Anno XI, 20 | 09 | 2017
Franco LA MAGNA - Vite dissolte ("Sicilian Ghost Story", un film di Grassadonia e Piazza) PDF Stampa E-mail
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Buio in sala

 

 

VITE DI MAFIA

"Sicilian Ghost Story"- Tuo padre è un “infame”. Ti sciogliamo nell’acido

°°°°

Prosegue con successo il sodalizio artistico-mafiologico dell’indivisibile tandem registico Fabio Grassadonia e Antonio Piazza che - dopo “Salvo”, già premiato a Cannes a la Semaine de la Critique del 2013 - con “Sicily Ghost Story” hanno aperto quest’anno la stessa Semaine dell’apprezzato Festival d’oltralpe, suscitando (a quanto pare) lo stesso entusiasmo provocato dall’esordio.

Con il consueto stile, magico-favolistico-visionario con cui i due registi amano infarcire realistiche e raccapriccianti storie di mafia, “Sicilian Ghost Story” riprende l’agghiacciante vicenda di Giuseppe Di Matteo, un ragazzino di 12 anni che, per la sola colpa d’essere figlio d’un mafioso pentito (un “infame”), viene rapito e tenuto in prigionia per 779 giorni, quindi strangolato e sciolto nell’acido nel 1996 all’età di 14 anni. Una vicenda ancora viva e sanguinante nell’ahimè folta agenda siculo-nazionale dei terrificanti crimini compiuti dalla mafia.

Una sceneggiatura essenziale, che restituisce all’immagine un ruolo narrativo primario; sogni, visioni, allucinazioni della coetanea innamorata di Giuseppe ( dimensione immaginaria del racconto), che con pervicacia non smette di cercarlo, attirando su di se i sospetti e l’ostracismo dell’intero paese, dei genitori e perfino dei carabinieri (elemento quest’ultimo decisamente inquietante) e un’ambientazione estremamente suggestiva e misteriosa (boschi, laghi, case scavate nella roccia…) a volte spaventosa, fanno del film di Piazza e Grassadonia, un’opera decisamente insolita, linguisticamente e tecnicamente elaboratissima (ottimi montaggio, fotografia, scenografia), coraggiosa, fuori dai vieti convenzionalismi del cinema italiano sempre più satollo di commedie e commediole, perlopiù recitate in un ormai nauseante romanesco.

Il film è tratto dal racconto “Un cavaliere bianco” (riferito alla passione per l’equitazione del povero Giuseppe), dal libro di Marco Mancassola “Non saremo confusi per sempre”.

 
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