Anno XI, 20 | 11 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Agata MOTTA - La memoria. Ricordare è un dono, e una sventura (G. Mauri 'incontra' G. Tornatore) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 17 Luglio 2017 13:38

 

La memoria (del Teatro)

 


RICORDARE E' UN DONO, E UNA SVENTURA



 

 

 

 

 

 

“Una pura formalità” di Glauco Mauri (dall’omonimo film di Giuseppe Tornatore)

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Chiunque abbia amato Una pura formalità, splendido film del ’94 di un Giuseppe Tornatore lontanissimo da logiche ruffiane e in stato di pura grazia creativa, dovrebbe concedersi la visione della rigorosa e fedelissima versione teatrale effettuata da Glauco Mauri. E dovrebbe farlo un po’ per non mancare all’appuntamento con uno dei più longevi e felici sodalizi artistici degli ultimi decenni – quello tra Glauco Mauri e Roberto Sturno - e un po’ per cogliere le sottili differenze espressive che il linguaggio del cinema e quello del teatro offrono ai loro appassionati.

L’impianto del film di Tornatore, quasi tutto girato in interni con dialoghi fitti e incalzanti, è decisamente teatrale, quindi dev’essere stato quasi spontaneo e naturale per Mauri trasporlo per il palcoscenico, ma laddove il film incendiava lo schermo - nelle lancinanti riprese in primissimo piano dei due magnifici interpreti, Gérard Depardieu e Roman Polanski - sul palcoscenico sono l’incanto della storia, bellissima e sospesa in un’atmosfera cruda e surreale insieme, e l’amo costantemente lanciato della parola e delle sue tante seduzioni ad imprigionare l’attenzione.

La pioggia, come elemento simbolico, primordiale e catartico, funge sin dall’inizio da colonna sonora per una vicenda kafkiana dai risvolti inquietanti, vicenda che accoglie suggestioni dostojeskiane e freudiane al fine di effettuare un’indagine nell’Io e nelle sue tante volontarie o inconsce rimozioni e di recuperare la memoria come strumento di conoscenza. La memoria può far male, se restituisce alla coscienza azioni indegne o se fa riemergere uno scomodo passato che è meglio occultare dietro una nuova intrigante identità, ma la memoria deve soccorrere per restituire senso alle azioni compiute, per comprendere quella parte oscura che ogni uomo vorrebbe tenere per sempre celata perfino a se stesso.

Glauco Mauri e Roberto Sturno sono il Commissario e lo scrittore Onoff, l’uno indaga su un caso di omicidio e trattiene l’uomo che corre nel bosco per una pura formalità, l’altro fugge ma non si sa da cosa o da chi, si perde nell’oscurità della notte come novello Dante nella selva oscura, vaga come un anima in pena e non è casuale questa sua condizione, perché appunto di anime parliamo e non più di uomini, di sagome che non sanno più vivere ma che non sanno ancora di essere morte, di quelli che sono ad un tempo assassini e assassinati.

Cosa attraversa la mente di un suicida? Cosa lo aspetta? Non può esserci risposta naturalmente, ma il Commissario con i suoi uomini (Giuseppe Nitti, Paolo Benvenuto Vezzoso, Amedeo D’Amico, Marco Fiore) singolari chierichetti di un rito da officiare, deve condurre implacabilmente l’interrogatorio, deve costringere l’uomo a ricomporre frammenti sparsi e confusi della propria vita, quella di uno scrittore che ha edificato il proprio successo sull’inganno e che ha cercato invano una forma di redenzione.

Gli interpreti non inaspriscono i contrasti, già netti attraverso il gioco di luci e ombre, ma lavorano sulle sfumature e sui suggerimenti testuali, in ciò favoriti dal grigiore malinconico delle scene di Giuliano Spinelli che ricama sui dettagli – l’orologio senza lancette e le scritte sui muri, quasi tristi memoriali - perché da essi scaturisce l’insieme.

Mauri è solerte ed indulgente insieme, non molla l’interlocutore ma gli concede respiro, non gli permette di sfuggire al peso della memoria ma se ne fa tenero custode, è un pacato Virgilio che guida il suo protetto nell’inferno della responsabilità e vi fa luce; Sturno frena sull’arroganza dello scrittore famoso ma ne conserva  l’aggressività, mostra le debolezze senza  farsi scudo con la vanagloria, resiste avvilito ad un interrogatorio di cui non comprende il senso pur avvertendone la necessità, è confuso dapprima e infine sollevato e grato.

E c’è di più: il Commissario ammira Onoff, lo conosce a fondo perché ha letto tutto di lui, recita a memoria brani dei suoi libri. Per questo sa anche come torturarlo e come ferirlo, come costringerlo a tornare sui suoi passi per l’estrema assunzione di responsabilità. I due uomini sembrano antitetici eppure in fondo si assomigliano, entrambi puntano alla verità, cercandola ostinatamente e negandola risolutamente. Ma il delitto è ormai compiuto. A cosa serve sapere? Dove porta il recupero di volti incontrati, amati, abbandonati?

Il messaggio di Tornatore, che Mauri accoglie e condivide, riconduce alla memoria vissuta come dono e come sventura, come obbligo morale e come consapevolezza, in definitiva come valore. Oltrepassato il limen, il dopo resterà sempre un mistero, anzi il Mistero più grande dell’esistenza umana. Il lavoro si chiude, infatti, con un punto interrogativo che non chiude sulle certezze, ma apre su infinite possibilità.

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Una pura formalità di Glauco Mauri, versione teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore. Oltre a dirigerlo, Mauri interpreta lo spettacolo insieme a Roberto Sturno, Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore. Le scene sono di Giuliano Spinelli, i costumi di Irene Monti e le musiche di Germano Mazzocchetti.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 11:10
 
Enzo NATTA - La moviola del Tempo. L'arte del saper sottrarre ("Miele", un film di Valeria Golino) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 17 Luglio 2017 12:19

 

La moviola del Tempo

 

 

L'ARTE DEL SAPER SOTTRARRE

 

 

 

 

 

 

 

 

“Miele”, debutto di Valeria Golino nella regia cinematografica

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Miele. Traduzione italiana di honey, il più bel vezzeggiativo amoroso in uso fra gli americani. Ma Irene, trent'anni, non si è scelta questo soprannome per atti d'amore, seppure estremi, ma per agghiaccianti soluzioni finali. Pur se svolte al massimo della professionalità. La sua specializzazione consiste infatti nel somministrare la morte a malati terminali. Il tutto con estremo riguardo, segretezza, complicità. Va in Messico (dove i farmacisti non sono un granché rigorosi) ad acquistare veleno per cani che poi somministra ai suoi pazienti assieme a carezze e dolciumi. E non senza aver insistito fino all'ultimo per farli desistere. Perché Irene (altro nome intrigante, che significa pace e al quale viene spontaneo aggiungere l'aggettivo eterna) si espone a tanto rischio? Possiamo soltanto supporlo: la madre è morta qualche tempo fa, probabilmente ha sofferto e di conseguenza nel comportamento di Irene c'è qualcosa che intende compensare quel che si poteva fare e non si è fatto. Ma i tormenti di Irene non sono finiti e la ragazza cerca di scaricarli con lunghe nuotate in pieno inverno o con relazioni che definire sentimentali sarebbe un eufemismo.

Un giorno, però, succede qualcosa che Irene non aveva previsto. Convocata da un ingegnere ultrasettantenne, vedovo, senza figli, la giovane donna scopre che l'uomo non è affatto alla fine dei suoi giorni, ma al contrario gode ottima salute. Il male di cui soffre è di natura esistenziale: è soltanto annoiato, stanco di vivere, deluso da un grigiore che non gli riserva più alcuna emozione e che si consuma nell'assoluta monotonia. Nell'animo di Irene scatta una molla imprevista, pronta e entrare in funzione alla prima occasione. La ragazza si ribella, cerca di sottrarsi al compito richiesto, di svicolare. Ma l'uomo insiste e la mette spalle al muro con una dialettica stringente che ne esalta la sicurezza e l'arroganza, il cinismo e il tono beffardo. Tutte qualità che sconcertano Irene ponendola di fronte a interrogativi sempre più insistenti. E, come se non bastasse, ecco che sentimenti sopiti da tempo tornano a farsi sentire e a reclamare un proprio spazio, ecco che una figura paterna si ripropone ad pretendere affetti mai riscossi. Tutto è rimesso in discussione nel cuore di Irene. A cominciare  dalle pratiche che svolge e di cui afferra il senso in un aeroporto, quando,  incontrando la parente di una persona in precedenza ”assistita”, coglie al volo una velenosa battuta che le viene rivolta con disprezzo: “Che mestiere di merda che fai!”.

Le certezze di Irene vacillano e il miele si è fatto amaro, addirittura disgustoso. Al punto che la donna si mette alla ricerca di una nuova dimensione che sappia infonderle una visione diversa della vita e delle cose che la contornano.  Come le magiche colonne d'aria ideate da Isidoro il Giovane di cui le aveva parlato l'ingegnere e che secondo la leggenda dovrebbero sostenere la cupola di Santa Sofia a Istanbul.

Opera-prima, in corsa a Cannes nella sezione “Certain regard” e in lizza per la Caméra d'or riservata ai registi esordienti, all'origine di Miele di Valeria Golino c'è il romanzo A nome tuo di Mauro Covacich che affronta in modo del tutto inusuale il tema dell'eutanasia. Non schierato di qua o di là secondo le classiche regole più convenzionali del pro o contro, del bianco o nero, ma con tutti i dubbi che ogni scelta difficile e angosciosa porta con sé. Tante domande e poche incerte risposte, del tutto insoddisfacenti. Non siamo dalle parti di Mare dentro di Alejandro Amenàbar, di Bella addormentata di Marco Bellocchio o di Amour di Michael Haneke, me nel bel mezzo di un guado, con il rischio di essere travolti dalla corrente.

All'inizio Irene è una mediatrice di morte, una specialista della soluzione indolore, ma poi improvvisamente, quando tutte le caselle del gioco sembrano completate, l'imprevisto inceppa il meccanismo. E il meccanisno è un altro tipo di male che affligge l'uomo del nostro tempo, un impasto di solitudine, disamore, demotivazione, perdita di emozioni. Un dolore che avverte la stessa Irene e dal quale si sente minacciata  a sua volta. Un dolore per il quale non ci sono farmaci o terapie, ma che bisogna affrontare a viso aperto, nella piena consapevolezza di una sperimentazione di vita che non disdegna di credere all'impossibile. Come alla leggenda della massa d'aria che sorregge la cupola di Santa Sofia.

Anche se tratto da un romanzo, Miele è un film antiletterario per eccellenza e in questo risiede la prova positiva di Valeria Golino in qualità di autore. A differenza di tanto cinema che deve dire tutto per filo e per segno, didascalico fino all'eccesso, Miele è un esempio di quell'arte del “togliere” che consiste nel sottrarre ma nello stesso tempo di lasciare una traccia capace di suggerire quel che manca. Sospesa fra il detto e non detto, sfumata, appena accennata. Dialoghi ridotti all'osso, inquadrature brevi e angolazioni soggette a variazioni continue. Scelta rischiosa, ma intrigante e che, nonostante qualche vuoto, funziona egregiamente. Anche grazie al vivace montaggio di Gigiò Franchini che evoca il “flusso di coscienza” e alla bravura degli interpreti, ben inseriti in questo offuscato effetto di penombra narrativa. Jasmine Trinca, calata a dovere nel disagio di vivere espresso dal suo personaggio, e  uno splendido Carlo Cecchi, scostante, beffardo, ironico. Dolente ritratto di autentica e sofferta umanità.

Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Luglio 2017 17:56
 
Lucia TEMPESTINI - La moviola del Tempo. Una derelizione numinosa ("Blue Jasmine", un film di Woody Allen) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Sabato 15 Luglio 2017 15:25

 

La moviola del Tempo

 

 

UNA DERELIZIONE NUMINOSA



 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Blue Jasmine" scritto e diretto da Woody Allen

con Cate Blanchett, Sally Hawkins, Alec Baldwin

produz. USA, 2013

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Stanno nel gioco di parole acuto e intraducibile “Blue Jasmine” la chiave e la sintesi estrema dell’ultimo film di Woody Allen. La condizione di infelicità (blue) e smarrimento della protagonista Jasmine è analoga a quella che colpisce il seducente, aristocratico gelsomino azzurro (plumbago auricolata) quando viene privato del prediletto terreno siliceo, leggero e ben drenato e del clima mite, ritrovandosi (così sensibile e delicato, nato per le confortevoli serre temperate) a fronteggiare temperature rigide, terreni scarsamente nutritivi e ricoperti di foglie marce, nonché orribili e letali afidi. Sposata con un fascinoso e spietato speculatore finanziario, preferisce glissare elegantemente sull’origine delle loro ricchezze, dedicandosi a coltivare la propria perfezione (estetica, culturale, mondana), nonché a numerose opere di beneficenza.

Sarà lei, in un temporaneo ottenebramento del raziocinio scatenato dai continui tradimenti del marito, a provocarne la rovina economica e l’arresto (cui seguirà il suicidio in carcere per cruenta impiccagione). Solo che l’indagine, una volta avviata, produce il distacco, e il conseguente precipitare di giorno in giorno più rapido e violento, dei materiali (fino a quel momento apparsi così compatti, saldi, inattaccabili) che sostenevano l’esistenza e l’essenza stessa di Jasmine, fino a ridurla a un piccolo impotente sasso “abbandonato all’impeto di rumorosa frana”.

Ormai indigente (benché orgogliosa), depressa, ansiosa, oltraggiata dall’elettroshock, dipendente da massicce dosi di vòdka e xanax, insofferente a lavori umili che la costringono a osservare quotidianamente le vecchie amiche (o ex amiche) da una posizione subalterna, Jasmine decide di trasferirsi da New York a San Francisco, città in cui vive la sorella Ginger, in passato trascurata e tenuta a cortese distanza per via del ceto sociale decisamente inferiore e dei gusti e comportamenti poco consoni alle sofisticate sfumature newyorkesi (cui tuttavia lo speculatore rampante non aveva esitato a far perdere una somma ingente di denaro con la prospettiva di favolosi guadagni).

Ginger nutre sottili, venefici rancori nei confronti della sorella dai geni perfetti e dalla vita privilegiata, che affiorano in superficie assumendo la forma di un acido, petulante farisaismo, cui discendono frasi di meschino buon senso da minus-habens, accuse di squilibrio mentale, tentativi di normalizzazione e ridimensionamento dell’antagonista.

Jasmine mal sopporta il deserto spirituale della sorella, i suoi amanti subumani, i suoi attoniti bambini, il dentista egolatra e lubrico al quale fa da impaziente segretaria per un breve periodo, la casa angusta, stipata di suppellettili nella quale è costretta a vivere (e gli interni, come succede spesso nelle storie di Allen, diventano protagonisti essenziali, rivelatori: la casa vissuta come turris eburnea disconnessa dalla volgarità delle piccole cose, o come gabbia arrugginita, soffocante eppure familiare – disdegnata e amata proprio per questo –, in entrambi i casi contrapposta al mondo, utilizzata come abito, come maschera, come corazza attraente o ripugnante, come specchio, come rappresentazione di un’identità costruita con cura o con casualità apparente – come Caso solo subito, anziché assemblato tassello dopo tassello – eppure assolutamente vera).



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il fallimento della relazione con un uomo bello, facoltoso e animato da velleità politiche (nonché assai fatuo e calcolatore), provocato dal desiderio di vendetta dell’ex marito di Ginger per la truffa subita, l’orizzonte di Jasmine si chiude in modo definitivo. Nella sequenza finale la vediamo, numinosa e derelitta, seduta su una panchina, i capelli bagnati dopo una doccia interrotta, avvitarsi in un soliloquio caotico, continuamente ripreso, mentre una signora dall’espressione ottusa e sospettosa piega il giornale che sta leggendo e con cautela si alza per allontanarsi.

L’asciutto apologo di Woody Allen (un entomologo colmo di pìetas, lucidamente turbato dalla natura umana, così fragile e imperfetta, esposta ai rovesci dell’esistenza), interpretato da una Cate Blanchett di sbalorditiva grandezza, ci racconta, raggiungendo quasi i vertici di “Match point”, molte cose di noi: l’opportunismo, la vulnerabilità, la sostanziale impermeabilità alle ragioni degli altri, l’incapacità di accogliere e mettersi in ascolto di ciò che reputiamo in qualche modo perturbante, strano (estraneo), disadattato, diverso.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Luglio 2017 13:27
 
Mino ARGENTIERI - La memoria. Il carosello del già visto ("La grande bellezza" di Paolo Sorrentino) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Domenica 16 Luglio 2017 11:24

 

A quattro mesi dalla scomparsa di Mino Argentieri, per ricordarne la profondità analitica, riproponiamo il suo testo esemplare su "La grande bellezza", già pubblicato su InScena e Cinemasessanta nel 2014. Si tratta di uno dei suoi ultimi contributi a un dibattito critico (sul cinema e i 'media' quali strumenti di resistenza al conformismo dell'immaginario) iniziato nell'immediato dopoguerra e tenacemente proseguito per decenni


 

IL CAROSELLO DEL GIA' VISTO



 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflettendo su “La grande bellezza”- Il 'perchè' delle nostre perplessità

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L’assegnazione dell’Oscar al miglior film straniero è delegata a una frazione di addetti ai lavori che abbiano una familiarità con la produzione straniera, che nel mercato statunitense non supera la misera percentuale del 6% come le traduzioni da altre lingue per l’editoria, cifre da regime di autarchia culturale, almeno per le grandi masse dei fruitori. Le preferenze nel 2014 si sono appuntate su La grande bellezza di Paolo Sorrentino e gli osservatori più addentro agli umori americani hanno tranquillamente affermato che la sentenza finale era prevedibile, l’unica che avesse una fondata attendibilità e fosse immune da pregiudizi.

Il film, corposo e magmatico, intessuto di frammenti, squarci e tasselli, ci proietta in un girotondo di figurazioni più che di personaggi, ombre che appaiono e scompaiono come in un sogno, ove ogni perno logico si è allentato e sfila una umanità snervata, narcisista ed esibizionista, mediocre negli interessi e nei meriti, allo sbando, rumorosa ed ebbra nei balli a cui freneticamente si abbandona, illusa di esprimere vitalità.

E’ una realtà decomposta in cui la vena grottesca e notturna dell’autore di Il divo si invera nell’atmosfera onirica che era la nota alta del film segnato dalla figura storica di Andreotti, dai suoi seguaci e colleghi. Non c’è spina dorsale dritta, non ci sono punti di appoggio razionale, latitano protagonisti che abbiano uno spessore: non può esserci evoluzione e sinuosità narrativa, le maschere sostituiscono i personaggi (era successo anche ne Il divo), il racconto si sfarina: non è un difetto e non può essere diversamente se ciò che si intende rappresentare è la frammentazione e lo sfarinamento del corpo sociale e di ogni tensione umana, l’inaridirsi, l’isolamento e l’alienazione dell’individuo.

Il carosello seduttivo delle immagini non elimina, tuttavia, la convenzionalità dei conversari e delle tipologie, non impedisce di disperdere e vanificare l’inconfutabile estrosità visiva e cromatica di un regista frenato dalla fissazione che il cinema sia pittura in movimento e non rigorosa introspezione, drammaturgia, scavo psicologico, angolazione critica del tempo e della Storia. Il regista sembra persino ignorare che nell’arte la banalità non si materializza nella banalità stessa e il birignao culturale, non lo si sottolinea riproducendolo meccanicamente. Se il talento c’è - nessuno lo confuta - indulge a una confusione che avvilisce le ambizioni, rimacina e redistribuisce il déjà vu, il risaputo, lo scontato, i cascami del meglio che ha dato la commedia all’italiana nei suoi film più memorabili che nell’umiltà degli intenti - divertire, far ridere gli spettatori – caricaturizzavano i nostri vizi, sollevavano vespai, avendo il pudore di non elevarsi a giudici della morale.

Lasciamo stare ogni eventuale comparazione con La dolce vita di Fellini, sconsigliabile per l’assenza di affinità tra i due film nell’assunto poetico, nello stile, nella composizione strutturale, nel valore, nella pregnanza problematica, E’ che un ritardo traligna da ogni poro di un film che per enumerare le fibrillazioni e i conflitti, interiori ed esterni, attinge ancora al consumato bestiario della café society, a una piccola e media borghesia salottiera e  burina, ai nuovi ricchi, agli scrittorelli, alle donnine procaci e scriteriate. Questa è letteratura stanca, ripetitiva, orecchiata e rimpastata. E’ cinema vecchio che ha perduto l’originario vigore e si impantana in un bozzettismo livido che suscita pietà e compassione anche se è il vuoto a spalancarsi sotto i piedi.

Dal caleidoscopio di La grande bellezza non traluce un filo di speranza, ma non è il pessimismo totale che gli rimproveriamo. Noi forse lo siamo più di Sorrentino pessimisti, ma è la sua visuale che ci lascia a bocca asciutta perché i soggetti sociali di una crisi che non è soltanto esistenziale sono altrove, nei luoghi dove si giostra il destino degli uomini e non c’è il folkloresinistro della società dello spettacolo, il circo Barnum delle mezzemaniche, le chiassose terrazze delle serate romane, il giornalismo da strapazzo, ma a dettare le regole sono il primato delle rendite finanziarie, lo sfruttamento, il cinismo degli affari, la grettezza e l’egoismo dei particolarismi, il trasformismo indecente della politica, la codardia  e l’assopimento servile di una intellettualità spocchiosa e affamata di privilegi e di passerelle televisive e fregi accademici.

Non è improbabile che La grande bellezzasia giudicato sfavorevolmente per ragioni sbagliate: perché non ha una trama o perché non sfoggia esemplari edificanti, anime buone e innocenti, ritrae gente non bella nemmeno esteticamente, sgradevole a prima vista, perché non suscita l’ilarità e rovista in pannicelli poco profumati: le solite idiosincrasie del benpensantismo. Non sono queste le ragioni del nostro dissenso, motivato da una vecchiezza che è il male di cui patisce molto il nostro cinema che dispone di un pubblico plaudente, abituato a non rimandare indietro quel che passa il convento e a non immaginare un cinema altro, più consistente e profondo.


Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Luglio 2017 13:34
 
Giancarlo SEPE - La moviola del Tempo. La donna che visse due volte...a teatro PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 07 Luglio 2017 18:44

 

La moviola del Tempo

 

LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE...A TEATRO

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non solo Hitchcock, ma anche Woolrich, Boileau, Narcejac


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Questo per me è tempo di grandi peregrinazioni… La messa in scena di Sudori freddi (titolo francese Sueurs Froides de La donna che visse due volte di Hitchcock, una volta tanto un nostro titolo cambia la prospettiva di lettura di un film) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, comporta un viaggio, non ancora finito su tutto il noir. Al contrario di quel che dice Morandini, per me il romanzo dei due francesi, autori dello script de I diabolici, a cui Hitch si rivolse per una storia tutta per lui (titolo del romanzo D’entre les morts che poi per il film divenne Vertigo, che cosa intricata i titoli!!!), non è un brutto romanzo e non è neanche da buttar via come narrazione dell’intimo maschile che si mette alla ricerca del desiderio dell’amore inappagato proprio per un suo senso di inadeguatezza che racconta ogni volta che può e che gli ha impedito di trovare una compagna. Questo Alfred Hitchcock lo comprende appieno mettendo accanto all’uomo comune americano (James Stewart), quindi neanche un sottile intellettuale vittima di tesi autolesioniste, una donna, Midge, interpretata da Barbara Bel Geddes, che non solo lo ama a perdifiato, ma è sistematicamente rifiutata da Scottie, il personaggio interpretato da Stewart.

Scottie preferisce l’amicizia che ella può darle e non altro, c’hanno provato molto tempo fa a mettersi insieme, ma niente, con grande dolore di lei e nessun problema per lui, anzi egli vede in Midge una specie di compagna di giochi, una confidente a cui arriva finanche a parlare della sua donna fantasma. (vedere subito lo straordinario film di Robert Siodmak tratto dal romanzo di Cornell Woolrich con lo pseudonimo di William Irish, quanti nomi per celarsi agli altri e a se stessi!!! Un vero capolavoro, un regista che con macchina sofisticatissima, luci e ombre e un senso del ritmo straordinari ti avvince dalla prima all’ultima scena, come fosse fatto ‘ieri’ appunto, perché oggi non c’è nessuno né come Hitchcock, né come Siodmak: l’America che colloquia con i fantasmi della cultura europea espressionista, un godimento totale ed una vera suspence.

Tornando a parlare del personaggio maschile di Vertigo, è chiaro che i suoi problemi con le donne sono di genere, come fosse un omosessuale ‘coperto’(leggere Hitchcock e l’omosessualità di Theodore Price), che ama l’eterea e scenografica immagine di una donna che forse non esiste e che è talmente sofisticata per il poveretto, che  non riesce nemmeno a toccarla, e un dubbio ci rimane quando la salva dall’annegamento, e nella scena seguente, a casa sua con il caminetto acceso, vediamo lo sguardo quasi da fidanzato miracolato di Stewart che sta facendo dormire nuda nel suo letto l’inconsapevole scioccata Madeleine-Novak dopo averle tolto gli abiti bagnati messi ad asciugare vicino al forno, in cucina. Sarà stato consumato l’atto d’amore con la donna-fantasma, e svenuta? Questa mia ironia, credetemi, non vuole deprezzare il capolavoro del Maestro, anzi, andrebbero santificate le sue perversioni sessuali per farne un trattato di psicologia a favore di chi di sesso, genere e annessi non ne capisce un bel niente.

Tornando al romanzo, accanto a Scottie, che qui si chiama Flavières, e già perché a sorpresa la storia di Boileau&Narcejac non si ambienta nel seducente ‘sali e scendi’di San Francisco degli anni Cinquanta, ma bensì nella Parigi del 1939/40, in piena guerra, con la possibilità - si respira nell’aria - che salti tutto, insieme alle cose i cuori devastati dall’amore, come quello di Flavières per Madeleine. Tutto o quasi, sparisce per Scottie-Flavières, che dopo il finto suicidio della finta Madeleine, morso dai sensi di colpa deambula per la città disperato e refrattario alla gente ‘comune’, e così, spesso e volentieri, ripara in un cinemino di periferia, dove non si cura di niente e di nessuno, sprofondato nel buio solo con i suoi fantasmi prediletti e risanatori di una sessualità, la propria, del tutto inespressa, prima.

Le immagini scorrono sullo schermo ridondanti e lui non vede, o vede quello che vuole, così durante la proiezione di un cinegiornale che documenta l’arrivo del generale De Gaulle a Marsiglia, riconosce tra la folla festante il volto della sua Madeleine, che per un attimo addirittura, guarda in macchina. E’ lei! E’ viva! E’ a Marsiglia! Lui rivede il cinegiornale tutte le volte che può, poi decide di raggiungere quel porto di mare dove, ostinatamente tra marocchini, spagnoli, italiani e tedeschi cercherà il ‘corpo’ di Madeleine! Che colpo di scena, signori, da restare a bocca aperta! Lui è solo, e nel romanzo non ha neanche un’amica che lo consoli, amandolo in segreto, nessuno: un ago in un pagliaio chiamato Marsiglia.

Non vi rivelerò il finale, che ovviamente è diverso e tranchant, ma vorrei ricordare il mistificante problema della trasposizione infedele, che serve ai critici solo per vendicarsi di qualche regista o attore antipatico. Il problema non c’è, semplicemente… è solo nella testa di chi non si lascia andare ai sentimenti della ‘pancia’, ben più significativi di quelli di un cervello mortificato dal quotidiano. La letteratura è la letteratura, serve a dare agli sceneggiatori altre idee, quelle rimaste sono da super8, il cinema ha bisogno di quegli spunti, e li usa come può e come sa, il teatro è il vero terminale di tutto quel che si muove nella testa di un uomo, che fa vedere palpitante in scena uno che agisce e che parla, e che si distrae e che si concentra, che forse in modo sincero, piange e ride, forse...(Cinemasessanta)


*Ringraziamo Giancarlo Sepe, noto regista teatrale e (meno noto quale) esperto di cinema

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Luglio 2017 08:56
 
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Redazione affari sociali

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