Anno XI, 20 | 11 | 2017
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La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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T. l. P. - "Manifesto" con Cate Blanchett apre il Biografilm di Bologna PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Sabato 27 Maggio 2017 19:49

 

TREDICI VOLTE BLANCHETT FANNO UN BEL MANIFESTO*


Diretto da Julian Rosefeldt (e tratto da una sua installazione) il film in cui l’attrice recita le dichiarazioni d’intenti

dei movimenti culturali e politici del ‘900 aprirà il 9 giugno il Biografilm Festival di Bologna

 


Nel 2015 il regista e artista tedesco Julian Rosefeldt presentò in Australia una videoinstallazione intitolata Manifesto, della durata di 130 minuti, composta da 13 piccoli film.

L’opera, esposta con successo tra il 2016 e il 2017 all’Hamburger Bahnhof Museum fur Gegenwart di Berlino e al Park Avenue Armony di New York, è poi diventata un lungometraggio di novanta minuti che, dopo un’acclamata prima al Sundance Festival, approderà in Italia in anteprima nazionale al Biografilm Festival di Bologna (dal 9 al 19 giugno) e sarà distribuito in sala il prossimo autunno per I Wonder Pictures.


Interamente girato a Berlino, Manifesto usa tredici personaggi radicalmente diversi, interpretati tutti da Cate Blanchett, per mettere in scena altrettanti monologhi costruiti usando frammenti folgoranti di celebri manifesti politici, artistici e letterari che, da Marx e Engels in avanti, hanno attraversato il Novecento.

Si ascolterà dunque l’attrice spiegare le basi teoriche di dadaismo, futurismo, situazionismo, espressionismo astratto, fino al più recente Dogma 95 capitanato dai registi danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg, alle Rules of Filmmaking di Jim Jarmusch e alla brillante Dichiarazione del Minnesota di Werner Herzog del 1999.


Assistiamo così alla declamazione di un’efficace sequenza di motti dadaisti da parte di una vedova durante un funerale, o al Manifesto bianco di Lucio Fontana urlato da un homeless che si aggira tra i ruderi e nel silenzio di una fabbrica smantellata. L’operazione è affascinante nel suo essere contenitore e contenuto, diversa dal cinema e dall’arte che siamo abituati a vedere, scomponibile in frasi luminose o frame potenti come fotografie, intrigante sia nel formato originario di videoinstallazione che in quello attuale di film.

Brillano nell’epilogo, spiegati da una maestra ai suoi piccoli allievi di una scuola elementare, i “manifesti” del cinema più recente, ovvero Dogma 95, le Golden Rules e la Dichiarazione di Herzog, che scriveva: ci sono strati più profondi di verità nel cinema, e c’è qualcosa come una verità poetica, estatica. E’ misteriosa ed elusiva, e può essere raggiunta solo grazie a invenzione, immaginazione e stilizzazione”-


*Tiziana Lo Porto (Il Venerdì di Repubblica), che ringraziamo

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Maggio 2017 09:59
 
Agata MOTTA - Saggistica breve. Divagazioni sui Lehman PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Sabato 27 Maggio 2017 16:00

 

Saggistica breve

 

DIVAGAZIONI SUI LEHMAN

Riproponiamo il saggio di Agata Motta in occasione della selezione, avvenuta ieri a Padova nell'Aula Magna G. Galilei di Palazzo Bo, dei cinque libri finalisti della 55^ edizione del Premio Campiello, fra i quali "Qualcosa sui Lehman" di Stefano Massini ha ottenuto il maggior numero di voti.


foto di scena dello spettacolo di Ronconi

A iniziare dall’avventura letteraria di Stefano Massini, dalla quale Ronconi ha desunto la sua ultima regia

°°°°

Il 2008 segna il fallimento della Lehman Brothers, legato alla crisi dei mutui subprime, e avvia l’avventura letteraria di Stefano Massini, multicorde drammaturgo rappresentato con successo anche oltreoceano, che di quella catastrofe ripercorre l’affascinante storia in Qualcosa sui Lehman, edito da Mondadori. Ma come possano eventi prevalentemente economici tradursi con disinvoltura in un vortice seduttivo di calcoli numerici, di azzardi d’impresa, di teorie speculative, di giochi di borsa e quant’altro sia legato all’universo criptico degli esperti in materia è un misterioso prodigio di cui solo l’autore custodisce il segreto. Chi legge il libro può solo limitarsi a fare qualche illazione o meglio abbandonarsi al fluire della narrazione.

Stefano Massini riesce a rendere estremamente intrigante e sinuosa una materia di per sé arida, e vi riesce perché essa si incarna nei personaggi sino a divenire un blocco compatto, un flusso circolare in cui finanza e persone si tengono per mano, in cui i meccanismi legati al successo e all’ossessione del denaro – accumulato, investito, moltiplicato – si fondono con la psiche di ogni membro di questa bizzarra e potentissima famiglia dedita al culto del proprio nome.  E se il lettore potrà sentirsi inizialmente intimidito dallo spessore e dal peso di un tomo di 773 pagine, una volta posato lo sguardo sull’albero genealogico posto in apertura e sulle prime pagine in cui il nero dello scritto sembra galleggiare sul bianco del foglio non può non sentirsi trascinato all’interno della storia.

L’unica sua occupazione sarà a questo punto quella di rosicchiare ampie porzioni di tempo libero e di trovare una posizione comoda per consumare, fagocitare ed incenerire parole che si vorrebbero moltiplicate come il denaro/feticcio oggetto della narrazione. Si danza dunque sui ritmi di una scrittura potente e inebriante (sulla copertina troviamo la definizione di romanzo ballata per necessità di sintesi) che esalta il fluire dei versi – dal bisillabo alla prosa ritmica – che ricorre a dialoghi di impronta teatrale, ad accorgimenti tipografici legati ai colori, alle dimensioni, ai caratteri e ai concetti espressi attraverso di essi, alle percussività anaforiche, alle rime usate come optional eufonici, alla destrutturazione della gabbia sintattica, ai repentini passaggi di testimone delle voci narranti e alla mimesi di tutto quanto uno scrittore possa avere a disposizione per divertirsi con la sua creatura, se libero dagli obblighi legati all’ortodossia dei generi e dalle imposizioni di astratte e coercitive “linee editoriali”.

La grande avventura di una delle più grandi banche americane si anima degli umori e delle astruserie di questa famiglia di ebrei tedeschi sbarcata, tramite il timoroso primogenito di un mercante di bestiame, nell’America dei sogni a buon mercato per raggranellare qualche gruzzolo e poi tornare in patria. Un banale cambio di nome (dall’originario Heyum Lehmann storpiato da un ufficiale del porto in Henry Lehman) diviene quasi un segno premonitore, l’impulso che spinge ad un nuovo inizio lontano dalla natia Rimpar in Germania e dalla figura granitica di un padre autoritario e poco incline alle tenerezze e alle parole superflue.

E si parte per un viaggio acrobatico (la figura di Solomon Paprinskij, l’equilibrista di Wall Street, ne è metafora) di ventisette capitoli - titoli yiddish tradotti e spiegati in un glossario - che sviscera la storia di due secoli, non solo quella strettamente legata alla finanza ma anche quella politica e sociale che sull’economia hanno sempre aveuto le loro ovvie e pesanti ripercussioni. Si passa dunque dalla guerra di secessione alle guerre mondiali, dal maccartismo all’infelice avventura del Vietnam e, parallelamente, dalla seconda alla terza rivoluzione industriale – passando attraverso il cotone, il carbone, il caffè, lo zucchero, il tabacco, le ferrovie, il petrolio, le automobili, gli aerei, i computer - dal consumismo sfrenato alla creazioni dei bisogni indotti. Bisogna sommergere il mondo di prodotti, comprare è l’unico imperativo categorico.

Henry presto è raggiunto dai fratelli. Gli esuli per scelta diventano tre e sono la testa, il braccio e un bulbo di patata: tre caratteri diversi e tre singolari modalità di approccio agli affari e alla vita, tre tempre forti e diversamente malleabili che attraverso il commercio approderanno ai sacri riti del capitalismo. Tutti i Lehman sono stati segnati dalla forte impronta paterna, ma nessuno di loro, divenuto padre a sua volta, rinuncerà a marchiare i propri figli.  Così sarà la volta dei cugini al timone: il taciturno Dreidel, nascosto dalla sempiterna nuvola di fumo; il metodico Philip, intento alla conquista della prima fila dei posti al Tempio come indice dei successi conseguiti; il coniglietto Sigmund trasformato in cinico opportunista; l’inflessibile giudice Irving, il politico Herbert tentato da scrupoli democratici e i tanti altri parenti di sesso maschile che condurranno alle vette eccelse il marchio di famiglia.

Ma è l’immenso e fragilissimo Bobbie (la grande crisi del ’29 gli piomba sulle spalle come un macigno) a far schizzare alle stelle la disposizione empatica del lettore. Inchiodato come Noè, David e Giona ad una volontà superiore, Bobbie è condannato a ricevere la gratitudine dell’umanità intera (la folla, reale o immaginaria, che esclama “Grazie, signor Lehman” è il leitmotiv del narcisismo di famiglia) e a perpetuare l’immortalità di un nome che sarà infine traghettato verso gli inferi da estranei. Alla guida della nave in tempesta saranno infatti altri nocchieri che, come i Lehman delle origini, sono figli di immigrati (greci e ungheresi) in cerca di fortuna.

Nel corso dei decenni cambia la geografia mentale dei personaggi che corrisponde a nuovi luoghi cui appartenere: dalla Baviera all’Alabama, da New York al pendolarismo forsennato dell’ultimo membro della dinastia, mecenate per vocazione e banchiere per dovere, ondivago e incerto come la società che rappresenta, solido e titanico come Vecchio Testamento impone.

E frattanto cambia pure la percezione religiosa: da  ebrei ortodossi rigidamente osservanti, i Lehman, sospinti dal vento del progresso e coartati dalle dure leggi del mercato che non lasciano spazio a sentimenti e tradizioni, indosseranno i panni più consoni di ebrei riformati.

La componente ebraica è fondamentale per lo snodarsi della storia e per le scelte stilistiche dell’autore. Massini attinge a piene mani all’ironia yiddish che affianca la gioia e la tragedia, il trionfo e la catastrofe, quest’ultima sempre incombente nell’attività onirica (anche la neonata psicanalisi fa capolino tra le pagine) in modulazioni peculiari: ogni Lehman possiede i propri traumi e le proprie paure e ognuno li materializze in forme e immagini ricorrenti del tutto personali. E accanto ai sogni alloggiano portentose fantasie di onnipotenza, alcune in assetto cinematografico – la lotta contro King Kong (film realmente finanziato nel ’33 dalla Lehman Brothers) – altre in forma grafica come l’avventura di Superman (il solito Bobby affetto da psicosi patriarcale) costretto ad usare l’energia atomica contro il mostruoso avversario con la svastica sul petto.

Se nella facciata pubblica l’universo Lehman è tutto al maschile (solo gli uomini sono predestinati al comando), nel privato, invece, la scelta delle compagne di vita e delle perpetuatrici di cotanto lignaggio è un affare assai serio e proprio a queste ricerche razionali e ponderate l’autore dedica alcuni dei capitoli più divertenti e irriverenti. Abbiamo la vedova scaltra e la cugina che guida dietro le quinte il marito/bambino, le mogli che si adeguano a ruoli preconfezionati e quelle che rivendicano i loro spazi in quello squarcio di secolo in cui il femminismo concede loro diritti e congrui assegni di mantenimento. Senza dimenticare le lunghe gallerie delle ipotetiche fidanzate, passate al setaccio del gradimento e della ragione come il bestiame del tedesco antenato, fanciulle che spesso saranno strumenti di fruttuose alleanze tra colossi della finanza ebrea.

Sembra quasi che autori quali Israel Singer e Woody Allen  sorridano sornioni dentro le pagine più lievi di Massini, lumachine intente ad intridere di caustica bava le amare ferite del quotidiano esistere e ad agitare festose le antenne al risuonar dei dobloni. L’umorismo regna sovrano, smussa gli spigoli, abbassa e solleva la materia, la sostanzia per donarle paradossalmente la giusta solennità.

I conti alla fine tornano per tutti: per l’autore, che con evidenza si compiace della sua perizia tecnica e dell’architettura poderosa che ha innalzato per i suoi straordinari personaggi, e per il lettore, che emerge a riprendere fiato dopo un’apnea libidinosa che si vorrebbe ulteriormente prolungare.

E per chi volesse ancora bagnarsi nelle stesse acque, lo spettacolo teatrale Lehman Trilogy - ultima regia di Luca Ronconi (a lui il libro è dedicato) e prossima di Sam Mendes a Londra - costituisce di certo l’occasione più propizia.

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Maggio 2017 10:12
 
Angelo PIZZUTO- Tra i vivi e morti ("Washington Square", regia di G. Sepe, Teatro La Comunità, Roma) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 22 Maggio 2017 19:28

 

Il mestiere del critico

 


TRA I VIVI E I MORTI

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"Washington Square" da James, regia di Giancarlo Sepe, al Teatro La Comunità di Roma

°°°°

Quando Memè Perlini morì fu basilare scrivere che nessun regista italiano sapeva “scolpire la luce” come lui. Adesso che Giancarlo Sepe torna alle origini del suo “cantinato” romano sempre a rischio sfratto (Trastevere,Teatro della Comunità) riaffluisce ciò di cui, in tante occasioni, avevamo testimoniato e scritto. Ovvero che il regista casertano fu uno dei “campioni” della ricerca scenica  anni settanta (su scala almeno europea) capace di destrutturare la “materia dei sogni” e della  “vicenda drammaturgica” attraverso mosaici di  schegge, fotogrammi, apparizioni (ed epifanie d’immagini) folgoranti, fulminee, mordi e fuggi.

Come dire:  tanto addestramento di attori e fantasia per pochi secondi di affreschi scenici ove la presenza umana si “confondeva” (per raffinata osmosi) con la traccia figurativa.  Perfezionismo? Forse si, ma non pedanteria, semmai amore e rispetto del dettaglio, del particolare, del clima d’epoca, secondo la riconosciuta lezione di Visconti, Ivory, Sirk e di tutto un repertorio di cultura cinematografica antecedente – nel caso di Sepe- lo studio, la passione, il raziocinio per il teatro.

Qualità che appaiono ricomporsi ed esaltarsi nella messinscena cesellata e certosina di “Washington Sqaure”, ispirato al romanzo di Herny James di cui già esisteva una datata (a noi sconosciuta) edizione scenica (statunitense), curata da Ruth e Augustus Goetz, donde-nel 1949- un dimenticato film di William Wyler, fortemente centrato sulla sobrietà sagace ed intensa dell’ambientazione (New York, metà ‘800) e sulla rilevante prova attorale di Montgomery Clift, Ralph Richardson ed Olivia de Havilland (Oscar 1949 per questa sua interpretazione).

Sui binari (sorvegliatissimi) di un dagherrotipo storico-evocativo “dotato di implicazioni psicanalitiche e proto femministe” (note di regia), lo spettacolo (con formidabile, esauriente sintesi espositiva: appena 70 minuti di durata)  ripercorre quella che Sepe  considera    “la dolorosa storia, fra le tante, di una congiura sociale contro la libertà dell’individuo”.  Annotando- noi - che più del “j’accuse” epocale, maschilista e quant’altro, ciò che brilla- alla massima gradazione dello “stilb” - è la combinazione estetico-figurativa di ambientazione, costumi, trucchi “di volto e di anima” assegnanti a personaggi e vicissitudini la valenza di “mera struttura narrativa” -non dissimile dalle percettività “mesmeriche”  dell’Henry James romantico e  supremo manierista. Assecondante gli umani referti di una bioenergia spiritico\trascendente ascrivibile  ai magnetismi animali  di cui    Paracelso fu lo studioso precursore.

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La sinossi: nella metropoli statunitense d’epoca vittoriana (angusta, ipocrita, formalista) Catherine Sloper è una giovinetta scialba e di buona famiglia che ambirebbe  maritare il bel giovanotto Morris Townsend, noto dissipatore e cacciatore di dote. Ovvio che il di lei padre,  il ricco dottor Austin Sloper,  si opponga -e si oppone- con tutte sue  forze di anaffettivo- pragmatico (tendente alla grandeur dell'enfasi).  Cui si abbinano le angherie matriarcali di una iperprotettiva zia zitella- rafforzate  di minacce, espiazioni, tormenti- non dissimili, poniamo, dai patimenti lorchiani di “Donna Rosita nubile” e dalle epiche ostinazioni della memorabile “AdeleH” .  Tutto a “peggior memoria”   di una società  grettamente spietata, nei riti e nei convivi  di una classe dirigente “prigioniera di regole e convenzioni, incapace di ipotizzare un futuro  ‘non consono’ ai ranghi per i suoi giovani”. Eretta, come nel caso dell’eponima piazza simbolo di prestigio yankee (lo ricorda anche Stephen King), sulle macabre, asfaltate latomie di un’immensa fossa comune risalente alla Guerra di Secessione.

Palese e legittimo che l’allestimento  si ponga (propositivo e senza nostalgie) in stretta continuità con la stagione più creativa e vivace della biografia artistica di Sepe:   gli anni Settanta e Ottanta, spettacoli come Accademia Ackermann, Zio Vania, Vienna, Lumière Cinematographique, La scoperta di Troia, Cardio Gay, Cine H, liddove  il potenziale di pathos, emozionalità, energia scenica  transustanziava (come ancora avviene) in ‘concertato’ di cori, recitazione, mimica, danze e quadriglie,  in ipnotica  immersione nel cuore di un ‘800 periferico ed autoctono (come fu  per The dubliners da Joyce,  che precede di tre anni questo incontro  James). Nove attori sulla scena assecondano, con professionale duttilità e diligenza, l’ humus, le rimembranze, i ‘soprassalti’  (di variegata teatralità) del regista, ancora contigui  ai più bei “fantasmi”  della sua selettiva cinefilia.

E nella costante dimensione da "vivi e morti” (E. A. Poe) che trasuda di case Usher con tracce di disfacimento che erbacee ramificazioni insinuano tra la solennità di porte e mobilio color mogano, su carte da parati di cupa ricamatura. Verso punti di fuga gotico-melodrammatici,  esemplati dalla sensazione (dalle frequenti cesure di luce) che l’intera rappresentazione  sia imbastita come dinanzi ad una cinepresa immobile, pionieristica. Quando i tomi della narrativa e del teatro naturalista venivano “spiegati al volgo” per quadri di svenevole, maliarda, burattinesca possanza.

 

*Ps. Con eccentrica coerenza alla sua ‘full immersion’, “Washington Square” è recitato in inglese basico e comprensibile (da chi lo conosce). Resta da decidere, in occasione della prossima tournée invernale, se offrire allo spettatore l’opportunità (in cuffia o sottotitoli) della traduzione simultanea.

°°°°



WASHINGTON SQUARE

da Henry James   Uno spettacolo di Giancarlo Sepe
con Pino Tufillaro, Federica Stefanelli, Guido Targetti, Pietro Pace, Sonia Bertin, Emanuela Panatta, Marco Imparato, Adele Tirante, Silvia Maino

Una Produzione Compagnia Umberto Orsini – Teatro La Comunità

Musiche a cura di Davide Mastrogiovanni
Disegno Luci Guido Pizzuti
Scene e Costumi Carlo de Marino
Scenografo collaboratore Flaviano Barbarisi
Assistente Scenografo Anna Seno    Teatro La comunità, Roma dal 30 marzo prorogato al 25 maggio (in tournée nazionale dal prossimo novembre)

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Maggio 2017 18:41
 
C.U.* - Cannes 2017, "D'après une histoire vraie" di Polanski PDF Stampa E-mail
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Sabato 27 Maggio 2017 15:48

 

Cannes, 'D'après une histoire vraie', è il giorno di Roman Polanski:

"Il thriller è il mio terreno"

 

Fuori concorso, ispirato al romanzo di Delphine de Vigan, vede come protagoniste Emmanuelle Seigner ed Eva Green: "Al giorno d'oggi qualsiasi cosa può essere manipolata o falsificata, la formula 'tratto da una storia vera' non ha più alcun significato"

“Non possiamo più contare su un concetto certo di realtà, oggi che qualsiasi fotografia può essere manipolata, che scopriamo che le informazioni avute ieri oggi risultano false, la formula 'tratto da una storia vera' non ha più alcun significato”. Alla fine di una conferenza stampa piuttosto vivace, in cui si è parlato principalmente di cinema e letteratura, nessun riferimento alle sue questioni processuali, il regista premio Oscar Roman Polanski (83 anni) svela il senso profondo del film D'après une histoire vraie dal romanzo di Delphine de Vigan, fuori concorso.


Un thriller psicologico ambientato nel mondo letterario con protagoniste Emmanuelle Seigner nei panni di una scrittrice di successo alle prese con un nuovo romanzo che fa fatica a scrivere e Eva Green in quelli di una ghost writer, sua grande ammiratrice che si insinua nella sua vita per convincerla a scrivere un libro ancor più intimo del precedente, più personale. È stata Emmanuelle Seigner ad aver letto per prima il romanzo e aver pensato potesse essere nelle corde del marito: “Leggendolo ho pensato ai primi film di Roman, L’inquilino del terzo piano, Repulsione, gli ho regalato il libro e infatti gli è piaciuto”.

[…]

Fuori dallo schermo le due attrici tornano ai loro colori naturali Eva Green nero corvino e Emmanuelle Seigner bionda mentre nel film piano, piano diventano una lo specchio dell’altra, stesso pettinatura, stesso trucco. Per Eva Green, sprofondata in questo ruolo di dark lady, si tratta del primo film girato nella sua lingua materna. “Lavorare con Roman Polanski, tra i più grande registi del pianeta, è stato esaltante. E poi ero attratta dal personaggio di Elle, mi è piaciuta l’estraneità alla realtà del personaggio. Per tutto il film ci si interroga se lei esiste o non esiste, se si tratta di un fantasma. La sfida era dare carne a questo ruolo un po’ lunatico e pericoloso”.


Polanski ha scelto di adattare il romanzo con l’aiuto di Olivier Assayas, nel modo più fedele possibile “da ragazzino tante volte sono rimasto deluso dai film tratti dai miei libri preferiti”, interessato alla dimensione del thriller “che è un po’ il mio terreno” e “all’opposizione tra i personaggi che per la prima volta nel mio cinema erano due donne”. Quest’ossessiva ricerca di storie ispirate alla vita reale raccontata nel film secondo Polanski è un po’ una malattia dei nostri tempi. “La ragione di questo risiede nel bombardamento elettronico che viviamo, circondati da troppe immagini cui noi ci appoggiamo in cerca di verità.  Ma è tutta un’illusione dal momento che la realtà ormai si può manipolare. Oggi puoi cambiare il destino di una nazione con un semplice gesto che viene amplificato milioni di volte, diffuso in tutto il globo”. Ed è chiaro il riferimento ai social media quando categorico dice: “Non ho Facebook, me ne tengo alla larga”.

Infine il regista, una vita consacrata al grande schermo, dà la sua opinione sulla fase che il cinema sta vivendo: “Qual è la tendenza attuale tra televisione, serie e grandi operatori sul mercato è un’analisi che va al di là delle mie capacità. Però io non credo che esista una vera e propria minaccia per il cinema; sono convinto che le persone vadano in sala non per una miglior proiezione o un miglior suono ma per partecipare ad un’esperienza collettiva come è stato il teatro greco, i giochi dell’epoca romana. Quando sono stati inventati i walkman qualcuno ha detto: nessuno andrà più ai concerti ma non è accaduto. Il pubblico vuole vedere i film circondati da altre persone, non è certo la stessa cosa vedersi il film Borat a casa propria o in una sala affollata che ride”.

*Chiara Ugolini (www.repubblica.it)


Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Maggio 2017 11:22
 
Franco LA MAGNA - Vincenzo Bellini al G7 di Taormina, una dimenticanza imperdonabile PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 26 Maggio 2017 19:35

 

Povero Vincenzo, trascurato perfino in casa propria...


 

Ultimo aggiornamento Sabato 27 Maggio 2017 15:56
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ISSN 2280-6091

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Redazione affari sociali

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