Anno XI, 20 | 09 | 2017
Nichi VENDOLA- A sinistra. Nè integrati, nè apocalittici PDF Stampa E-mail
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Il segretario di S. E. L. ha affidato di recente queste sue considerazioni a Il Manifesto e ad altre testate della sinistra 'testarda'. Noi con essa.



Nessuno si salva da solo



NE' INTEGRATI, NE' APOLCALITTICI

Viviamo un tempo tremendo, in cui la società coincide con il mercato, la cittadinanza con il consumo, le persone con i 'clienti'

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Come dare corpo e anima, qui e ora, den­tro una tran­si­zione mel­mosa e regres­siva, al sog­getto dell’alternativa? Come uscire dalla palude di tutte le nostre scon­fitte, ridando vigore ad una spe­ranza che si ali­menta di pen­siero cri­tico e si strut­tura come coo­pe­ra­zione con­sa­pe­vole e comu­nità di senso? Non credo che ser­vano scor­cia­toie meto­do­lo­gi­che o inven­zioni poli­ti­ci­sti­che: lungo e imper­vio è il sen­tiero che abbiamo dinanzi, pesa l’affanno e spesso il ran­core di tutte le nostre bio­gra­fie, rischiamo ad ogni tor­nante di sepa­rare l’ansia di futuro dalla cogni­zione pro­fonda del passato. Soprat­tutto rischiamo di discu­tere ideo­lo­gi­ca­mente del “che fare?”, come se non fosse squa­der­nato dinanzi ai nostri occhi (spesso acce­cati dal dolore) il ter­reno di un con­flitto di civiltà che non solo recide legami sociali e svuota il lavoro di valore sociale, ma che col­pi­sce e fal­si­fica ogni idea di umanità.

Voglio dire che la nostra ricerca — il duro cimento di una nuova Welt­an­schauung della sini­stra — non può essere una fuga idea­li­stica dalla poli­tica, e cioè da un agire col­let­tivo che si oppone alla fran­tu­ma­zione sociale e alla soli­tu­dine indi­vi­duale, e cioè dal pra­ti­care quei con­flitti che sono peda­go­gia del cam­bia­mento e pre­fi­gu­ra­zione di nuove e più ric­che rela­zioni tra le per­sone e tra i popoli. Anche la feno­me­no­lo­gia nevro­tica del ceto poli­tico delle sini­stre  non mi pare possa essere assunta a ragione e causa della nostra scon­fitta: direi che ne è una con­se­guenza, un epi­fe­no­meno non spie­ga­bile con le lenti del soggettivismo.

La “rivo­lu­zione pas­siva” che ha accom­pa­gnato come un’ombra il ciclope delle poli­ti­che libe­ri­ste ha rimo­del­lato sistemi eco­no­mici e corpi urbani, ha ripen­sato la vita e i biso­gni e i desi­deri, inve­stendo su quel codice di “indi­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio” sulla cui antro­po­lo­gia ha scritto pagine memo­ra­bili Pie­tro Bar­cel­lona. Si è ribal­tato un intero voca­bo­la­rio, quello che dalla rivo­lu­zione fran­cese fino alla grande ere­sia del Ses­san­totto sca­vava nell’immaginario soprat­tutto degli oppressi le trin­cee di una nuova coscienza: soli­da­rietà, egua­glianza, libe­ra­zione, sono parole spol­pate vive e spu­tate via dalla grande mac­china dige­stiva del turbo-capitalismo finan­zia­rio. Appunto, come diceva la Lady di ferro: la società non esi­ste, esi­stono solo gli indi­vi­dui. Molto più di una pro­po­sta poli­tica, con la con­se­guente pro­du­zione di una poli­tica impri­gio­nata ad un vin­colo esterno: l’immodificabilità (onto­lo­gica) del sistema. Qui siamo, in una dimen­sione iper-ideologica e iper-realistica, dove la società coin­cide col mer­cato, la cit­ta­di­nanza diviene con­sumo, le per­sone sono clienti.

Non cerco alibi per i nostri errori, ma vor­rei leg­gerli nel loro con­te­sto reale. La mer­can­ti­liz­za­zione delle città e della natura, la ridu­zione del lavoro a que­stione economico-corporativa, l’aziendalizzazione pro­gres­siva delle fun­zioni sociali dello Stato, la pre­ca­riz­za­zione della vita: in que­sto gorgo è stato risuc­chiato tutto il mondo nostro, la demo­cra­zia di massa e il moderno costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico, per­sino un’idea di fra­ter­nità nel comune destino del genere umano. Anche la discus­sione sulla forma-partito va col­lo­cata a que­sto livello: altri­menti resta solo il volon­ta­ri­smo vel­lei­ta­rio e il mar­ke­ting elet­to­rale. Nomi­niamo i pro­blemi, senza esor­ciz­zarli: sono cre­pate tutte le sini­stre nove­cen­te­sche, non solo il comu­ni­smo irreale delle società dell’Est ma anche quel rifor­mi­smo social­de­mo­cra­tico che ha spento la sua stella ponen­dosi come variante mor­bida della rivo­lu­zione liberista.

Nello scon­tro ani­ma­le­sco tra oli­gar­chie euro­pee e Tsi­pras, una con­tesa cru­ciale sulla natura e sul destino dell’Europa, i rifor­mi­sti con­ti­nen­tali sono stati un’eco stri­dula della voce della Mer­kel, al mas­simo cri­ti­cando l’etica o l’estetica dell’austerity ma mai smon­tan­done il fon­da­mento ideo­lo­gico e la bru­tale archi­tet­tura poli­tica. Il sel­vag­gio rea­li­smo di Ber­lino e di Bru­xel­les ha coman­dato il verbo della lotta con­tro il debito pub­blico, che è stata tra­dotta auto­ma­ti­ca­mente in lotta al Wel­fare e ai diritti sociali. Che para­dosso: quelli che hanno spinto l’economia nel vor­tice della finanza crea­tiva quanto tos­sica, quelli che hanno pro­tetto la sepa­ra­zione pro­gres­siva del busi­ness dal lavoro e dalla pro­du­zione, quelli che hanno avve­le­nato mer­cati ed esi­stenze, sono gli stessi che ci indi­cano mora­li­sti­ca­mente rigore e auste­rità come via obbli­gata da per­cor­rere: nel nome del futuro, manco a dirlo. Men­tre loro con­ti­nuano a divo­rare tutto il pre­sente e lasciano sul mar­cia­piede un eser­cito di nuovi poveri, gene­ra­zioni di scarto e altri effetti collaterali.

ll Capi­tale ha rove­sciato la sua crisi sui suoi natu­rali anta­go­ni­sti (il lavoro subor­di­nato e i gio­vani ), la crisi della glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta si è pre­sen­tata come pura “natura”: e nelle mille dram­ma­ti­che frat­ture che si sono aperte — tra cen­tro e peri­fe­ria, tra vec­chi e gio­vani, tra indi­geni e stra­nieri, tra ultimi e penul­timi — si sono radi­cate le cul­ture della paura e dell’intolleranza. Le dimen­sioni di massa della disoc­cu­pa­zione e della povertà, con la pro­gres­siva pro­le­ta­riz­za­zione del ceto medio e del lavoro intel­let­tuale, si tra­du­cono in incu­ba­zione di nazio­na­li­smo, xeno­fo­bia, fasci­smo. Il muro di Orban è come un pro­me­mo­ria di quella recente sto­ria euro­pea che torna, nel les­sico dei media e della poli­tica, come lin­guag­gio delle nuove élite popu­li­ste: non più come fol­clore delle sva­sti­che nelle curve degli stadi, ma come para­digma di una poli­tica che divor­zia dalla con­vi­venza. Il fasci­smo come grande rimosso (reto­ri­ca­mente come grande rimorso) della moder­niz­za­zione auto­ri­ta­ria del vec­chio continente.

Allora io penso che la sini­stra del futuro debba fare dell’europeismo sociale e soli­dale la pro­pria ban­diera: ripar­tendo dalla messa in discus­sione dei trat­tati, strac­ciando le carte che hanno dato forma giu­ri­dica di legge ai totem e ai tabù del libe­ri­smo. Parlo di un oriz­zonte ideale ma anche di pra­ti­che poli­ti­che. A par­tire dalla costru­zione di una rete delle città-laboratorio, delle ammi­ni­stra­zioni locali pro­gres­si­ste, che sul tema cru­ciale dell’accoglienza dei migranti e dei pro­fu­ghi, dei biso­gni abi­ta­tivi e di assi­stenza dei sog­getti vul­ne­rati dalla crisi, della tutela del pae­sag­gio e della bel­lezza, delle espe­rienze di con­ver­sione eco­lo­gica della mobi­lità piut­to­sto che della gestione dei rifiuti, siano in grado di evo­care un nuovo civi­smo, un buon vivere, una trama di socia­lità in cui le per­sone si rico­no­scono cia­scuna nella pro­pria diversità.

Ecco: un nuovo sog­getto non nasce in labo­ra­to­rio, non nasce nella fur­bi­zia sepa­rata del poli­tico, né nella pre­tesa inge­nuità del sociale. Nasce den­tro uno sguardo nuovo sul mondo, auto­nomo non per­ché vocato all’estremismo o al mino­ri­ta­ri­smo ma per­ché capace di stare nei con­flitti. Uno sguardo all’altezza dei dilemmi di fondo del nostro tempo, senza nosta­gia dei miti defunti, ma curioso, aperto, libero da pre­giu­dizi. Non dob­biamo sce­gliere tra sini­stra degli apo­ca­lit­tici e sini­stra degli inte­grati: ma avere cura di una domanda sociale di cam­bia­mento che oggi impatta dura­mente con l’offerta popu­li­sta, quella del popu­li­smo dall’alto di Renzi e quella del popu­li­smo dal basso di Grillo. Ma anche la “cosa immonda” di Sal­vini ci inter­roga e ci chiede di essere lì, nelle fron­tiere più espo­ste alla crisi e al lavoro sporco delle destre.

C’è biso­gno di tutti, ma c’è biso­gno che tutti abbiano que­sta con­sa­pe­vo­lezza: non ci sal­verà la somma alge­brica di tutte le pic­cole cose che ci sono. Ovvio che occorre libe­rarsi da vec­chi risen­ti­menti e da ris­so­sità a sini­stra, che oggi appa­iono per­sino pate­ti­che. Ma solo una cul­tura poli­tica forte, una cul­tura pro­gram­ma­tica fon­data sulla con­nes­sione tra saperi e com­pe­tenze, pro­fon­da­mente attra­ver­sata dalle parole e dalla libertà delle donne, boni­fi­cata da ogni forma di inte­gra­li­smo cul­tu­rale: solo que­sto, così penso io, può sal­vare, qui e ora, quella spe­ranza poli­tica a cui diamo il nome di sinistra.

 
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