Anno XI, 22 | 09 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Cinzia BALDAZZI – Puoi vestirti di seta (“Amore e furto. De Gregori canta Bob Dylan”) PDF Stampa E-mail
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Domenica 08 Novembre 2015 10:24

 

Musica d' autore

 

 

PUOI VESTIRTI DI SETA, VESTIRTI DI COTONE

Note sul disco AMORE E FURTO. De Gregori canta Bob Dylan

“Il mio è un gioco di specchi: siccome al suo nome vengo accostato spesso, a questo punto non solo confesso il reato, ma già che ci sono gli rubo anche il titolo e chiamo il disco Amore e furto”.

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Così ha affermato il cantautore Francesco De Gregori, il quale, dopo Genova e Milano, ha presentato anche a Roma il suo compendio di undici cover in italiano di altrettante canzoni (anche se nessuna inserita in Love and Theft del 2001) del maestro e mito del folk statunitense, e di molto altro. Sì, è proprio vero: intraprendendo un’avventura musicale assai impegnativa, De Gregori ha dedicato un disco a brani appartenenti a circa trentadue anni di attività musicale di Bob Dylan, scegliendone un paio folk (Desolation Row, I Shall Be Released), tre genericamente “melodici” (Not Dark Yet, If You See Her, Say Hello, Sweetheart Like You), quattro rock (Political World, Dignity, Subterranean Homesick Blues, Series of Dreams), un rock-blues (Tweedle Dee & Tweedle Dum), un blues-gospel (Gotta Serve Somebody).

Dopo averlo ascoltato, l’iniziale impressione personale e professionale (la prima infatti ha generato la seconda senza mai scomparire, non banalizzandola, anzi alimentandola, in quanto seguo Dylan da quando avevo dodici anni) è stata assai positiva verso un’impresa carica di documentazione, a sostegno di una coraggiosa traduzione (“Ho lavorato parecchio sulla fedeltà del testo, è stato il mio terrore”) e ricca, per lo spazio che rimane tra l’uno e l’altro, di interpretazione. Da dylanologa ho apprezzato il progetto soprattutto perché, non lasciandosi intimorire dall’ostacolo (insormontabile per tutti) della differenza tra la voce sua e di Dylan - che nei decenni ne ha avute ed esibite svariate - De Gregori ha voluto ed è riuscito a rendere più vicino a noi, al nostro modo di essere, di cantare, e concepire il rapporto tra musica e vita, quell’ineffabile complesso musicale e poetico, testimone del ‘900, che dal lontano 1962, con Blowin’ in the Wind, ha seguito passo passo la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del nuovo.

Recensire, commentare una cover (per di più in un’altra lingua), comporta sempre per noi critici uno sforzo di traduzione di natura doppia, di quello che sentiamo in ciò che scriviamo di sentire: in quanto, alla traduzione implicita in ogni messaggio interpretativo si aggiunge il compito di dover operare la scrematura tra quello che nell’opera appartiene all’autore e quanto invece rimane nelle mani del nuovo esecutore.

Nel caso di Dylan-de Gregori, la situazione che porta a valutare la bellezza e il contributo di Amore e furto, si complica moltissimo, a partire dall’impossibilità quasi totale, dopo oltre cinquant’anni, di collocare in generi precisi e quantità di bellezza, di importanza, le canzoni stesse di Dylan. Mi spiego meglio. Raramente la qualità della musica, della performance vocale, dell’orchestrazione, influisce in maniera diretta nella bellezza, originalità o importanza del testo del cantautore di Duluth. Blowin’ in the Wind inno del ‘900? È vero, ma la voce è ancora di un ragazzo a cui piace cantare, e gli accordi della chitarra direi quasi elementari. Ma, a sentirla - mi riferisco a quella originale - cambia tutto.

Per tornare a De Gregori, il rock-blues Tweedle Dee & Tweedle Dum, forse la mia preferita come scelta (anche perché Desolation Row non è tra le mie best dylaniane, neanche nella versione di Fabrizio De Andrè), nel mondo della musica di Dylan è tra le più “piccole” come valore intrinseco: ma, anche per essa, ancora una volta, a sentirla cambia tutto. Ma come si fa, mi chiedo, a confrontare il Tweedle Dee & Tweedle Dum di De Gregori con il pezzo ispiratore? L’inizio, perfettamente identico nella base musicale, sembra invece un altro per la mancanza di quella sonorità, di quelle note affilate e pungenti dell’originale, per cui, dall’assurda storia incalzante, di tutto e niente, che ha ritratto Dylan, ispirandosi al ciclo di Alice, entriamo in una piacevole avventura-filastrocca di questi due curiosi personaggi della mente di Lewis Carroll divenuti protagonisti di una bella canzone.



Lo stesso De Gregori ha, indirettamente, confermato un tale stato di cose: “A certi pezzi ho rinunciato perché l’aggancio tra metrica ed espressione originaria non mi sarebbe riuscito, come per My back pages, che contiene un verso straordinario come ‘I was so much older then, I’m younger than that now’. Tradurre vuol dire stare sulla musica, non solo sul testo. E in generale è il suono che comanda. Non trovo giusto portare se stessi nell’opera di un altro. Ma vale per il testo: per la musica so per esperienza che la veste di un brano registrato è soggetta a molte variabili”.

Di grandissime canzoni (cioè “nate” grandi, e tali anche ad ascoltarle, nonché nella loro storia), oltre a Desolation Row troviamo Subterranean Homesick Blues. Qui il discorso del confronto diventa necessariamente meno “aperto”: il genere tipicamente rock, con quella quantità enorme di parole infilate da Dylan una dietro l’altra, tanto da farlo considerare il prototipo di un rap, non può interessare a De Gregori, che ne fa appunto un’apprezzabile edizione plain.

Chissà, mi chiedo, cosa penserà invece il vecchio Bob di questa Non è buio ancora. Il cantautore italiano ha dichiarato: “Dylan sa di questo progetto, anche se non l’ho incontrato per l’occasione, e in effetti non l’ho fatto nemmeno a Lucca quando abbiamo suonato uno dopo l’altro, perché sapevo che i media erano in attesa e stavano spiando. L’ho incontrato anni fa in camerino grazie a David Zard, abbiamo scambiato due parole e bevuto un bicchiere. Ma il mio vero incontro con Dylan è stato a quattordici anni quando tra tutta la musica straniera che ascoltavo, inclusi Beatles e Rolling Stones, mi arrivò quel suono così sghembo, poco allineato. Non capivo cosa diceva, non sapevo l’inglese: era proprio il suono, che mi incuriosiva”.

Della splendida Not Dark Yet (la seconda nella mia classifica personale di Amore e furto, dopo Tweedle Dee & Tweedle Dum), la musica non incuriosisce affatto, perché parla direttamente. Di cosa? Della sera che scende, del fiume che scorre fino al mare (“I’ve followed the river and I got to the sea”), il tutto “in un mondo di chiacchiere e una montagna di fumo, senza mai cercare negli occhi di nessuno”, e prosegue: “sometimes my burden seems more that I can bear, It’s not dark yet, but it’s getting there”.

Nella versione originale, il mirabile attacco è orchestrato intensamente con le chitarre e l’intera sezione ritmica, mentre nella canzone italiana gli strumenti a corda sono sotto tono. Ma comunque, mentre si racconta, in poche righe, ogni attimo della vita, “avendo girato in lungo e in largo, visto niente di speciale”, essendo “nato senza chiederlo, senza volerlo morirò”, anche nella traduzione Non è buio ancora, non rimane che “sentire una preghiera”. Forse sarà un errore, forse no. Siamo ancora in tempo, perché l’oscurità non è scesa.

Concludo con un grande poeta italiano, che, appena ventunenne, scriveva: discesa la notte, salita la luna, “ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso, / Il rimembrar delle passate cose, / Ancor che triste, e che l’affanno duri!” (Giacomo Leopardi, Alla luna).

Grazie a De Gregori per aver avvicinato la luce e il buio, la speranza e l’affanno, della grande musica dylaniana.


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"Amore e furto. De Gregori canta Bob Dylan"

Uscita: 30 ottobre 2015  Prodotto da Guido Guglielminetti per Sony Music

Tracklist:   Un angioletto come te (Sweetheart like you) - Servire qualcuno (Gotta serve somebody) - Non dirle che non è così (If you see her, say hello) - Via della Povertà (Desolation row) - Come il giorno (I shall be released) - Mondo politico (Political world) - Non è buio ancora (Not dark yet) - Acido seminterrato (Subterranean homesick blues) - Una serie di sogni (Series of dreams) - Tweedle Dum & Tweedle Dee (Tweedle Dee & Tweedle Dum) - Dignità (Dignity)

Ultimo aggiornamento Domenica 08 Novembre 2015 19:48
 
Nichi VENDOLA- A sinistra. Nè integrati, nè apocalittici PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 15 Settembre 2015 17:36


Il segretario di S. E. L. ha affidato di recente queste sue considerazioni a Il Manifesto e ad altre testate della sinistra 'testarda'. Noi con essa.



Nessuno si salva da solo



NE' INTEGRATI, NE' APOLCALITTICI

Viviamo un tempo tremendo, in cui la società coincide con il mercato, la cittadinanza con il consumo, le persone con i 'clienti'

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Come dare corpo e anima, qui e ora, den­tro una tran­si­zione mel­mosa e regres­siva, al sog­getto dell’alternativa? Come uscire dalla palude di tutte le nostre scon­fitte, ridando vigore ad una spe­ranza che si ali­menta di pen­siero cri­tico e si strut­tura come coo­pe­ra­zione con­sa­pe­vole e comu­nità di senso? Non credo che ser­vano scor­cia­toie meto­do­lo­gi­che o inven­zioni poli­ti­ci­sti­che: lungo e imper­vio è il sen­tiero che abbiamo dinanzi, pesa l’affanno e spesso il ran­core di tutte le nostre bio­gra­fie, rischiamo ad ogni tor­nante di sepa­rare l’ansia di futuro dalla cogni­zione pro­fonda del passato. Soprat­tutto rischiamo di discu­tere ideo­lo­gi­ca­mente del “che fare?”, come se non fosse squa­der­nato dinanzi ai nostri occhi (spesso acce­cati dal dolore) il ter­reno di un con­flitto di civiltà che non solo recide legami sociali e svuota il lavoro di valore sociale, ma che col­pi­sce e fal­si­fica ogni idea di umanità.

Voglio dire che la nostra ricerca — il duro cimento di una nuova Welt­an­schauung della sini­stra — non può essere una fuga idea­li­stica dalla poli­tica, e cioè da un agire col­let­tivo che si oppone alla fran­tu­ma­zione sociale e alla soli­tu­dine indi­vi­duale, e cioè dal pra­ti­care quei con­flitti che sono peda­go­gia del cam­bia­mento e pre­fi­gu­ra­zione di nuove e più ric­che rela­zioni tra le per­sone e tra i popoli. Anche la feno­me­no­lo­gia nevro­tica del ceto poli­tico delle sini­stre  non mi pare possa essere assunta a ragione e causa della nostra scon­fitta: direi che ne è una con­se­guenza, un epi­fe­no­meno non spie­ga­bile con le lenti del soggettivismo.

La “rivo­lu­zione pas­siva” che ha accom­pa­gnato come un’ombra il ciclope delle poli­ti­che libe­ri­ste ha rimo­del­lato sistemi eco­no­mici e corpi urbani, ha ripen­sato la vita e i biso­gni e i desi­deri, inve­stendo su quel codice di “indi­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio” sulla cui antro­po­lo­gia ha scritto pagine memo­ra­bili Pie­tro Bar­cel­lona. Si è ribal­tato un intero voca­bo­la­rio, quello che dalla rivo­lu­zione fran­cese fino alla grande ere­sia del Ses­san­totto sca­vava nell’immaginario soprat­tutto degli oppressi le trin­cee di una nuova coscienza: soli­da­rietà, egua­glianza, libe­ra­zione, sono parole spol­pate vive e spu­tate via dalla grande mac­china dige­stiva del turbo-capitalismo finan­zia­rio. Appunto, come diceva la Lady di ferro: la società non esi­ste, esi­stono solo gli indi­vi­dui. Molto più di una pro­po­sta poli­tica, con la con­se­guente pro­du­zione di una poli­tica impri­gio­nata ad un vin­colo esterno: l’immodificabilità (onto­lo­gica) del sistema. Qui siamo, in una dimen­sione iper-ideologica e iper-realistica, dove la società coin­cide col mer­cato, la cit­ta­di­nanza diviene con­sumo, le per­sone sono clienti.

Non cerco alibi per i nostri errori, ma vor­rei leg­gerli nel loro con­te­sto reale. La mer­can­ti­liz­za­zione delle città e della natura, la ridu­zione del lavoro a que­stione economico-corporativa, l’aziendalizzazione pro­gres­siva delle fun­zioni sociali dello Stato, la pre­ca­riz­za­zione della vita: in que­sto gorgo è stato risuc­chiato tutto il mondo nostro, la demo­cra­zia di massa e il moderno costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico, per­sino un’idea di fra­ter­nità nel comune destino del genere umano. Anche la discus­sione sulla forma-partito va col­lo­cata a que­sto livello: altri­menti resta solo il volon­ta­ri­smo vel­lei­ta­rio e il mar­ke­ting elet­to­rale. Nomi­niamo i pro­blemi, senza esor­ciz­zarli: sono cre­pate tutte le sini­stre nove­cen­te­sche, non solo il comu­ni­smo irreale delle società dell’Est ma anche quel rifor­mi­smo social­de­mo­cra­tico che ha spento la sua stella ponen­dosi come variante mor­bida della rivo­lu­zione liberista.

Nello scon­tro ani­ma­le­sco tra oli­gar­chie euro­pee e Tsi­pras, una con­tesa cru­ciale sulla natura e sul destino dell’Europa, i rifor­mi­sti con­ti­nen­tali sono stati un’eco stri­dula della voce della Mer­kel, al mas­simo cri­ti­cando l’etica o l’estetica dell’austerity ma mai smon­tan­done il fon­da­mento ideo­lo­gico e la bru­tale archi­tet­tura poli­tica. Il sel­vag­gio rea­li­smo di Ber­lino e di Bru­xel­les ha coman­dato il verbo della lotta con­tro il debito pub­blico, che è stata tra­dotta auto­ma­ti­ca­mente in lotta al Wel­fare e ai diritti sociali. Che para­dosso: quelli che hanno spinto l’economia nel vor­tice della finanza crea­tiva quanto tos­sica, quelli che hanno pro­tetto la sepa­ra­zione pro­gres­siva del busi­ness dal lavoro e dalla pro­du­zione, quelli che hanno avve­le­nato mer­cati ed esi­stenze, sono gli stessi che ci indi­cano mora­li­sti­ca­mente rigore e auste­rità come via obbli­gata da per­cor­rere: nel nome del futuro, manco a dirlo. Men­tre loro con­ti­nuano a divo­rare tutto il pre­sente e lasciano sul mar­cia­piede un eser­cito di nuovi poveri, gene­ra­zioni di scarto e altri effetti collaterali.

ll Capi­tale ha rove­sciato la sua crisi sui suoi natu­rali anta­go­ni­sti (il lavoro subor­di­nato e i gio­vani ), la crisi della glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta si è pre­sen­tata come pura “natura”: e nelle mille dram­ma­ti­che frat­ture che si sono aperte — tra cen­tro e peri­fe­ria, tra vec­chi e gio­vani, tra indi­geni e stra­nieri, tra ultimi e penul­timi — si sono radi­cate le cul­ture della paura e dell’intolleranza. Le dimen­sioni di massa della disoc­cu­pa­zione e della povertà, con la pro­gres­siva pro­le­ta­riz­za­zione del ceto medio e del lavoro intel­let­tuale, si tra­du­cono in incu­ba­zione di nazio­na­li­smo, xeno­fo­bia, fasci­smo. Il muro di Orban è come un pro­me­mo­ria di quella recente sto­ria euro­pea che torna, nel les­sico dei media e della poli­tica, come lin­guag­gio delle nuove élite popu­li­ste: non più come fol­clore delle sva­sti­che nelle curve degli stadi, ma come para­digma di una poli­tica che divor­zia dalla con­vi­venza. Il fasci­smo come grande rimosso (reto­ri­ca­mente come grande rimorso) della moder­niz­za­zione auto­ri­ta­ria del vec­chio continente.

Allora io penso che la sini­stra del futuro debba fare dell’europeismo sociale e soli­dale la pro­pria ban­diera: ripar­tendo dalla messa in discus­sione dei trat­tati, strac­ciando le carte che hanno dato forma giu­ri­dica di legge ai totem e ai tabù del libe­ri­smo. Parlo di un oriz­zonte ideale ma anche di pra­ti­che poli­ti­che. A par­tire dalla costru­zione di una rete delle città-laboratorio, delle ammi­ni­stra­zioni locali pro­gres­si­ste, che sul tema cru­ciale dell’accoglienza dei migranti e dei pro­fu­ghi, dei biso­gni abi­ta­tivi e di assi­stenza dei sog­getti vul­ne­rati dalla crisi, della tutela del pae­sag­gio e della bel­lezza, delle espe­rienze di con­ver­sione eco­lo­gica della mobi­lità piut­to­sto che della gestione dei rifiuti, siano in grado di evo­care un nuovo civi­smo, un buon vivere, una trama di socia­lità in cui le per­sone si rico­no­scono cia­scuna nella pro­pria diversità.

Ecco: un nuovo sog­getto non nasce in labo­ra­to­rio, non nasce nella fur­bi­zia sepa­rata del poli­tico, né nella pre­tesa inge­nuità del sociale. Nasce den­tro uno sguardo nuovo sul mondo, auto­nomo non per­ché vocato all’estremismo o al mino­ri­ta­ri­smo ma per­ché capace di stare nei con­flitti. Uno sguardo all’altezza dei dilemmi di fondo del nostro tempo, senza nosta­gia dei miti defunti, ma curioso, aperto, libero da pre­giu­dizi. Non dob­biamo sce­gliere tra sini­stra degli apo­ca­lit­tici e sini­stra degli inte­grati: ma avere cura di una domanda sociale di cam­bia­mento che oggi impatta dura­mente con l’offerta popu­li­sta, quella del popu­li­smo dall’alto di Renzi e quella del popu­li­smo dal basso di Grillo. Ma anche la “cosa immonda” di Sal­vini ci inter­roga e ci chiede di essere lì, nelle fron­tiere più espo­ste alla crisi e al lavoro sporco delle destre.

C’è biso­gno di tutti, ma c’è biso­gno che tutti abbiano que­sta con­sa­pe­vo­lezza: non ci sal­verà la somma alge­brica di tutte le pic­cole cose che ci sono. Ovvio che occorre libe­rarsi da vec­chi risen­ti­menti e da ris­so­sità a sini­stra, che oggi appa­iono per­sino pate­ti­che. Ma solo una cul­tura poli­tica forte, una cul­tura pro­gram­ma­tica fon­data sulla con­nes­sione tra saperi e com­pe­tenze, pro­fon­da­mente attra­ver­sata dalle parole e dalla libertà delle donne, boni­fi­cata da ogni forma di inte­gra­li­smo cul­tu­rale: solo que­sto, così penso io, può sal­vare, qui e ora, quella spe­ranza poli­tica a cui diamo il nome di sinistra.

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Settembre 2015 18:07
 
F. Gi.- Senza commiati ("Il passato", un film di A. Farhadi) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Giovedì 21 Novembre 2013 13:50




Lo spettatore accorto



SENZA COMMIATI

 

"Il passato", un filmdi A. Farhadi

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(comingsoon)- Come già nel precedente Una separazione, anche per quanto riguarda Le passé (ovvero, “il passato”) nel titolo c’è tutto.
E come già in quel film, qui Asghar Farhadi, questa volta con capitali e ambientazione francese, racconta la vita, nella sua complessità e nelle sue contraddizioni.
La vita e il suo procedere discontinuo, pieno di accelerazioni e brusche frenate, di progressioni e involuzioni, proprio per via di quel passato che ci forma, ci condiziona, ci rinforza, ci zavorra e dal quale è così difficile emanciparsi. Questo procedere sincopato e discontinuo, Farhadi lo applica anche a un film che è scritto e girato con una maestria classica, soave e priva di ogni sforzo apparente, in grado di dare la massima impressione di realtà proprio laddove le strutturazioni visive e narrative sono notevoli e complesse, come l’alternarsi di personaggi e vicende.

È grazie a questa capacità, anche, che l’intrecciarsi complesso di vicende intime e familiari che Le passé racconta, scatenate dal ritorno a Parigi di un uomo che deve firmare il divorzio alla ex moglie che ha trovato un nuovo compagno, non sembrano affatto quelle di una soap opera (come forse sarebbe potuto essere con un altro regista dietro la macchina da presa) ma assumono un tasso di realtà e di universalità tale da essere capace di coinvolgere e commuovere.
È proprio questa apparente impeccabilità, forse, a rappresentare l’unico limite del film di Farhadi: la vita, quella che lui racconta, impeccabile non è, e a Le passé manca leggermente, più nella messa in scena che nel contenuto, quella ruvidità imperfetta capace di segnare in maniera ancora più incisiva l’occhio e il cuore di chi guarda.
Ma negli occhi e nel cuore, come altrove, rimangono forti le parole, i gesti, i dettagli: tutti impeccabili e dal peso specifico elevatissimo, capaci di raccontare gli equilibri e gli squilibri dei rapporti tra le persone e di evocare abissi di consapevolezza.

Farhadi poi, coerentemente con quanto racconta, non cede alla tentazione di proporre soluzioni o pianificazioni: perché non sarebbe giusto, non sarebbe credibile, non sarebbe “vero”.
Perché la soluzione è in un futuro non conciliabile con il ricordo (passato) di una visione.
Perché il passato, come insegnano le dinamiche del film, è quasi impossibile da definire stabilmente tale, per via del suo costante e testardo riaffiorare nel presente.
Perché sa, come fa dire al personaggio secondario di Babak Karimi, per liberarsi dal passato è necessario e indispensabile un taglio netto: “la vita va avanti senza di noi”, aggiunge.
E allora, dalle vicende e dai personaggi Farhadi ci separa così, senza un vero commiato, lasciandoci sospesi nel dubbio, quasi bruscamente. Cut. The End. Il vita e il cinema vanno avanti (senza di noi).

Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Novembre 2013 14:38
 
Enzo NATTA- Chi vivrà vedrà ("Il tocco del peccato", un film Jia Zhangke) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Pizzuto   
Mercoledì 20 Novembre 2013 17:55





Lo spettatore accorto

 


CHI VEDRA’ VEDRA’

Locandina Il tocco del peccato

 

"Il tocco del peccato", un  film  Jia Zhangke

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“Deciderà il mercato”. In questa secca formula che assomiglia a una parola d'ordine si concentra e si riassume il senso del Terzo plenum del 18° Comitato centrale del Partito comunista cinese svoltosi a metà novembre a Pechino. Una specie di “chi vivrà vedrà” che si profila come la logica conclusione della piena rivincita assaporata da Deng Xiaoping nel 1978, quando, riapparso inaspettatamente sulla scena politica, poteva togliersi la soddisfazione di far ingoiare il rospo ai suoi oppositori invertendo la rotta fino a quel momento seguita e facendo saltare il banco con l'introduzione dei principî del capitalismo in un sistema radicalmente socialista. Famosa, a questo proposito, la sua frase che spiegava in soldoni come la cosa importante non fossero le teorie dottrinarie ma lo sviluppo e la crescita del Paese: “l'abilità del gatto si valuta non dal colore del suo manto ma dal numero di topi che acchiappa”.

Di questa trasformazione il cinema cinese aveva dato segni attraverso film come Togheter with you di Chen Caige, dove la vicenda di un giovane musicista, diventato violinista provetto grazie alla guida di un moderno maestro innovatore senza però mai venir meno al dovuto rispetto nei confronti del vecchio padre tradizionalista, si faceva simbolo della conciliazione fra presente e passato assumendo i contorni di una metafora sul profondo e positivo cambiamento impresso dalla nuova politica economica. Che comunque non doveva dimenticare quanto di buono, e a costo di tanti sacrifici, era stato fatto in precedenza.

Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte, cosa che non fa Il tocco del peccato di Jia Zhangke, dove l'aggressività e l'arroganza di chi tira i fili della nuova politica economica fannno carta straccia di ogni presupposto ideologico traducendosi in un'aperta denuncia della svolta revisionista di Deng Xiaoping. E, di conseguenza, del Terzo plenum e delle sue conclusioni.

Nel Tocco del peccato si intrecciano quattro storie, quattro vicende ispirate a fatti di cronaca nera imperniati sul cambiamento epocale che ha investito la Cina: una riflessione sul volto della Repubblica Popolare di questi ultimi tempi, radiografia di un gigante dell'economia corroso dalla ricerca del profitto, un cancro che divora ogni residuo di protezione ideologica e morale provocando una diseguale distribuzione del benessere fino a creare una insanabile disparità fra ricchi e poveri e, di conseguenza, il dilagare di una criminalità che porta con sé la macchia del peccato originale.

Quattro storie simili, si diceva, quattro storie parallele: un operaio si ribella alle prepotenze del nuovo gestore della miniera in cui lavora e cerca inutilmente di denunciarne le malefatte; un uomo tornato a casa per festeggiare il capodanno scopre nell'uso della pistola automatica il sistema più sbrigativo per risolvere ogni problema che incontra; una ragazza che lavora in una sauna è oltraggiata e offesa da un ricco cliente; un giovane non resiste alla sofferenza causata dall'aver cambiato paese e lavoro per sottrarsi al pagamento di un debito ritenuto ingiusto.

Fatti realmente verificatisi in anni recenti e tutti conclusisi tragicamente, che trovano il comune denominatore nel repentino passaggio da un regime collettivista a un altro di libero mercato, così brusco da generare  forti disparità sociali, flussi migratori incontrollati, conflitti di lavoro, vessazioni e privilegi. E dove inadegute informazioni, mancanza di accordi e mediazioni, hanno esasperato l'interesse individuale a scapito della solidarietà di gruppo.

Notizie contraddittorie circolano sulla sorte riservata in patria al film di   Jia Zhangke. E' riuscito ad arrivare sugli schermi forte del “palmarès” per la miglior sceneggiatura a Cannes 2013? Oppure si è impigliato nelle maglie della censura? Nel caso di un via libera bisognerebbe riconoscere che, rispetto a qualsiasi altro Paese a regime autoritario, la Cina attuale gode di una libertà d'espressione che neppure il cinema jugoslavo degli anni '60-'70 aveva conosciuto. Valga per tutte la scena in cui le ragazze del bordello di lusso si presentano ai clienti: al suono dell'Internazionale e indossando le divise della gioventù comunista.

Coraggioso, controcorrente, Il tocco del peccato (dove il peccato ha il volto del deviazionismo) attribuisce al libero mercato, alle leggi del profitto e della concorrenza tutti i mali di cui soffre oggi la Cina: processo di globalizzazione, gigantismo industriale, infiltrazioni malavitose nell'economia, inquinamento, sfruttamento del lavoro, corruzione,  prevaricazione e prepotenza delle nuove classi dirigenti. Ma ciò che colpisce di più è l'assenza di ogni forma di autorità, è la mancanza di funzionari statali, di rappresentanti della legge, delle istituzioni, del partito, sostituiti da ras locali, boss di stampo mafioso,  criminali che fanno il bello e il cattivo tempo.

Stilisticamente asciutto e lineare, nitido e tagliente, dotato di tensione narrativa e di tenuta ritmica, Il tocco del peccato si avvale di una regia tersa, capace di pennellate sapienti e di fulminee impennate. Un film che manifesta la miglior qualità nel raccontare dall'interno una storia più grande dei personaggi che mette in scena. Oscuri protagonisti di un dramma collettivo sul quale aleggiano i torvi fantasmi di un'identità perduta.

Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Novembre 2013 12:56
 
Danilo AMIONE- La memoria. Per Carlo Lizzani, fra memoria e oblio PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Giovedì 21 Novembre 2013 14:43


Memoria e oblio

CARLO LIZZANI...CHE FATICA ESSERE UOMINI

Carlo Lizzani

A  circa un mese dalla morte

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Cosa può restare nella memoria collettiva di Carlo Lizzani?Al di là delle commemorazioni di rito,cosa resta di un uomo che ha speso la sua vita per l’arte e quindi anche per il prossimo? Purtroppo davvero poco, in siffatto mondo. La stessa biografia di Lizzani porta a questa risposta. L’essere stato intellettuale organico del più grande partito occidentale della sinistra,il P.C.I., da tempo defunto,ne connota la memoria vincolandola ad una sconfitta storica e personale. Elementi questi che,al di là delle pressanti e principali ragioni personali, forse sono stati anche,silenziosamente e sommessamente, una componente delle cause alla base dell’estremo gesto compiuto,tanto carico di solitudine e di tristezza al pari di quelli simili di Lucio Magri e Mario Monicelli.La sconfitta,dunque. Eppure Lizzani i giorni di gloria e di speranza li aveva vissuti, come tutta una generazione,nel dopoguerra. Assistente di Rossellini,lo aveva seguito fino in Germania dove le assenze continue dal set del suo maestro gli avevano anche consentito di mettere l’occhio dietro alcune scene del capolavoro massimo “Germania anno zero”.Lo stesso suo  esordio alla regia con “Achtung banditi!”, nel 1951, era stato all’insegna dell’immediata rievocazione dell’azione partigiana che aveva posto le basi per la rinascita morale dell’Italia.

Ogni suo film successivo aveva accompagnato per oltre cinquant’anni le varie fasi storiche del nostro paese,dal boom al terrorismo fino alla malapolitica traditrice nel peggiore dei modi di tante forse troppe speranze. Il tutto attraverso l’utilizzo del cinema come strumento di conoscenza collettiva e proprio per questo profondamente personale. Lizzani aveva filtrato la sua attenzione verso la realtà, sempre alla ricerca di quel famoso quid gramsciano nazionale- popolare, usando tutti i generi che il cinema gli metteva a disposizione. Dal drammatico ("Ai margini della metropoli",'53;“Cronache di poveri amanti”,’54), al comico (“Lo svitato”,’55, con un giovanissimo Dario Fo ad anticipare l’intrepido Albanese di Amelio), dalla commedia (il delicato “Esterina”,’59), allo storico (“Il processo di Verona”,’62, e “Mussolini ultimo atto” del’74),dal cronachistico (“Banditi a Milano”;’68, ”Roma bene”,’71”Torino nera”, ’73), al rievocativo (“L’amante di Gramigna”,’69,“Fontamara”,’80;”Caro Gorbaciov”,’88), fino al western all’italiana virato al politico “Requiescant”,’66 dove peraltro regalò un bel ruolo, oltrechè significativo, all’amico Pasolini.

Ho deliberatamente omesso di citare fra queste opere, comunque solo una piccola parte della sua ricca filmografia cinematografica e televisiva, il suo film a mio parere più bello, forse anche perché il più sentito: ”La vita agra” del ’63, tratto dal romanzo omonimo di Luciano Bianciardi pubblicato l’anno precedente. Un film di cui parlerò a parte perchè è quasi l’anello di congiunzione,la chiusura del cerchio, fra la speranza degli inizi politici e intellettuali di Lizzani e la fine di questi. Il protagonista de “La vita agra” all’inizio della narrazione (non farò differenze fra film e romanzo perchè sarebbe ingiusto per l’uno e per l’altro, tanto si rincorrono fino a migliorarsi a vicenda) vuole compiere un gesto rivoluzionario, liberatorio: mettere una bomba nella sede dirigenziale di una compagnia mineraria milanese responsabile della morte di 43 operai, emblematico gesto luddistico e vendicativo che serva a smuovere le coscienze.

Alla fine, occupato addirittura il ruolo di responsabile pubblicitario della medesima compagnia, egli  si troverà inesorabilmente imprigionato nella ragione che vuole che quel gesto non venga fatto. Il film è del ’63 e Lizzani sente già- al pari di molti amici intellettuali registi vicini al PCI quali Pasolini, Bertolucci, Maselli e i F.lli Taviani- come davanti alla modernizzazione accelerata e irrefrenabile, votata all'incontenibile consumismo interclassista del boom economico, l’azione rivoluzionaria, il dissenso progettuale restino oramai 'votati' ('marchiati')   (d)alla sola utopia, e forse neanche a quella. Da allora, Lizzani non ha più fatto un film così incisivo, pieno, naturalmente autobiografico. Chi lo vedrà capirà,con tanta commozione, anche soltanto una delle tante motivazioni,foss’anche la meno importante, che hanno portato Lizzani ad abbandonare un mondo senza più speranze, anticipato in questo dallo stesso Bianciardi, morto alcolizzato nel lontano 1971. Il tempo passa, le ragioni restano, purtroppo.

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Novembre 2013 17:45
 
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