Anno XI, 22 | 09 | 2017
Lucia Tempestini (a cura di) - Cerimonia di Premiazione Venezia 74. Scelte coraggiose e vezzi risaputi PDF Stampa E-mail
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SCELTE CORAGGIOSE E VEZZI RISAPUTI

 

La Giuria di Venezia 74, presieduta da Annette Bening e composta da Ildikó Enyedi, Michel Franco, Rebecca Hall, Anna Mouglalis, Jasmine Trinca, David Stratton, Edgar Wright e Yonfan,  dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

 

LEONE D’ORO per il miglior film a:

THE SHAPE OF WATER

di Guillermo del Toro (USA)

 

LEONE D’ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:

FOXTROT

di Samuel Maoz (Israele, Germania, Francia, Svizzera)

 

LEONE D’ARGENTO - PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a:

Xavier Legrand

per il film JUSQU’À LA GARDE (Francia)

 

COPPA VOLPI

per la migliore attrice a:

Charlotte Rampling

nel film HANNAH di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio, Francia)

 

COPPA VOLPI

per il miglior attore a:

Kamel El Basha

nel film THE INSULT di Ziad Doueiri (Libano, Francia)

 

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:

Martin McDonagh

per il film THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh (Gran Bretagna)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:

SWEET COUNTRY

di Warwick Thornton (Australia)

 

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI

a un giovane attore o attrice emergente a:

Charlie Plummer

nel film LEAN ON PETE di Andrew Haigh (Gran Bretagna)

°°°°

 

La perfezione non esiste, anche perché ciascuno di noi ha un’idea molto personale di perfezione, tuttavia possiamo dire che due dei premi assegnati non possono non entusiasmare chiunque ami il cinema  – quello che talvolta ci salva persino la vita con la sua potenza evocativa, quello che, come ha detto con sincera commozione la Presidente della Giuria Annette Bening, “ci eleva” -.

Attribuire il Leone d’Oro a The Shape of Water è un gesto coraggioso e ‘romantico’ che arriva finalmente a rendere visibile anche agli occhi dei cultori del cinema penitenziale un grande e sottovalutato regista come Guillermo Del Toro. La natura intrinseca di The Shape of Water richiama alla memoria l’opera del 2006 Il labirinto del fauno. Si tratta di una fiaba ambientata intorno al 1962 sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda. All’interno di un remoto laboratorio governativo di massima sicurezza lavora la solitaria Elisa (la straordinaria Sally Hawkins, qualcuno la ricorderà nel ruolo della sorella “dai geni sbagliati” di Cate Blanchett in Blue Jasmine di Allen), intrappolata in una vita di silenzio e isolamento che viene cambiata per sempre quando lei e la sua collega Zelda scoprono il ‘risultato’ di un esperimento segreto.


Magia cinematografica quella che il regista Guillermo Del Toro regala generosamente con la sua nuova, grande opera. The Shape of Water è poesia visiva, un racconto sviluppato da una fantasia matura, capace di costruire antri smisurati degni delle creazioni piranesiane, riscattandone nello stesso tempo le gelide, vuote geometrie con i sentimenti che può provare una Creatura solo in parte umana. Uno dei “mostri saggi” di Del Toro, riflessi della parte migliore del cuore umano, incaricati di riportare nel mondo, da troppo tempo ‘fuor di sesto’, se non un impossibile ordine almeno una sfumatura di giustizia e gentilezza.

E come non inchinarsi davanti alla Coppa Volpi assegnata a Charlotte Rampling (vorrei dire per manifesta e inconfutabile superiorità)? In Hannah si produce un lento, graduale crollo emotivo e psicologico della protagonista.  Uno sperdimento, quello di Hannah, che il regista Pallaoro riesce a tratteggiare in filigrana con una messa in scena di grande rigore, lasciando spesso fuori campo le voci e le situazioni circostanti.
Non ha bisogno di chissà quali parole, o spiegazioni, il film: dolore e solitudine debordano dagli argini. E Charlotte Rampling, al solito, si concede anima e corpo (letteralmente) in maniera indimenticabile. Senza filtri, immensa.

Ben più che dovuto il premio alla Sceneggiatura di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, la commedia nera, feroce esilarante straziante grottesca, diretta da Martin McDonagh e interpretata da Frances McDormand (solo l’inarrivabile Charlotte Rampling le ha potuto strappare la Coppa Volpi). Dopo mesi trascorsi senza trovare il colpevole dell’omicidio della figlia, Mildred Hayes compie un gesto audace. Lungo la strada che porta in città, noleggia tre cartelloni pubblicitari sui quali piazza un controverso messaggio diretto allo stimato capo della polizia locale William Willoughby. Quando nel caso viene coinvolto anche il vice Dixon, uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, lo scontro tra Mildred e le forze di polizia di Ebbing diventa sempre più duro.

Forse eccessivo il Leone per la Miglior Regia a Jusqu’à la Garde. La messa in scena di un conflitto familiare esasperante e doloroso per entrambe le parti è misurata e realistica, lo sguardo appare lodevolmente sobrio. Quello che interessa al regista francese Legrand è osservare con minuziosa attenzione la quotidianità di una situazione di disagio, anche se così facendo non riesce ad approfondirne tutti i riverberi (ad esempio, ci presenta la vicenda di Joséphine per poi dimenticarsene, quasi fosse rumore di fondo). Questo riconoscimento accentua il nostro rammarico per l’inspiegabile esclusione di Suburbicon. L’umorismo macabro e tagliente di questa perfetta black comedy firmata Clooney&Coen avrebbe meritato persino il Leone d’Oro. Confidiamo in una sorte migliore quando, in febbraio, arriverà il momento degli Academy Awards.

La Coppa Volpi all’attore teatrale Kamel El Basha, è in realtà un tributo all’originale film libanese The insult. Nell’avvicendarsi di pareri, giustizia e irrisolta capacità di arrivare al fondo di una diatriba si intravede Asghar Farhadi e i suoi film dalle dinamiche inconoscibili, in cui sembra che la giustizia non possa esistere. The insult prende l’abbrivio da una piccola disputa che assume presto le dimensioni e la velocità inesorabile e cieca di una valanga.  La una guerra tra due persone scatenata da un’ingiuria, diventa la guerra tra due avvocati, che è la guerra tra un padre e una figlia, che diventa una guerra tra due religioni che è poi la guerra tra due fazioni politiche. Dalle strade ai notiziari, le tensioni (poco) trattenute del Libano di oggi tra libanesi e palestinesi, tra conflitti e orrori di guerra mai sanati sembrano sempre sul punto di esplodere. Però il film di Ziad Doueiri in realtà è un legal thriller in piena regola - determinato a confinare le ingombranti tensioni politiche e religiose nello sfondo -, che mostra per tutta la sua durata come una battaglia legale appassionante e piena di colpi di scena sia solo una questione tra due persone. E questo anche quando viene utilizzata pretestuosamente da gruppi di pressione, partiti e leader politici. L’impostazione è allora in tutto e per tutto quella del cinema americano, cioè un film che ha tra la sue finalità quella di spiegare i drammi collettivi attraverso una storia individuale, un conflitto piccolo e personale che offre lo spunto di raccontarne uno più grande, attraverso i sentimenti. Sono infatti le pulsioni e le passioni l’argomento del contendere: è giusto che un uomo possa insultarne un altro perché lo ha maltrattato, ed è giusto averlo colpito con un pugno per un’offesa intollerabile ricevuta? Un tribunale lo può giustificare? E gli altri uomini?

Il Premio della Giuria è andato al western crepuscolare Sweet Country, solido affresco della ‘frontiera’ australiana del regista aborigeno Warwick Thorton.

Dispiace che i giurati siano fatti irretire dall’autorialità ostentata e posticcia di Foxtrot, assegnandogli addirittura il Gran Premio. Il regista Samuel Maoz (quello che vinse il Leone d’Oro con Lebanon per intenderci) costruisce una messa in scena che si fa grottesca e allegorica senza una vera ragione, fastidiosa per i suoi personaggi che, come bambini capricciosi, pretendono di essere compresi dal pubblico nel loro dolore inespresso attraverso le piccole ininterrotte ossessioni. Fastidio perché tutto sembra rimandare ad altro, ma non si sa a che cosa. Fastidio per le sequenze dedicate alla follia della guerra, così dense di simboli e grottesche, con la velleità di alludere a significati ulteriori senza riuscire a farlo davvero. Fastidio che diventa insofferenza quando Foxtrot torna all’interno familiare dell’inizio, anzi rabbia insostenibile verso la sofferenza altrui, nascosta dai personaggi e poi svelata di colpo con una teatralità che oltrepassa il ridicolo. Foxtrot è in buona sostanza un film puerile. Maoz, come uno studente al primo anno di una qualsiasi scuola di cinema, crede che un silenzio sia di per sé espressivo, che un personaggio che nasconde e trattiene un dolore funzioni da solo. Persino il richiamo al foxtrot che dà il titolo alla pellicola, un ballo i cui passi tornano sempre al punto di partenza, è una metafora convenzionale e scontata ma riproposta e ‘spiegata’ con sussiego per tutta la durata del film.

Centrata, invece, la scelta di Charlie Plummer, sensibile, giovanissimo protagonista di Lean on Pete, per il premio Marcello Mastroianni.


Pagina a cura di Lucia Tempestini

 
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