Anno XI, 20 | 11 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Agata MOTTA - I giorni opachi del gigante gentile ("Le serenate del Ciclope", un libro di R. Petri) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 03 Ottobre 2017 20:30

 

Saggistica breve

 


I GIORNI OPACHI DEL GIGANTE GENTILE


Le serenate del Ciclone di Romana Petri (ed. Neri Pozza)

°°°°

Può capitare, talvolta, che certi grovigli irrisolti si addensino come una matassa gonfia e irta di nodi, che diventino indomabili e aguzzi, che reclamino attenzione e rispetto, forse anche urgenza per non trasformarsi in grumi di dolorosa attesa. E allora bisogna trovare il bandolo e con pazienza riavvolgere il gomitolo per darvi nuova forma e consistenza. L'attesa di Romana Petri è durata venticinque anni, una gestazione lentissima, una lunga notte insonne geneticamente ereditata, ma certe cose andavano dette, proprio a chi non può più ascoltarle.

Le serenate del Ciclone, ultimo romanzo della scrittrice romana, offre in copertina una foto che coagula il senso di un'operazione letteraria sicuramente difficile ma senza dubbio liberatoria e appagante: un uomo altissimo, aitante e muscoloso stringe la mano a una piccolina sorridente che sfida l'obiettivo certa di possedere un eccezionale garante per la propria incolumità. Sono padre e figlia: sono Mario e Romana.

Il poderoso romanzo della Petri, edito da Neri Pozza, è assimilabile a un film baciato da una splendida colonna sonora, ma solo la lettura del libro potrà dimostrare quanto sia calzante l'enunciato; infatti, di cinema e di musica è intrisa la narrazione di una vita, quella del padre dell'autrice, Mario Petri, cantante lirico per vocazione, attore per caso e per necessità, bello per dono di madre natura. Il taglio cinematografico cui si allude non nasce dunque soltanto dalla constatazione che il testo contiene già in sé ottimo materiale per una sceneggiatura o dalla scoperta di piani di ripresa narrativi che guidano e indirizzano lo sguardo del lettore.

Il cinema diventa esso stesso oggetto del racconto, si traduce nei film che il colosso Petri girava negli scomodi panni del Maciste di turno o in quelli visti nel buio di una sala che cementava un'intesa intellettuale ed epidermica tra un padre e una figlia reciprocamente innamorati. Quei film creano miti indistruttibili, come quello di Charles Bronson; quei film porgono volti a personaggi noti soltanto attraverso i racconti paterni (struggente l'identificazione tra Bronson e il Kid, amico d'infanzia del padre di cui Romana s'innamora assurdamente di quell'amore puro e assoluto che solo la giovinezza di chi è capace di identificarsi nei sogni sa regalare); quei film ribolliscono allegramente come mosto nelle botti ancor prima di nascere negli incontri tra sconosciuti cineasti che lasceranno poi indelebili impronte nei decenni successivi.

Sono la finzione contro il principio di realtà, sono la morte ricreata sul set, che risulta devastante agli occhi una bimba che guarda il proprio padre morire sullo schermo pur sentendo la stretta del suo abbraccio intorno al corpo, contro la morte vera, giunta improvvisa e rapace mentre la giovane Romana macina chilometri sotto una pioggia incessante nel tentativo tanto inutile quanto disperato di raccogliere gli ultimi sguardi o le ultime parole. Così la musica: dal timido canticchiare di un ragazzino terrorizzato dal padre violento e vigliacco (divino però nel porgere, come unico dono al figlio, l'oggetto-feticcio, il grammofono, capace di aprire orizzonti nuovi e inesplorati) al potente assolo dinnanzi agli stupefatti contadini nel casolare di nonno Damino nella mitica Cenerente.

La musica all'inizio vibra nelle serenate (quelle del Ciclone, per l'appunto, dal soprannome concesso dagli amici della banda al loro capo incontrastato) cantate sotto disponibili finestre per raggranellare un gruzzoletto e per soddisfare i primi turbamenti erotici, poi diventa obiettivo da raggiungere attraverso lezioni di canto nella capitale, perchè il suo futuro Mario lo vede nella Musica. Così sarà, infatti. Mario Petri diventerà una star internazionale e sembrerebbe il consolante epilogo secondo il quale nei sogni basta crederci per vederli realizzati... forse. Arriveranno i giorni ventosi, le delusioni e i tradimenti, quelli della compagna Giulietta Simionato, pronta a vendicarsi per l'oltraggioso abbandono, e dell'enfant prodige Riccardo Muti, dimentico delle proprie sontuose promesse. I sassi in questa storia, che sembra infinita e si consuma invece troppo in fretta, sono tanti e talvolta sono macigni intrisi di sangue e di violenza. La violenza subìta – quella domestica, quella sul ring, quella della guerra – e quella domata e incanalata che non si esercita mai sui deboli, che si trasforma in risorsa e in autodifesa nel gigante fragile che stramazza di tenerezza per i propri cani.

Romana Petri

Il romanzo, pur nella sua compattezza d'insieme, presenta una cesura plausibile e necessaria tra la prima parte – che gode del distacco rassicurante del narratore onnisciente nella rappresentazione di una realtà ricostruita e immaginata - e la seconda in cui il narratore interno, in questo caso coincidente con l'autrice, tende a mostrarsi troppo, a farsi lei stessa gigante, svicolando dal ruolo di spettatrice per aggirarsi tra le strettoie di sentimenti ed emozioni del tutto personali. In realtà la storia della propria famiglia, in cui entrano in campo medio la madre, solido punto di riferimento anche nei momenti in cui la malattia la rende apprensiva e distante, e in campo lungo il fratello David, nato per sbaglio in un momento sbagliato e forse per questo destinato a rimanere l'unico fotogramma più sbiadito, si trasforma in occasione introspettiva.

Se nella prima parte abbiamo conosciuto Mario Petri, nella seconda conosciamo Romana che, raccontando del padre, racconta se stessa. L'iniziazione alla letteratura avviene attraverso i poemi omerici, epica narrata epicamente dal padre sulle sponde del letto o tra vigorose bracciate in alto mare; la conoscenza diretta dei divi dell'epoca (Maria Callas) e di quelli che lo diverranno (Sergio Leone) sboccia nel salotto di casa o nella villa al mare; l'immersione nei privilegi legati al benessere e al prestigio sociale si alterna al dignitoso destreggiarsi tra le difficoltà vissute nei giorni opachi dell'abbandono della mondanità e della comparsa delle ristrettezze economiche; il passaggio dalla cieca dedizione infantile per un padre bellissimo e protettivo si contrappone alla feroce conflittualità dell'adolescente in cerca di un'indipendenza fisica ed ideologica nel tentativo di ricacciare nei confini di una tranquillizzante normalità un affetto a tratti oppressivo e dal sentore vagamente coercitivo.

I protagonisti, dunque, diventano due e la figura paterna, adesso ricondotta sul terreno della cronaca più che dell'invenzione letteraria, appare paradossalmente meno autentica. Fin troppo facile cadere nell'agguato del coinvolgimento emotivo, il filtro dell'amore filiale detta le sue leggi anche quando si pensa che lo sguardo abbia la necessaria oggettività. Troppo facile, quindi, si può dedurre che alla Petri quell'oggettività non interessasse affatto, anzi che desiderasse proprio edificare un monumento risarcitorio; anzitutto per se stessa e per quel carico di incompiuto e di non detto che i figli si portano sempre addosso come un dolore senza nome e poi per un ambiente che non ha pagato alcun prezzo per la precoce sfioritura di un uomo che avrebbe potuto rimanere solido come una quercia.

A libro finito, si verifica un altro paradosso: praticamente conosciamo tutto di Mario Petri, o almeno tutto quello che la figlia ha voluto raccontare, ma si accenderà la sete di saperne ancora di più su quell'uomo e la sfida potrebbe essere quella di non correre su youtube per ascoltare alcuni brani o per vedere spezzoni di film.

Resteranno, invece, cesellati nella memoria, i ritratti dei nonni di Mario, l'energico, saggio e paziente Damino e la moglie Olimpia lentamente travolta dalla demenza, anziani che odorano di cibo genuino e di dialetto e che parlano di un'Italia ormai lontana, agreste e laboriosa, attraversata dalla dittatura e dalla guerra ma sempre viva e orgogliosa.

Personaggi che resteranno in buona compagnia insieme con tutti gli altri membri della famiglia: la madre Terzilia, esposta subito attraverso il travagliato parto, il padre Attilio, donnaiolo e alcolizzato, l'incolore fratello Paolo, frutto di un amore illegittimo ma autentico e pertanto forse figlio più amato. Chissà, forse proprio alla figura di Terzilia, una madre che resterà autentica anche quando, sfatta e lagnosa, cercherà di riparare l'altro figlio, quello debole e inconcludente, dall'ombra lunga del fratello maggiore, la Petri aveva già attinto per regalare spessore e verità a Maria do Ceu, una delle granitiche protagoniste di Ovunque io sia, entrambe madri dentro le viscere e dentro il cuore, entrambe ostinate e cocciute sino all'inverosimile.

Se Ovunque io sia era stato il romanzo della maternità, sinonimo di amore incondizionato che riesce a valicare anche i confini della morte, Le serenate del Ciclone potrebbe essere il romanzo della paternità in una generazione ancora in cerca di identità, perennemente in bilico tra l'esibizione di una severità senza concessioni, in sostanza quella ricevuta, e la consapevolezza nuova dei cedimenti affettivi, delle debolezze non più celate.

Infine sarà il lettore a cadere nel tranello, quello teso da una scrittura magnifica, lenta e vorticosa, semplice e densa. Incontrare le pagine di Romana Petri una volta significa avere la certezza che si cercheranno altri appuntamenti, la sua voce mai urlata avvolge come una coperta da cui non ci si vorrebbe più staccare.

 
Lucia TEMPESTINI - Il "mondo a parte" del Farnsworth Seminary ("L'inganno" di Sofia Coppola) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Mercoledì 27 Settembre 2017 08:26

 

Punto di (s)vista


IL “MONDO A PARTE” DEL FARNSWORTH SEMINARY


L'INGANNO (The Beguiled)

scritto e diretto da Sofia Coppola

ispirato al romanzo omonimo di Thomas Cullinan (1966)

con Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Colin Farrell, Oona Laurence, Angourie Rice, Emma Howard, Addison Riecke

produzione USA 2017

distribuzione Universal Pictures

Premio Migliore Regia Festival di Cannes 2017

°°°°°°

Si resta subito intrappolati nelle frange vegetali ondeggianti, propaggini inquiete degli alberi che circondano il Farnsworth Seminary, irreprensibile collegio per fanciulle di buona famiglia. Le gallerie e le ragnatele di rami ostacolano il passaggio della luce, sprofondando il luogo in un’eterna penombra verdognola, malata. Rampicanti spogli ed erbacce infestano il parco, risparmiando i cespugli di rose selvatiche sgualcite, fino a spingersi sui gradini, sulle pareti esterne e dentro i balconi della grande villa in stile jeffersoniano. La proliferazione silenziosa, insinuante, di piante d’ogni tipo cinge l’edificio in un abbraccio perturbante, lo assorbe conducendolo a una metamorfosi nella quale religione, raziocinio e buoni sentimenti diventano maschere insufficienti a camuffare un’istintualità ferina legata alla volontà di dominio, alla pulsione sessuale e alla paura.

I boschi impenetrabili isolano il collegio dal resto del mondo, rendendolo un luogo della Soglia, una zona simbolica fortemente ritualizzata. La fitta vegetazione protegge la direttrice e fondatrice, Martha Farnsworth, la sua assistente Edwina e le cinque ragazze rimaste dall’orrore della Guerra Civile Americana, di cui arrivano, qualche volta, solo lontani rimbombi. Siamo nel terzo anno di guerra, il 1864, quando Amy, una delle allieve più piccole – esile, con le trecce e due occhi neri intelligenti e quanto oscuri -, mentre cerca funghi tra i muschi che ricoprono il terreno e le radici degli alberi, trova un caporale nordista ferito a una gamba. L’ospite inatteso, per di più un nemico, produce subito un’incrinatura, che si andrà via via estendendo e ramificando, nel crogiòlo di controllati aneliti e bisogni in cui si è tramutato il collegio.


Un microcosmo nel quale lo scorrere del Tempo è scandito dalle lezioni di francese – accolte da Alicia con ostentata ironia espressiva sul punto di deflagrare in aperta irrisione –, di piano, di canto, di ricamo, da cene illuminate da innumerevoli candele – vengono in mente certe sequenze di Barry Lyndon –, dalla preghiera serale collettiva davanti alla grande Bibbia tenuta aperta sul leggìo (Miss Martha, citando il passo “il mio giogo è dolce, il mio peso sarà lieve” mostra un'inclinazione a immedesimarsi in modo persino eccessivo nella Divinità, assumendosi responsabilità e prerogative proprie dell’Entità Suprema).

L’attenzione a ogni minimo dettaglio è degna di Visconti: accessori da cucito, abiti, stoviglie, utensili da cucina e strumenti chirurgici vengono sottolineati con naturalezza dalle luci accordando poche note cromatiche alonate e pulviscolari, o contraddistinte dal nitore, secondo i principi del pittore James Whistler. E scale e corridoi si mostrano contigui a quelli di Bright Star di Jane Campion, pur con sfumature di inquietudine e indefinitezza che rendono l’atmosfera che li avvolge affine a quella dei racconti del soprannaturale di Edith Wharton, in particolare Il campanello della cameriera.

Il caporale John McBurney è un piccolo mercenario, pavido e opportunista, recalcitrante all’idea di tornare a combattere e abbastanza scaltro da sfruttare a proprio vantaggio i fremiti più o meno nascosti che percepisce in quel “mondo a parte” tutto femminile. Un Valmont in tono minore in grado di cogliere e soddisfare i differenti desideri delle sette donne. Quello di tutte quante di “agghindarsi” per compiacere un’entità esterna ed estranea capace di vederle e quindi di farle esistere per davvero. Quello delle tre adolescenti di appagare la curiosità nei confronti del genere opposto e saggiare timidamente per la prima volta le proprie potenzialità seduttive. Quello della piccola Amy di avere un fratello maggiore con cui esplorare le bellezze naturalistiche del luogo, un giovane uomo che le si rivolge con parole shakespeariane: insegna ai miei piedi maldestri a stare lontani dai nidi degli uccelli. Quello di Alicia (la conturbante Elle Fanning, in continua crescita), la più grande delle ragazze, di violare l’ordine costituito attraverso la deploratissima esuberanza sessuale. Quello di Edwina (una toccante Kristen Dunst che ripercorre empaticamente lo stile di Deborah Kerr) di imbattersi in un sentimento sincero e appassionato che diventi occasione di fuga da un destino chiuso nel gelo delle consuetudini e delle regole.

McBurney alimenta persino l’illusione di Miss Farnsworth (una Nicole Kidman che toglie il fiato e, dopo anni di prove incolori, fa risplendere ogni sfumatura di un talento raro, regalandoci la prova più matura della sua lunga carriera; rivediamo in vari momenti anche lo scintillìo demoniaco di cui avevamo perduto le tracce dai tempi di The Others) di aver trovato finalmente un collaboratore alla propria altezza, un uomo con cui placare le improvvise pulsioni notturne e con cui condividere la gestione della piccola comunità, mantenendolo però in un ruolo subalterno e riservandosi il dominio assoluto.


Pare che i calcoli del caporale dagli occhi neri ottengano i risultati sperati: diventare a poco a poco indispensabile, riportare un ordine canonico nel giardino inselvatichito e, un passo dopo l’altro, assumere una posizione di inattaccabile rilievo, fino all’esautorazione di Miss Farnsworth.

Ma ci vorrebbe il vero Valmont per legare e sciogliere ciascun nodo, per tessere con arte perversa l'ordito e la trama di un disegno che si compone di riverberi fuggitivi, di sensazioni impalpabili, di angolazioni multiple, di rifrazioni di sguardi, di sofferenze occulte, di fioriture precoci e temuti crepuscoli, di cui il soldato McBurney presume incautamente, con supponenza, di capire l'origine. Invece le vite di queste sette donne rimangono volutamente avvolte nel mistero. Salvo alcune allusioni, poco o nulla ci è dato sapere riguardo agli antefatti, alle singole storie.

Proprio la presunzione, il fervore raziocinante – antitetico rispetto alle forme imprevedibili e metamorfiche che può assumere la natura – risulta fatale a John (esemplare la sequenza in cui, in preda a un accesso d'ira, scaraventa in un angolo l'inerme tartarughina di Amy). Diventa a un certo punto così imprudente da introdursi nottetempo nella camera di Alicia, suscitando così la gelosia di Edwina, che lo stava aspettando dopo aver tolto con delicatezza dalla carta velina una camicia da notte preziosamente ricamata.

Trapassata dal dolore, Edwina spinge via McBurney durante il breve scontro verbale sul pianerottolo, facendolo involontariamente cadere per le scale. Le numerose fratture scomposte alla gamba ferita costringono Miss Martha ad amputarla. Non per vendetta, bensì per salvare la vita al soldato. La reazione di John, al risveglio, è selvaggia, feroce, minacciosa, e per lui rappresenta l'inizio della fine.

Individuato dal gruppo come nemico ostile e pericoloso, svelata la sua meschina ipocrisia e i suoi schematici meccanismi interiori, non ha più scampo. Si produce una pressoché immediata reazione chimica di ricomposizione dei vari elementi disaggregatisi nella parte centrale della storia a causa di tensioni e rivalità. Di suggerimento in sguardo si salda la rete della complicità, ordendo un delitto atroce che in un certo modo fa giustizia, riportando il nucleo archetipico alla condizione originaria.

Verrà ammannita una cena raffinatissima, e in tavola appariranno anche i funghi color giallo cupo appositamente raccolti da Amy, saltati in padella con burro e vino. Come in una fiaba cattiva, il caporale uscirà dalla villa avvolto in un sudario bianco accuratamente cucito.

Conciso e visivamente superbo, innervato di sottile sarcasmo hitchcockiano, il finale in cui la salma viene portata dalle donne fuori del cancello, in attesa di una pattuglia secessionista.

Sofia Coppola lascia il precedente La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel (1971), apologo grottesco segnato da evidenti tesi misogine, a una siderale lontananza, anche per merito dell'ironia che scorre sottrotraccia, colpendo vanità e rivalità femminili e avventandosi, pur con equilibrio mirabile, sul caporale McBurney, un “uomo senza qualità” a parte quella manipolatoria, proficua in un primo momento, ma in definitiva incapace di mantentenersi all'altezza di un gioco troppo complesso e sottile.

Un'opera, L'inganno, che consacra Sofia Coppola fra i nuovi Maestri del cinema.


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Anna DI MAURO - Saggistica breve. Arte e artisti in Finlandia PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Giovedì 07 Settembre 2017 12:56

Saggistica breve

 


La luce del Nord sulle tenebre di un'Europa al tramonto

Edificio progettato dall'architetto Alvar Aalto


°°°°


Tiene il volto immerso tra le foglie di una felce, di una piantina di basilico, e intanto con le dita pizzica le corde metalliche di uno “strumento” creato per sollecitare energia, il profumo delle piante che continua ad accarezzare con le guance, il mento, il naso, in una osmosi delicata e straniante.
Sorride e invita il pubblico a imitarla...E' Egle Oddo, un'artista di origine palermitana che da qualche tempo vive ad Helsinki, dove insieme ad altri artisti ha fondato un'associazione.
La successiva  performance dal suggestivo titolo: L'arca dei semi, insieme alle altre  performances,  propone e progetta stili di vita più consoni e rispettosi dell'ambiente naturale e delle risorse umane, contrapponendosi alle tendenze artistiche portate all'esasperazione delle tecnologie, che finirebbero per indebolire, fino alla temuta scomparsa, la manualità artigiana che àncora l'uomo alla sua origine.
L'ensemble artistico a cui abbiamo assistito in una fresca giornata di agosto si svolge  in una ex clinica psichiatrica di Helsinki, in action con altre performances dove sugli oggetti simbolicamente riproposti, il gruppo di artisti riuniti sotto il titolo “Pienenergia” svolge semplici azioni meccaniche, dense tuttavia di significati profondi, come “l'arca” l'uovo di isomalto, al suo interno portatore di semi e fiori, completamente edibile, offerto dalla Oddo come “mondo” da gustare insieme agli spettatori.


Abbiamo fittamente  dialogato  con l'artista palermitana sui significati reconditi di questo rito efficacemente esplicitato e in linea con  le intenzioni del suo gruppo con il quale collabora, in un sodalizio costruttivo che ha precisi obiettivi di sensibilizzazione di temi delicati e importanti, a salvaguardia del nostro patrimonio umano. Un'arte dunque al servizio dell'uomo, interagente, per connettersi alle intenzioni dell'autore, in questo caso per produrre insieme un'energia naturale, recuperando esperienze, gestualità e significati altrimenti dimenticati. Gli artisti operanti a Helsinki vogliono connettersi con ognuno di noi, portare l'esperienza artistica in ogni direzione.
Nel dare un senso pratico l'arte in Finlandia tende dunque  alla funzionalità e alla relazionalità, sia nei percorsi tradizionali dell'architettura, basti citare per tutti Alvar Aalto, sia nelle nuove tendenze artistiche. Basti per tutti guardare Mad House Helsinki per il teatro sperimentale, o Pixelache Helsinki, nuove realtà indipendenti dove il design, la sperimentazione, la performance e l'attivismo hanno un ruolo centrale.

“Lo Stato in Finlandia lascia spazio a progettualità fattive e indipendenti, favorendole con cospicui finanziamenti, diretti soprattutto a sostenere i singoli artisti e la loro eccellenza, senza dettare loro la direzione di ricerca, tantomeno costringendoli ad aderire all'agenda istituzionale. Per esempio quest'anno - continua con contagioso entusiasmo la Oddo - Pixelache Helsinki sta realizzando un Festival sulla “Governance locale e decentralizzata”, per fornire alle istituzioni nuovi modelli da seguire (non il contrario), con il fine di aprire la progettazione urbana alla partecipazione diretta e concreta dei cittadini e soprattutto dei giovani...”   
Come non pensare malinconicamente e disperatamente all'Italia, dove si agisce esattamente al contrario?
Ascoltiamo con doloroso stupore un episodio sconcertante, definito eufemisticamente imbarazzante  dalla sua protagonista, a conferma dell'inettitudine delle nostre istituzioni.


La Oddo, artista affermata di livello internazionale che da tempo conduce una vita nomade fuori dall'Italia,  le cui opere sono state incluse all'Hermitage di San Pietroburgo, alla Biennale di  Casablanca, Biennale del Baltico, alla Triennale in Svezia, alla Biennale di Venezia, al Museo  Kiasma di Helsinki, per citare alcune istituzioni, racconta di avere  presentato alle istituzioni finlandesi un progetto artistico che, una volta approvato e finanziato, aveva pensato e sperato  di proporre e realizzare (udite udite) a Palermo, per favorire  un territorio diseredato e languente di finanziamenti. Nessuna risposta. Perchè? Non avevano letto il progetto, semplicemente, seppe più tardi, dopo averlo realizzato in Svezia, dove il progetto era stato invece opportunamente letto. Perché? Un caso di analfabetismo di ritorno dei nostri illustri politici? Lascio alla fantasia dei lettori altre affascinanti ipotesi.

In verità, nel breve, ma intenso soggiorno nella capitale del Design, ho visto chiaramente che la forza degli artisti nel Nord Europa trova terreno favorevole nell'atteggiamento dinamico di un sistema che al suo centro pone una parola semplice e potente: Rispetto.
L'organizzazione statale si pone al servizio della libertà nella sicurezza. La libertà creativa trova il suo spazio e la sua dignità. La “bellezza” si coniuga alla funzionalità, creando ambientazioni stimolanti, esteticamente ed eticamente efficaci. Il Nord dalle sue  terragne radici è pervenuto a un solido Presente  che guarda serenamente  al Futuro. La terra che per buona parte dell'anno si copre di buio, neve e ghiaccio addita ai paesi caldi e soleggiati  la  luce di un pensiero socialmente costruttivo, che il nostro sistema ignora e vuole continuare a ignorare.

Nel nostro “glorioso” passato,  indossato per sfoggio, di cui ci avvaliamo per spocchia,  portatori insani di cotanta cultura, invano ci giriamo e rigiriamo, come l'inferma di dantesca memoria.
Grande arte... grande letteratura... ma il cittadino/uomo trema insicuro nelle sue case mal costruite, vanamente custodite da cancelli, cancelletti, megaserrature, tristemente trasformate in prigioni, nel suo incerto cammino, abusato, minacciato, inascoltato, trascurato, impotente, misero, sconfitto, infelice.  
La Finlandia addita percorsi possibili e non solo nell'arte. Aprirsi al “Nuovo Mondo” vuol dire anche semplicemente leggere e rispettare un progetto finanziato da realizzare, favorendo le eccellenze locali. Un corso accelerato di alfabetizzazione sociale sul cosa significhi Rispetto, riservato agli addetti ai lavori italiani,  potrebbe essere in prospettiva, qualora ci fosse uno spiraglio di speranza, un fondamentale dettaglio da non trascurare. Forse basterebbe imitare un comportamento efficace, chiudere gli occhi e lasciarsi accarezzare da un'onda rinnovatrice.
Per non morire.

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Settembre 2017 00:05
 
Angelo PIZZUTO - Non c'è sogno che tenga (rai 5 propone "Der Park", diretto da P. Stein) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Mercoledì 27 Settembre 2017 08:12

 

Rai 5, sabato 23 settembre alle ore 21, propone un rilevante allestimento di Peter Stein da noi commentato al debutto di "Der Park", tre anni fa, all'Argentina di Roma. Riproponiamo la stesura di Angelo Pizzuto

 

Il mestiere del critico

 

NON C'E' SOGNO CHE TENGA

Peter Stein:

“Der Park”   Strauss e Stein rivisitano Shakespeare - Roma, Teatro Argentina

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Trasfigurato, ‘alterato’, ma non profanato nella sua  essenza poetica il  “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare diventa  straripante tragicommedia nella rilettura che  Botho Strauss (nel 1983) offrì a Peter Stein (nella foto) per una memorabile messinscena che ebbe luogo a Berlino –   ora  ‘ripensata’, riallestita per una maratona scenico-attorale (quasi cinque ore di spettacolo con due intervalli), prodotta dal Teatro di Roma.

Approntata all’Argentina a per un ciclo di recite-collaudo propedeutiche alla ripresa autunnale della rappresentazione,  il cui humus, i cui fondali lirici e ideologici vanno, a nostro parere, ascritti a  quel particolare involucro da ‘cupio dissolvi’ iconoclasta, asfissia da “Germania in autunno”  che è linfa di tanti autori tedeschi, protagonisti della vita culturale europea degli anni ottanta (Fassbinder, Hanke, Muller, Von Trotta, Wenders, Schlondorff e altri ancora).

Latori di riflessioni socio-politiche, quindi esistenziali, rese plumbee (come l’icona di quegli anni) da una miscela di consunzione e trasgressione contigue ai ‘sensi di colpa’ e impotenza (all’utopia di palingenesi), inevitabili al solo guardare indietro (e al presente) di tante macerie, ulcerazioni, non-riconciliazioni post belliche diffuse in quella generazione radiografata senza remissione  dal romanzo “I ragazzi dello zoo di Berlino”.

In che modo  Strauss rimescola (scabramente) le carte?  L'originaria "fiaba" shakespeariana, tutta un meandro di inganni, intrecci e 'ambigua volabilità' della passione amorosa (esteticamente sciatto\sfavillante, intimamente infelice)  viene qui trasferita, almeno in parte,  in un  malandato parco giochi di periferia, ove si aggirano personaggi shakeaspiariani, con Titania e Oberon a far da lisi maestri di cerimonia,   mescolati  ad altri contemporanei, dando preminenza a  punk, clochards, prostitute, sbandati senza ritorno.

“In un susseguirsi di trentasei cambi di scena, su un palco declinante con diciassette attori, si snoda la complessa e simbolica vicenda del  re e della regina delle fate, senza che venga mai soppressa una sequenza o peculiarità 'd'inganno' dell'opera originale, filologicamente intatta nel suo rimodularsi su un lessico contemporaneo”-  promessa  mantenuta dal programma di sala.

Di fatto, è tutto lo ‘sterile incantesimo’ del mito e del Bardo a tentare vanamente di ‘congiungersi’ agli umani, nella speranza di ricondurre questi ‘figli di un Dio minore’ alla riconquista di un’età dell’oro (prosperità, benessere, relazioni interpersonali) probabilmente mai esistita e certamente non più approntabile dinanzi alla miseria morale e materiale che sembra essersi impossessata del genere umano “all’indomani del grande diluvio e del sonno della ragione fattosi coma e catalessi” (cito me stesso di altra scrittura).

All’interno di un ‘recinto’ (con fili spinati?) che da luogo mitico diventa emblema  di orrore, scelleratezza, sopraffazione del (momentaneamente) ‘più forte’.  Sinchè  – in questo gioco al massacro, muscolare e ‘in  stato di natura’,  il ruolo di leader  (deduciamo) -  non passerà alle belve e ai ‘tirannosauri’ di un già visitabile (al cinema) Jurassic World. E conseguente scomparsa d’ogni presenza inerente la ‘fabula antica’  e la partecipazione  umanoide.

Della perenne attualità dell’opera è Peter Stein (in conferenza stampa) a sintetizzarne l’essenza: dal degrado della sessualità a “pura merce o tracotanza fisica” ai rigurgiti di razi-nazismo nella nuova Europa delle Piccole Patrie; dalla perdita (per incuria) della memoria  collettiva all’angoscia d’ogni idea di futuro e del  ‘come saremo?’ Sul piano figurativo, “Der Park” si afferma  piccolo capolavoro d’inventiva, fantasia, frugalità di mezzi, rimpiazzati dall’estro lunare ed estetico, simile ad un mosaico d’arte povera, che è cifra espressiva (non da adesso) di Stein e del suo ‘ensemble’.

Dal  giocoso naufragio d’un retrobottega circense (come non pensare a Fellini?) alle ultime frecce d’erotismo ‘usurato’ della grande Maddalena Crippa; dall’origliare dei ‘desparados’ attraverso il fogliame illuminato di piccole lampade al  ciacolare brechtiano dei "senza tetto, ma un pò  di cuore", si imbandisce  un ordito visivo  di seduzioni e disincanto che troverà un suo angolo di privilegio nel ricordo d’ogni spettatore ‘avveduto e accorto’ al proprio ruolo. Interattivo rispetto alla sintonia, o meno,  del più nobile rito teatrale: non 'capire’ ma percepire il fremito - il corpo a corpo - con le mutevolezzae impensabili della vita e dell’arte.

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“Der Park” (Il Parco). Di Botho Strauss (da Shakespeare). Traduzione di Roberto Menin. Regia di Peter Stein. Scene di Ferdinand Woegerbauer, costumi di Anna Maria Heinreich, musiche di Massimiliani Gagliardi, disegno luci di Joachim Barth. Con Maddalena Crippa, Paolo Graziosi, Graziano Piazza, Pia Lanciotti, Silvia Pernarella, Gianluigi Fogacci, Fabio Sartor, Andrea Nicolini, Mauro Avogadro, Martin Chishimba, Adriana Di Stefano, Laurenced Mazzoni, Michele Di Paola, Daniele Santisi, Alessandro Averone, Romeo Diana, Flòavio Scannella, Carlo Bellamio.   Teatro Argentina di Roma

 
Angelo PIZZUTO - La memoria. Per Gastone Moschin, attore poliedrico (ma guai dirgli "bonario") PDF Stampa E-mail
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Martedì 05 Settembre 2017 16:59


La memoria

 

 

L’ ULTIMO “AMICO” VA VIA

Gastone Moschin

Gastone Moschin, però, fu tanto più - attore scrupoloso, poliedrico, gentile (ma detestava chi gli dava del “bonario”) -.

°°°°

Adesso che anche Gastone Moschin ha raggiunto il mondo dei più - con senile  pudore e senza smanie di protagonismo sentenzioso, tardivo - sarebbe cosa buona e giusta se la si smettesse, per ogni dove (mediatico) di “identificarne” la duttilità, la cortesia, la sapiente ‘leggerezza’  di interprete (a suo agio in quasi ogni ambito della cultura scenica) con il solo ruolo che gli dette meritata notorietà nazional-popolare. Cioè quello stupefatto, serafico, impunito architetto sentimentale, di nome Rambaldo Melandri, che nel celeberrimo (toscanismo) trittico di “Amici miei” (cult-movie di meritata fruizione evergreen) trastullava i suoi candori onirici nell’accedere al fonte battesimale per amore della statuaria sorella d’un prete.

E poi, nell’ordine, dare entrambe le mani ai compagni ‘di infantil-disincanto’ nel rito dello schiaffo alla stazione di Firenze all’inno di “come stiamo bene insieme...perchè non siamo nati finocchi?”; “vedere la Madonna” durante una degenza ospedaliera (incidentato e ingessato sino al collo con gli omologhi, casinisti  e sodali di zingarate su auto scarduffate), salvo accorgersi che “la colei” è già congiunta al cinico primario Adolfo Celi, ben contento di “disfarsene” tramite cessione al grullo di buon cuore (“mi raccomando…il cane e i bambini…prenzerò con voi la domenica, e sorveglierò”) e pronto soccorso sentimentale, non appena al buon Melandri andranno  i nervi in discarica (“credimi, tu questa donna non la reggi..dileguati in silenzio” “ma io la amooo!” “pure io…ma preferisco starle lontano”).  Basta così. Fine dello spettacolo per chi si attiene al farsesco.

Quel che serve è,  invece e in exitu, ‘risarcire’  Gastone Moschin del  talento, valore, tenacia con cui seppe costruire una poliedrica carriera (al pari di altri grandi dello spettacolo italiano dello scorso secolo, da Randone a Turi Ferro, da Buazzelli a Tognazzi), smentendo madre-natura che lo aveva esposto ai laschi  ruoli di caratterista. Invece Moschin, per completezza, raffinatezza, umanità di mimesi riuscì ad evolvere verso forme di sobrio ed autorevole protagonismo. Come, a nostra memoria, fu - inizio anni novanta - la sua stupenda prova d’artista teatrale in “Erano tutti figli miei”, “Uno sguardo dal ponte”, “Il gabbiano”- trittico di allestimenti prodotti e divulgati dalla Compagnia di cui era  (scrupoloso) regista ed impresario, con il basilare sostegno dell'amata figlia Emanuela.

D’altronde, pur provenendo dalle filodrammatiche del Veneto (nato nel 1929 in provincia di Verona, avventizio impiegato di banca dai 18 ai 20 anni), la formazione professionale di Moschin rispondeva a tutti i crismi di un iter formativo fortemente selettivo. Diplomatosi, con encomio, all’Accademia d'Arte Drammatica di Roma (fondata e a quel tempo diretta da Silvio D’Amico), il giovane Gastone debutta a teatro con un poker di opere da far tremare i polsi (“Ivanov”, “I demoni”, "Platonov", “Misura per misura”). E che dal 1955 al 1960 lo vedono primeggiare in quell’alveo  di “teatro di regia”(Strehler, Squarzina, Bolchi, Ferrero) che dischiuse all’affidabile  interprete - ”così  massiccio, ma elegante, affabile, sorvegliato” - un approdo sicuro  agli  sceneggiati televisivi di una Rai pionieristica ma di quotidiana alfabetizzazione al “sapere”.

È grazie al ‘nuovo mezzo’ che il  pubblico del tempo inizia a conoscerlo, stimarlo, fidarsi di quel suo viso “romantico-contadino” dotato di una  verve naturale spaziante dai toni grotteschi  a quelli di una cruda drammaticità “verista”: come fu per “Il mulino del Po” e “I miserabili”, titoli fondamentali per chiunque voglia conoscere la storia delle immagini e dell’immaginario collettivo del nostro secolo-breve (ma non poi tanto).

Spaziando agevolmente dalla gentilezza d’animo all’occasionale buffonesco-falstaffiano, Moschin inizia ad essere valorizzato nel cinema già dal 1960, con “L'audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy (da antologia il suo cammeo di timido rilegatore di libri), quindi proseguire con “Che gioia vivere!” (1961) di René Clément e “Tiro al piccione” - dello stesso anno - di Giuliano Montaldo.

Frugale e compito, sia sul set che nella vita privata, Moschin è uno dei comprimari (o “partecipazioni”) più richieste delle pellicole italiane (ce ne fossero ancora…) genericamente definite di media-produzione (artigianale). Accreditato quindi, e in ruoli di bella evidenza,  in “Anni ruggenti” (1962) di Luigi Zampa, “L'amore difficile” (1963), “La visita” (1964) di Antonio Pietrangeli (“la sua opera più amara e malinconica, la migliore”- tramanda Morandini)

Il 1965 è poi  l’anno del sapido, spietato, antiperbenista “Signore e signori” di Germi (Palma d’oro a Cannes, stima per l’attore che inizia a diffondersi in Francia e non solo), laddove, partner di Virna Lisi sbozza, con cuore trafitto e dignità calpestata, il ruolo di un marito schiavizzato (dalla appropriata Nora Ricci, ex moglie di Gassman) “che persegue, tappandosi le orecchie con la cera, il sogno del suo amore sputtanato e ormai solitario”- commentava il prezioso amico Giulio Cattivelli.

“Una moglie giapponese” (1968) di Gian Luigi Polidoro (altro schivo autore da riscoprire) lo vede protagonista, nel ruolo  di un ragioniere italiano, trasferito  in estremo Oriente dove prende coscienza  della superficialità di usi e costumi occidentali “esportati” in tempi non sospetti (di globalismo finanziario), ma già in solluchero per consumi ed edonismi un tanto al chilo.  Degna di nota è poi, nel 1966, la sua partecipazione a “Le stagioni del nostro amore”, ambiziosa ma ‘auto-indulgente’ opera di Florestano Vancini, di cui è  pertinente protagonista Enrico M. Salerno.

Gli anni 70 furono invece (e a parte il trittico di “Amici miei”, soggetto di Germi, regie di Monicelli e Loy) quelli che tentarono (artificiosamente) di sfruttare l’apparente durezza di quel tratti somatici d’attore ‘mastino’ per ruoli di guappo, malandrino, callido emissario di Padrini: certamente  i più remunerativi ma i meno consoni alla natura e personalità del simpatico compagnone  da entroterra veneto (cosi rimasto “in cuor mio”- confidava). Fu sua, ad esempio, la parte  del “maluommo” napoletano ucciso da Vito Corleone/Robert De Niro nel  “Padrino - Parte II” (1974) di Francis Ford Coppola (che lo voleva in America, in pianta stabile, per altre facce da ‘mauvais’).

Così come altra, ambigua, fulminea è la sua apparizione (di impacciato  delatore fascista)  in “Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci (altro film tutto da rileggere in chiave onirica). Dopo la ‘vacanza’ (in prima classe) di “Don Camillo e i giovani d'oggi” (1972) di Mario Camerini, Moschin torna sul set di Vancini per il robusto, corale e lineare  “Il delitto Matteotti” (1973). Seguito da  film più commerciali, a riprova che  nessun attore (vivente del suo lavoro) è  esentato dall’alternanza inflessibile di  ‘qualità e quantità’. Comunque, anche in quest’ambito, Gastone Moschin utilizza il suo poliedrico talento per spaziare dallo sgargiante, fragoroso, in fondo spassoso  “Ninì Tirabusciò” (a fianco di Monica Vitti) al pedestre zio crapulone di “Paolo il caldo” (regia di Marco Vicario, dal romanzo di Brancati).

Non mancherà poi al richiamo del poliziottesco di ‘bocca buona’ con “Milano calibro 9” (1972) di Fernando Di Leo, in cui  interpreta Ugo Piazza, criminale braccato e al cardiopalma, sospettato dai suoi complici di aver fatto fuori ‘le rififi’ .

Negli anni '80 è  protagonista  di  “Si salvi chi vuole” (1980) di Roberto Faenza, dove interpreta un politico  comunista di scarsa tenuta ideologica, pertanto arreso alle (insidiose) comodità   del benessere fuggente e familista. Primeggia ancora in “Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada” (1983) di Lina Wertmüller  e “Una spina nel cuore” (1986) di Alberto Lattuada.

Avvertendo quei  malanni cardiaci che lo indurranno ad attenuare i suoi impegni (“non quelli della vita”) - e le sortite teatrali cui si accennava - Gastone si rilassa sul comico-funambolico di “Donne con le gonne” (1991) di Francesco Nuti e sul  fiabesco (pasoliniano)  “I magi randagi” (1996) di Sergio Citti, con l’inveterata combriccola di Ninetto Davoli, Laura Betti, Silvio Orlando, Elide Melli, Mario Cipriani e Franco Citti.

A inizio millennio si torna alle origini, ovvero in televisione, per la serie "Sei forte maestro"  e alcuni episodi di  "Don Matteo I - II", dove è un “vescovo avvezzo ai lazzi”. Nel frattempo, in Umbria, Gastone realizza il segreto sogno della sua vita: amando i cavalli sin da ragazzo inaugura un bel maneggio con  annessa ippoterapia “per equini e umani in  buona, naturale empatia”.  Lasciando inevasa  la proposta (che gli suggerimmo durante un’intervista) di cimentarsi con il sapido ruolo (di 'immenso' veneto) del “Sior Todero brontolon” di Goldoni. O, in alternativa, con “La famiglia dell’antiquario”.     “Possiamo parlarne - sussurrò circospetto - ma farà lei da impresario?

Come no? Delle Smirne…

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Settembre 2017 18:32
 
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