Anno XI, 22 | 09 | 2017
Mino ARGENTIERI - La memoria. Il carosello del già visto ("La grande bellezza" di Paolo Sorrentino) PDF Stampa E-mail
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A quattro mesi dalla scomparsa di Mino Argentieri, per ricordarne la profondità analitica, riproponiamo il suo testo esemplare su "La grande bellezza", già pubblicato su InScena e Cinemasessanta nel 2014. Si tratta di uno dei suoi ultimi contributi a un dibattito critico (sul cinema e i 'media' quali strumenti di resistenza al conformismo dell'immaginario) iniziato nell'immediato dopoguerra e tenacemente proseguito per decenni


 

IL CAROSELLO DEL GIA' VISTO



 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflettendo su “La grande bellezza”- Il 'perchè' delle nostre perplessità

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L’assegnazione dell’Oscar al miglior film straniero è delegata a una frazione di addetti ai lavori che abbiano una familiarità con la produzione straniera, che nel mercato statunitense non supera la misera percentuale del 6% come le traduzioni da altre lingue per l’editoria, cifre da regime di autarchia culturale, almeno per le grandi masse dei fruitori. Le preferenze nel 2014 si sono appuntate su La grande bellezza di Paolo Sorrentino e gli osservatori più addentro agli umori americani hanno tranquillamente affermato che la sentenza finale era prevedibile, l’unica che avesse una fondata attendibilità e fosse immune da pregiudizi.

Il film, corposo e magmatico, intessuto di frammenti, squarci e tasselli, ci proietta in un girotondo di figurazioni più che di personaggi, ombre che appaiono e scompaiono come in un sogno, ove ogni perno logico si è allentato e sfila una umanità snervata, narcisista ed esibizionista, mediocre negli interessi e nei meriti, allo sbando, rumorosa ed ebbra nei balli a cui freneticamente si abbandona, illusa di esprimere vitalità.

E’ una realtà decomposta in cui la vena grottesca e notturna dell’autore di Il divo si invera nell’atmosfera onirica che era la nota alta del film segnato dalla figura storica di Andreotti, dai suoi seguaci e colleghi. Non c’è spina dorsale dritta, non ci sono punti di appoggio razionale, latitano protagonisti che abbiano uno spessore: non può esserci evoluzione e sinuosità narrativa, le maschere sostituiscono i personaggi (era successo anche ne Il divo), il racconto si sfarina: non è un difetto e non può essere diversamente se ciò che si intende rappresentare è la frammentazione e lo sfarinamento del corpo sociale e di ogni tensione umana, l’inaridirsi, l’isolamento e l’alienazione dell’individuo.

Il carosello seduttivo delle immagini non elimina, tuttavia, la convenzionalità dei conversari e delle tipologie, non impedisce di disperdere e vanificare l’inconfutabile estrosità visiva e cromatica di un regista frenato dalla fissazione che il cinema sia pittura in movimento e non rigorosa introspezione, drammaturgia, scavo psicologico, angolazione critica del tempo e della Storia. Il regista sembra persino ignorare che nell’arte la banalità non si materializza nella banalità stessa e il birignao culturale, non lo si sottolinea riproducendolo meccanicamente. Se il talento c’è - nessuno lo confuta - indulge a una confusione che avvilisce le ambizioni, rimacina e redistribuisce il déjà vu, il risaputo, lo scontato, i cascami del meglio che ha dato la commedia all’italiana nei suoi film più memorabili che nell’umiltà degli intenti - divertire, far ridere gli spettatori – caricaturizzavano i nostri vizi, sollevavano vespai, avendo il pudore di non elevarsi a giudici della morale.

Lasciamo stare ogni eventuale comparazione con La dolce vita di Fellini, sconsigliabile per l’assenza di affinità tra i due film nell’assunto poetico, nello stile, nella composizione strutturale, nel valore, nella pregnanza problematica, E’ che un ritardo traligna da ogni poro di un film che per enumerare le fibrillazioni e i conflitti, interiori ed esterni, attinge ancora al consumato bestiario della café society, a una piccola e media borghesia salottiera e  burina, ai nuovi ricchi, agli scrittorelli, alle donnine procaci e scriteriate. Questa è letteratura stanca, ripetitiva, orecchiata e rimpastata. E’ cinema vecchio che ha perduto l’originario vigore e si impantana in un bozzettismo livido che suscita pietà e compassione anche se è il vuoto a spalancarsi sotto i piedi.

Dal caleidoscopio di La grande bellezza non traluce un filo di speranza, ma non è il pessimismo totale che gli rimproveriamo. Noi forse lo siamo più di Sorrentino pessimisti, ma è la sua visuale che ci lascia a bocca asciutta perché i soggetti sociali di una crisi che non è soltanto esistenziale sono altrove, nei luoghi dove si giostra il destino degli uomini e non c’è il folkloresinistro della società dello spettacolo, il circo Barnum delle mezzemaniche, le chiassose terrazze delle serate romane, il giornalismo da strapazzo, ma a dettare le regole sono il primato delle rendite finanziarie, lo sfruttamento, il cinismo degli affari, la grettezza e l’egoismo dei particolarismi, il trasformismo indecente della politica, la codardia  e l’assopimento servile di una intellettualità spocchiosa e affamata di privilegi e di passerelle televisive e fregi accademici.

Non è improbabile che La grande bellezzasia giudicato sfavorevolmente per ragioni sbagliate: perché non ha una trama o perché non sfoggia esemplari edificanti, anime buone e innocenti, ritrae gente non bella nemmeno esteticamente, sgradevole a prima vista, perché non suscita l’ilarità e rovista in pannicelli poco profumati: le solite idiosincrasie del benpensantismo. Non sono queste le ragioni del nostro dissenso, motivato da una vecchiezza che è il male di cui patisce molto il nostro cinema che dispone di un pubblico plaudente, abituato a non rimandare indietro quel che passa il convento e a non immaginare un cinema altro, più consistente e profondo.


 
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