Anno XI, 24 | 11 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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L. TEMPESTINI e S. CERVINI - Le 'Carceri' di Stephen King ("It", un fim di Andreas Muschietti) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Pizzuto   
Martedì 31 Ottobre 2017 17:54

 

Punto di (s)vista

 


LE ‘CARCERI’ DI STEPHEN KING


“IT” dal romanzo di Stephen King

regia di Andreas Muschietti

con Bill Skarsgård, Sophia Lillis, Owen Teague, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard

USA 2017, distribuzione Warner Bros. Pictures

°°°°

I Morti hanno freddo. Vivono nei sottosuoli di grandi o piccole città: cantine, condotti fognari smisurati, cisterne esalanti costante umidità e disagio, luoghi paralleli battuti dalla pioggia. Adolescenti e bambini spaventati dalla solitudine, ancora più marginali di quanto siano stati in vita. Piangono chiedendo calore, e una possibilità di ritorno, invocano l’abbraccio dei fratelli maggiori e la casa, il nido, il mondo di sopra, la vita di prima.

Ma noi, i vivi, abbiamo smarrito da tempo la capacità di illuderci, di trattenere o ridare forma. Sappiamo che il Tempo è perduto per sempre, e non tentiamo neppure – assurdamente – di abbracciare le Ombre fuoriuscite dall’Erebo. Alle lacrime “dei ragazzi, e dei vecchi che hanno molto sofferto, delle fanciulle con un dolore recente nel cuore” possiamo rispondere solo con lo strazio impotente, con il dolore che ci ronza nelle orecchie come uno sciame di vespe, con l’illimitato rimpianto.

Quello che ci resta è un disegno in qualche modo eroico: unire le nostre debolezze, le nostre ferite, le nostalgie, gli handicap apparenti (stigmatizzati e perseguiti dalla comunità solo perché segno di diversità rispetto al canone; invisibili lettere scarlatte che attirano vessazioni sistematiche), e un sotteso senso di giustizia. Le piccole o grandi qualità interiori che contraddistinguono ciascuno – irrise, spesso, dalla grettezza farisaica del mondo adulto circostante, dall’ottusità bestiale della maggior parte dei coetanei – si amalgamano in un processo alchemico, dando vita a una materia composita come gli scafi dell’800, fatti di ossatura d’acciaio e fasciami di legno eppure perfettamente funzionali.

Questa sostanza nuova, scaturita dalla saldatura dei percorsi esistenziali accidentati dei sette ragazzi protagonisti di “IT”, permetterà loro di fronteggiare e ricacciare nell’oscurità infera il Male, incarnatosi in un sinistro e suadente clown, Pennywise, da vari decenni rapitore e uccisore di bambini e adulti nell’apparentemente idilliaca cittadina di Derry, nel Maine.


Ma se Pennywise non è che la rappresentazione della concreta quanto occulta violenza di un intero villaggio, elevato a simbolo di ogni possibile abiezione umana, la vera battaglia per il gruppo dei Perdenti (il balbettante Bill, ossessionato dalla scomparsa del fratellino Georgie, l’obeso ma intelligente e sensibile Ben, il coloured Mike, Beverly dai capelli di fiamma, devastata dalle molestie del padre pedofilo, il sarcastico Richie, fool della banda, l’esile Eddie tormentato da una madre/mostro che per tenerlo stretto a sé lo convince di essere gravemente malato, Stan, ragazzino ebreo inseguito dalle allucinazioni procurategli dalla lettura obbligatoria della Tōrāh) sarà affrancarsi, anche in modo sanguinoso, dalle famiglie disfunzionali e dai persecutori d’ogni età.

Prima ancora, poiché si tratta di creature poste sulla linea invisibile che separa l’infanzia dall’adolescenza, quindi ancora capaci d’incanto, trovare gli istanti irripetibili, epifanici che renderanno eterna quell’estate: il bagno nel fiume increspato di sole, le corse in bicicletta, tutti insieme, verso l’orizzonte.

Alla fine, vera prova iniziatica, salveranno gli scomparsi non ancora uccisi da Pennywise – fra i quali Beverly –, i cui corpi galleggiano nell’aria, presi da una forma di astrazione immemore e atona, entro una caverna conica scavata nella roccia dalle unghie dei giganti, alla cui sommità è situata un’apertura che lascia filtrare una luminescenza d’acquario. Come nelle Carceri di Piranesi, lo spaesamento è dato dai volumi e l’impossibilità di fuga psicologica dal dissolversi nell’aria del concetto stesso di speranza e realizzazione dell’identità. Tormento ulteriore, immaginiamo, quella lontana fenditura, attraverso la quale alle creature sprofondate nell’ipnosi può giungere, irraggiungibile e sottile, l’odore del grano insieme alla nostalgia della vita.


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Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Novembre 2017 16:00
 
Anna DI MAURO - Nei gorghi dell'anima ("Ancora un Poe" al Teatro del Canovaccio di Catania) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 30 Ottobre 2017 15:00

 

Il mestiere del critico

 

 

Nei gorghi dell'anima con un insolito Allan Poe in scena

Una discesa nel Maelstrom - William Wilson

 

°°°°

 

Due racconti, piccoli gioielli poco frequentati del grande scrittore, rivisitati da una drammaturgia efficace e coesa, restituiscono meritevole attenzione all'indagatore dell'incubo. In scena al Canovaccio l'intrigante “Ancora un Poe” inaugura la stagione teatrale 2017/18. In azione il male e il bene in eterna, impari lotta. Qui avvertiamo l'orrore della psiche sprofondata nei gorghi di una estrema esplorazione dell'animo umano.

Nella prima scena atmosfere americane sul filo di un mistero che ha sconvolto la vita dei protagonisti. Una donna e un vecchio. Due sconosciuti. Lei disperata, lui interessato al suo strano comportamento. Ogni giorno, due volte al giorno la donna è là, di fronte al mare. Perchè? Lo rivelerà al misterioso vecchio. E' la sua folle attesa dell'uomo che ama, rapito un giorno davanti ai suoi occhi disperati e impotenti dal terribile Maelstrom, vortice marino i cui gorghi terrorizzano tutti i pescatori della zona, furia della natura incontrastata dalla quale è impossibile sfuggire. Tutti se ne tengono alla larga, lui e i suoi fratelli no. Vanno a pescare proprio là, calcolando i tempi giusti. Ma la natura si rivelerà più forte delle astuzie degli uomini. La paura, protagonista incontrastata riversa i suoi miasmi nel cuore, ma senza fletterlo.

La dolorosa narrazione continua. La scena si anima degli spruzzi del mare, agitato fino all'inverosimile dal vento. L'orrore del Maelstrom è davanti ai suoi e ai nostri occhi in tutta la sua furia selvaggia. Lo descrive animandolo davanti ai nostri occhi la ragazza, (una Raffaella Esposito intensa e convincente) spenzolando da funi tese tra la sala e il palco, sospesa sul pubblico come una spada di Damocle. La sua attesa di un ritorno creduto dagli altri impossibile, la forza del suo amore oltre la morte, asciutte e possenti si ergono dentro la scena nuda al di là delle lacrime. Rimasto solo il vecchio (un vibrante Nicola Costa) troverà la forza di ricordare, ripercorrendo il suo Calvario con il Maelstrom, fino alla imprevedibile conclusione. Elegante, essenziale, la pièce tiene desta l'attenzione fino al suo epilogo.

Nella seconda scena il protagonista (un incisivo Daniele Bruno) anima la strana storia di William Wilson. Un inquieto ragazzo, dedito a scherzi e cattiverie di ogni genere, in cerca di se stesso, e del suo doppio.. Smarritosi, dopo gli anni trascorsi in collegio, nei percorsi degradati del gioco d'azzardo e del sesso, in un andirivieni di paure, ossessioni, sempre inseguito da un suo omonimo che lo contrasta nelle sue nefande azioni fin dai tempi del collegio, pur con toni paterni, toccherà il fondo dello squallore fino al surreale e inquietante epilogo.

Le due storie scorrono seguendo un fil rouge che affascina e terrorizza: la discesa nei meandri insondabili della nostra anima. L'inconscio si spalanca davanti ai nostri occhi nella fantasia dello scrittore, turbando le coscienze tradite dal solco che la penna di Poe inesorabilmente traccia, scavando timori indicibili che l'assetto drammaturgico restituisce non senza un segreto compiacimento.

°°°°

Ancora un Poe

di Eliana Silvia Esposito tratto dai racconti del terrore di Edgar Allan Poe

Regia di Eliana Esposito

 

Con Daniele Bruno - Nicola Costa - Raffaella Esposito

Produzione Teatro del Canovaccio

Al Teatro del Canovaccio di Catania fino al 5 Novembre

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Ottobre 2017 15:06
 
Anna DI MAURO - La nostalgia, il dolore, l'assenza ("Cortile nostalgia" di G. Torregrossa) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 27 Ottobre 2017 08:04

 

 

Saggistica breve

 

La nostalgia, dolore dell'assenza, nell'ultimo libro di Giuseppina Torregrossa

°°°°

 

L'incontro con la pluripremiata autrice palermitana, promosso dal Teatro Stabile di Catania, svoltosi qualche giorno fa nella sala del teatro “Giovanni Verga”, ha inaugurato la serie di incontri che lo Stabile da qualche anno offre al pubblico catanese, facendosi promotore di una interessante iniziativa culturale: l'opportunità di dialogare con autorevoli scrittori italiani e stranieri.

Ha aperto questo primo evento con la sua verve inconfondibile di attrice sensibile e carnale, Egle Doria, leggendo alcuni stralci saporiti e accattivanti da “Cortile nostalgia”, ultimo bel romanzo familiare della Torregrossa, ricco di sentimento senza compiacimenti, schietto e corposo racconto sulle cui importanti implicazioni ha dialogato Elvira Seminara, altra affermata scrittrice catanese. Due anime della Sicilia a confronto. Per autodefinizione dark e gotica nella sua scritttura, la Seminara, ha intrapreso la disamina di un testo ricco di evocazioni, sul filo di una ricerca rigorosa e attenta del termine “Nostalgia”, aprendo squarci e dettagli di toccante intensità nell'autrice invitata a raccontarsi. Ecco emergere con calda partecipazione episodi emblematici della sua infanzia, come lo sradicamento dalla Sicilia per approdare a Roma, appena adolescente, portandosi dentro tutta la nostalgia della sua terra, senza sconti. In una accattivante amicalità colloquiale, non per questo scevra di una raffinata esegesi, le due scrittrici hanno dato vita ad una pregnante conversazione sui grandi temi, forti e incisivi, del romanzo, capace di toccare le corde più riposte dell'anima.

Dalle lacrime di nostalgia del ritorno a Itaca di Ulisse nell'isola di Calipso, al dolore di tutti i migranti, alla necessità di offrire testimonianza della propria vita, la Torregrossa ci ha offerto spunti di riflessione, laddove l'emozione si faceva strada, sfiorando la sostanza di una vita di donna dedicata alla vita.


La personalità di questa combattente, ginecologa, impegnata nel volontariato, emerge nei suoi libri come in questo, con i suoi reconditi desideri, assenze, presenze reali divenute personaggi, in un intreccio fiabesco e dolorosamente reale, dove il confine tra realtà e immaginazione diventa così sottile da confondersi e confondere. Quello che emerge certamente è la grande umanità di una donna che vive tra Roma e Palermo, sinceramente presente a se stessa e attenta alla realtà di cui si fa nocchiera e portavoce. L'esordio a 51 anni come scrittrice la vede percorrere una strada che la porterà a numerosi e prestigiosi premi e riconoscimenti. Una testimone preziosa della sua terra e del suo tempo che ha saputo varcare i confini locali per l'universalità dei temi trattati, conditi da una prosa schietta e materica, dove si legge chiaramente una colta sensibilità, come in questo “Cortile nostalgia”, dall'accattivante titolo.

Palermo. Il cortile è una piazzetta magica. Ogni notte sette fate bellissime rapiscono i passanti per condurli lontano e poi farli tornare, in preda alla meraviglia. Protagonisti Mario, orfano dalla nascita, carabiniere per necessità, e la bella e infelice Melina. Insieme, formando una famiglia cercheranno di placare il dolore dell'assenza.

La vera protagonista della narrazione è la Nostalgia, è placare insieme questo dolore dell'assenza, dolore di ciò che non abbiamo più o che ci è stato negato. Un sentimento intenso, delicato e struggente, intriso di dolente dolcezza, dai mille volti: desiderio di una madre, di un amore, di una terra che ci accolga e ci faccia sentire a casa.

Alla presentazione è anche intervenuto, inatteso e gradito ospite, Michele Placido, che ha reso omaggio all'apprezzata scrittrice leggendo un brano del libro che descriveva con accenti sanguigni e amorevoli la nascita della figlia della protagonista, Melina. Il brano risultava, ulteriore sorpresa, il preferito dalla stessa autrice, che ha definito la nascita un evento a cui assiste sempre con particolare intensità.

Un prezioso incontro dunque questo con la Torregrossa, sull'onda di un proustiano Eden perduto, memoria che tutti ci avvolge e ammanta, velando di una sottile malinconia noi tutti viandanti, sperduti, senza fissa dimora, noi tutti stranieri, e per questo necessariamente solidali e generosi, come Mamma Africa personaggio del libro, ma che esiste realmente, nel cuore palpitante di una Palermo multietnica, che offre cibo con generosità solidale ai migranti piegati dalla nostalgia, indicando a tutti noi un'amorevole, leopardiana solidarietà, per accudirci e sanarci.

 

°°°°

Cortile Nostalgia

di Giuseppina Torregrossa

Rizzoli Editore

Collana: Scala italiani

Maggio 2017

Eur 19.00

 
L. TEMPESTINI e S. CERVINI - I tredici volti di Cate. "Manifesto" di J. Rosefeldt, con C. Blanchett (film-evento al Cinema La Compagnia di Firenze) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 31 Ottobre 2017 08:17

Punto di (s)vista

 


I TREDICI VOLTI DI CATE

 


 

“MANIFESTO” DI JULIAN ROSEFELDT, CON CATE BLANCHETT

Al Cinema La Compagnia di Firenze fino al 14 novembre (www.cinemalacompagnia.it)


°°°°


Considerata la complessità del progetto da cui trae origine “Manifesto”, opera che segna un modo diverso di fare cinema e che sarebbe riduttivo, addirittura offensivo, definire “film”,  si rimane stupiti dalla grazia – a tratti, dal divertimento – che riescono a raggiungere e comunicare Julian Rosefeldt e Cate Blanchett (coautrice a tutti gli effetti, visto che senza la potenza della sua arte, l’impeto shakespeariano, la sottigliezza di indagine che dispiega nel dare forma ai vari caratteri, l’esperimento probabilmente sarebbe fallito).

Non c’è traccia di psicologismo nelle sue interpretazioni; Cate Blanchett letteralmente diventa una situazione, un sillogismo ellittico, un topos capace di rappresentare in pochi minuti una tipologia artistica, sociale, umana. E’, crediamo, l’unica attrice epica del nostro tempo. Epica e spietata nel sezionare le parole d’ordine degli innumerevoli manifesti artistici che si sono avvicendati nel Novecento, come nel mostrare con asciuttezza (talvolta con un controllatissimo dolore) la deriva atona che hanno progressivamente subito dignità e identità umane negli ultimi decenni.

Manifesto nasce nel 2015 in Australia come videoinstallazione composta da 13 piccoli film proiettati su altrettanti schermi, e successivamente esposta, tra il 2016 e il 2017, all’Hamburger Bahnhof Museum fur Gegenwart di Berlino e al Park Avenue Armony di New York. Grazie a Cate Blanchett l’idea di Rosefeldt ha assunto una compiutezza definitiva, diventando un film che, dopo il successo clamoroso della “prima” al Sundance Festival di quest’anno, sarà distribuito in Italia il prossimo autunno per I Wonder Pictures.

Rosefeldt sceglie spesso lente panoramiche dall’alto e riprese frontali. Nel primo caso per mostrare con maggiore efficacia la desolazione e la dismissione di intere aree periferiche delle città (in particolare Berlino), per farci sentire parte di quell’abbandono irredimibile, dell’incuria post-capitalista il cui vivissimo cadavere putrefacendosi contamina il globo intero. Dopo aver millantato per due secoli il potere di cambiare le sorti del mondo e delle comunità che lo abitano, dopo aver magnificato il feticcio del progresso e, partendo dalla Rivoluzione Industriale, nutrito il proprio organismo vorace e ipertrofico con la morte per lavoro e denutrizione di donne e bambini, dopo aver distrutto vaste zone di territorio con fabbriche inquinanti e quartieri dormitorio giustificando tutto con l’espansione del benessere di  massa, se n’è andato. Semplicemente il Capitale se n’è andato, avendo scoperto che le speculazioni finanziarie sono immensamente più proficue della costruzione di oggetti. Si è smaterializzato, portando alla proliferazione degenerativa, entropica, tutto ciò che aveva edificato, e il materiale umano che a questo fine era stato illuso e reclutato.

Nel secondo caso, per lasciare C. Blanchett libera di sviluppare la sua caustica notomia mimetica. Risulta impressionante e indimenticabile il suo burbero, pencolante homeless, piagato e barbuto, mentre si aggira provocatorio e trasognato fra le rovine della modernità. Inveisce rauco contro borghesi e meschini, ruggendo in un megafono il Manifesto bianco di Lucio Fontana.



Ugualmente straordinaria l’operaia catatonica, talmente estranea a sé da non curarsi neppure dell’igiene personale, che vaga sciatta e ciecamente vorace in una cucina caotica e invasa da avanzi, si presume maleodoranti, d’ogni natura, forma e colore. Muove giorno dopo giorno l’artiglio d’acciaio di una gru che sposta giganteschi ammassi di immondizia esalanti polveri e vapori venefici, mentre la voce fuori campo assembla i proclami di luminosa isteria edificatrice degli architetti à la page.

Proprio la futilità e rigidità del postulato teorico-estetico, animato spesso da ribellismo fine a se stesso, sul quale si basano quasi tutti i movimenti artistici del Novecento, è il bersaglio dei quadri più implacabilmente sulfurei di Manifesto. La parola nothing e l’invettiva contro ciò che formava il mondo di prima sono i  cardini sui quali ruotano sistemi teorici anche molto complessi, di frequente sprezzanti, sempre aggressivi e competitivi. Bisogna bruciare, azzerare, distruggere, polverizzare, oppure bamboleggiare rivolgendo all’arte una preghiera affinché sia colorata e insignificante. Invocare una forma di danza che contrasti la frivolezza e nello stesso tempo ideare un balletto che della ridicola futilità è l’apoteosi. Dileggiare il Passato e insieme teorizzare l’assenza di Futuro (il No-Future dei punk), celebrare il funerale dadaista alla ragione e alla logica (irresistibile la vedova in gramaglie della Blanchett).



Geniale e articolata la disamina dell’arte concettuale tutta giocata sopra le righe, fra comunicazione di massa e iperfinzione televisiva. In questo episodio la volitiva e laccatissima conduttrice di un network intervista (sull’arte concettuale, appunto) un’inviata esterna, che è il suo doppio o la sua proiezione (vista l’infinita riproducibilità di un’immagine). La Cate che parla fuori studio, irrorata da una pioggia battente creata con espedienti tecnologici per aumentare l’effetto di coinvolgimento del pubblico, enumera alla Cate in studio le minute ramificazioni dell’arte concettuale. La conduttrice appare colpita soprattutto dalla mini-arte: si tratterà di opere molto piccole o di autori bassi di statura? Si chiede autoritaria rivolgendosi all’obiettivo.

Il quadro più inquietante è forse quello in cui una Maestra elementare sottilmente minacciosa spiega a una classe di piccini assai perplessi il Dogma di Von Trier. La fissità assertiva, inflessibile, apodittica dello sguardo ci fa scivolare sotto la pelle un senso di pericolo incombente. Pur animati dalle migliori intenzioni (di cui è lastricata la via dell’Inferno) e tendenti a enucleare la Verità nascosta nelle Cose – non pensavamo ce ne fosse soltanto una –, i dogmi, con le norme rigide e tiranniche che li accompagnano, dovrebbero sempre metterci in allarme.

L’unica nicchia di resistenza sembrano i sogni, visto che esistenza e morte sono due soluzioni immaginarie. La vera rivoluzione potrebbe davvero essere conciliare il sogno con il mondo diurno, in una surrealtà che ci faccia intravedere il lato nascosto di ciò che appare.

E l’arte, in fondo, la sua essenza e il suo scopo, dopo tante parole, viene meglio rappresentata da alcune vecchiette che fanno gioiosamente esplodere dei fuochi d’artificio in un prato suburbano spelacchiato.

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Anna DI MAURO - Se si potesse prevedere tutto il male...(Pirandello al Teatro Verga di Catania) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 24 Ottobre 2017 13:21

 

Saggistica breve

 

Se si potesse prevedere tutto il male che può nascere dal bene che crediamo di fare...

da “Sei personaggi in cerca d'autore” di Luigi Pirandello

°°°°

Così si apre la scena di uno dei drammi più inquietanti della vasta produzione di Luigi Pirandello,  tra gli autori più amati e saccheggiati del nostro tempo, soprattutto nell'anniversario della sua nascita. Il bene e il male così fittamente intrecciati, caparbiamente stretti l'uno all'altro ancora una volta, in questa terza regia pirandelliana per Michele Placido, impegnato al Teatro Stabile di Catania nel “Sei personaggi in cerca d'autore”, come regista e interprete, opera metateatrale rappresentata per la prima volta nel 1921 al Teatro Valle di Roma, scelta opportunamente per l'apertura della nuova stagione teatrale.

Il dramma dell'Incomprensione e della Vita che sbuca dalla fissità della Forma è certamente un banco di prova per chi sceglie di rappresentarlo, ma al tempo stesso offre un meccanismo così ben congegnato, un apparato a incastro talmente complesso e affascinante, da stare, per così dire, in piedi da solo, purché sostenuto e corroborato da una recitazione capace di portare in sé tutta la semantica cerebrale del pensiero pirandelliano.

In questa edizione il team è forte e sinergico. Attori siciliani, soprattutto catanesi, per una storia svoltasi forse in quegli stessi luoghi dove viene rappresentata. Su questa suggestione si muove la regia esaltando l'energica presenza dei nostri giovani talenti. Citiamo per tutti Egle Doria, la prima attrice, sanguigna e in preda a ire funeste. L'anima catanese, intrisa di umorismo, passione, ironia, ben si presta alla cornice delle prove di una Compagnia teatrale dietro le quinte, tra impalcature e tralicci, a far da vivace, comica contrapposizione e sfondo tangibile ai Sei Personaggi, materializzati sul palco, sorprendentemente ai loro e ai nostri occhi, come per incanto, misteriosi e diafani, ma al tempo stesso carnali, decisi e volitivi nella loro richiesta di essere rappresentati, più reali delle persone in palco con la loro storia dolorosa, dramma umano che ha urgenza di vivere.

Finalmente ascoltati dal capocomico (un vigoroso Silvio Laviano) che fino a quel momento si ritraeva, a poco a poco l'inquietante Famiglia si svela in tutta la sua tragica, inafferrabile verità: ognuno racconta la sua versione dei fatti, in un poliedrico e sconcertante caleidoscopio di immagini.

Vestiti di nero, dichiaratamente in lutto, in preda alle loro scomposte passioni ecco il Padre, dall'ambigua violenza che ha indotto la moglie a innamorarsi di un altro per poi scacciarla (un Placido sobrio e misurato). La Madre (Guia Jelo qui si fa maschera tragica di un dolore straziante), vittima dell'inganno ordito dal marito, rimasta vedova del secondo uomo.

La Figlia-Figliastra (la vibrante e versatile Dajana Roncione) ardita, fremente, procace adepta di Madame Pace (Luana Toscano in versione grottesca)). Il Figlio scontroso, riluttante, chiuso in se stesso. Sono soprattutto il Padre e la Figliastra, alimentati più degli altri da un tormento indicibile che li connota e li sostiene, a raccontare a brandelli, sopraffacendosi l'un l'altro, la loro tragedia fino all'Atto finale. I due bambini con le loro mute “presenze” sottolineano la terribile vicenda, ammantata di mistero.

La genesi dell'opera è esaurientemente esposta da Pirandello nella prefazione.

Costoro si presentarono all'autore, introdotti dalla servetta Fantasia “vivi... da poterli toccare, da poterne udire il respiro...Nati vivi, volevano vivere”. Decide di scacciarli, perché non particolarmente rappresentativi del suo pensiero filosofico, ma loro continuano a tentarlo fino ad ossessionarlo. Decide allora di lasciarli andare e farli vivere sul palco come personaggi, destinati a rappresentare il travaglio dell'autore, la tragica incomprensione al di là delle parole, il conflitto tra la vita mutevole e le forme immutabili. Ecco trovato così il senso della loro esistenza nella febbrile passione del tumulto creativo. Sei personaggi che cercano un autore. Questa idea straordinaria, originale e tutta da scoprire, sarà il capolavoro della sua drammaturgia, la sua profonda e ineludibile concezione filosofica dell'esistenza.

Il tragicomico della vita qui si affaccia nei due gruppi contrapposti degli attori da una parte e dei personaggi dall'altra, in un gioco senza esclusione di colpi. La vicenda surreale posta come reale irretisce lo spettatore che si trova suo malgrado catturato dal carosello inarrestabile del fantastico intrecciato alla presunta realtà, alla sua rappresentazione. Nasce così il capolavoro.

Tre le scelte di Placido: ambientazione sicula, anzi catanese, impianto tradizionale attualizzato dagli innesti nelle prove di Compagnia, recitazione sobria, alternata a squarci di oscena esposizione.

Ci piace leggervi un omaggio alla terra dell'autore, il rispetto di un'opera superba e già più che rivoluzionaria nell'impianto, il gusto per l'interpretazione che lascia respirare un testo nutrito dalle nevrotiche inquietudini novecentesche, da un disagio esistenziale ancora presente, avvertito dalle coscienze più sensibili.

 

°°°°

 

Sei personaggi in cerca d'autore

di Luigi Pirandello

 

Regia di Michele Placido

Musiche di scena Luca D'Alberto

Costumi di Riccardo Cappello

Luci di Gaetano La Mela

 

Con

Personaggi:

Michele Placido, Guia Jelo, Dajana Roncione, Luca Jacono, Luana Toscano, Paola Mita, Flavio Palmieri

Attori della Compagnia:

Silvio Laviano, Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, Antonio Ferro

 

Al teatro Verga di Catania fino al 29 Ottobre

Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Ottobre 2017 19:27
 
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ISSN 2280-6091

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Direttore Responsabile

Angelo Pizzuto
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Vice direttore

Cinzia Baldazzi
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Coordinamento redazionale
Lucia Tempestini
Redazione affari sociali

Francesco Nicolosi Fazio
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