di rilievo – sottolinea l’Assessore Barbagallo – con l’individuazione di percorsi turistico-letterari e la promozione di un festival internazionale qual è Taobuk. Momento cruciale dell’evento sarà lo speach dall’impronta fortemente autobiografica che Isabel Allende terrà davanti al pubblico. Una riflessione, quasi un racconto, intitolato “Madri e figlie.

Il coraggio delle donne attraverso le generazioni”, un’ampia riflessione sui risvolti universali, culturali e civili, ma soprattutto umani, che assume il rapporto di ascendenza e discendenza in linea femminile, inteso in senso non solo genetico.  L'incontro con la Allende rappresenta l'anteprima della settima edizione di Taobuk, che si svolgerà a Taormina dal 24 al 28 giugno e incentrato quest’anno sul tema "Padri e figli".

Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Giugno 2017 16:28
 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 3 di 10
ISSN 2280-6091

info@scenarionline.com
Direttore Responsabile

Angelo Pizzuto
pizzutoang@gmail.com

Vice direttore

Cinzia Baldazzi
cinziabaldazzi@gmail.com

Coordinamento redazionale
Lucia Tempestini
Redazione affari sociali

Francesco Nicolosi Fazio
francesconicolosi.f@tiscali.it

Banner