Anno XI, 22 | 09 | 2017
Paolo ISOTTA*- Fine estate. La disperata pazienza di Sciascia (per i "cretini intelligenti") PDF Stampa E-mail
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Fine estate*



LA DISPOERATA PAZIENZA DI SCIASCIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei riguardi dei "cretini intellligenti"

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La mia vacanza agostana sono stati gli ultimi otto giorni. A casa, con l’aria condizionata; in giardino, quando rinfrescava un po’. Col mio vizio, la lettura. Le opere complete di Leonardo Sciascia in mano; che riprendo sovente, sebbene i libri che ho sempre con me siano Lucrezio, Virgilio, Orazio, Leopardi, Manzoni: un anno I promessi sposi, un altro la prima versione, da lui rifiutata, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia. Giovanni Macchia la giudica superiore e, certo, basterebbe l’atroce romanzo nel romanzo dedicato alla Monaca di Monza a farci gioire che tale versione non sia stata distrutta e sia stata ritrovata. Manzoni e Leopardi sul cuore umano, sulla politica, sulla massa, hanno, con Flaubert, scritto le cose più rivelatrici di ogni tempo. Sciascia è un manzoniano e su Manzoni gli si debbono ricerche erudite che, come tutte le sue opere storiche, sono fra le perle della sua creazione. È un seguace di Manzoni nell’indagare il cuore umano e il suo indurirsi in rapacità e abiezione.

QU EST’ANNO mi ha tenuto compagnia il primo dei due volumi, dedicato alla creazione fra il 1956 e il 1971. Lo studio che il grande Racalmutano fa dell’uomo parte sempre dalla Sicilia, sebbene s’allarghi in senso universale. L’attaccamento dei siciliani di ogni tempo alla roba, che si fa addirittura una metafisica della roba, non è dell’italiano tutto, se non del l’uomo assolutamente? E qui va osservato l’attaccamen - to alla roba proprio dei preti. Certo, di tutti; ma il clero siciliano, col suo particolarismo, la sua autonomia, ne è un emblema. Anche per l’essere il popolo siciliano, secondo Leonardo, superstizioso, sì, ma irreligioso, a-cristiano se non ateo. In questo di alta meditazione è la ricerca storica Morte dell’inquisitore, la storia di un monaco secentesco detenuto e torturato dall’Inquisizione il quale, prima del rogo, riesce colle manette a uccidere l’Inquisitore palermitano. Sempre sul tema, di acre ironia è la Recitazione della controversia liparitana; e di deliziosa ironia Il Consiglio d’Egitto.

ALLA MAFIA Sciascia si è dedicato con passione e lungimiranza: lo narrano Il giorno della civetta e A ciascuno il suo. Il bel libro recentissimo di Nando dalla Chiesa Una strage semplice rievoca l’assassinio di Paolo Borsellino e mette in luce come tuttora esso, tra mandanti e coperture e depistaggi, sia avvolto dal buio; e sebbene Sciascia su Borsellino abbia fatto il suo solo errore, subito emendato, questa storia a me pare eminentemente sciasciana, quasi la realtà, ancora una volta, si sia sulla creazione artistica modellata. Ma questa creazione artistica partiva, nel caso di specie, da un’analisi della realtà effettuale.

L’ho frequentato, sia pur brevemente. A Milano colla moglie, Mimmo Porzio lo invitava sempre a cena. Una boccata di fumo tra un boccone e l’altro; taciturno, uno sguardo di pazienza insondabile e disperata. La sua pagina è per me, oltre che modello stilistico, soccorso al disagio del vivere. La disperazione, se si fa arte, aiuta. Una volta mi aiutò anche la sua ironia. Avevo scritto che il rock è uno strumento di consenso sociale, giacché gli sventurati sfogano consumandolo ogni carica di rivendicazione ed eversione. Mi attaccò su Re - pubblica un intrattenitore televisivo, un certo Beniamino Placido. Risposi con una citazione di Nero su nero:“È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Oh i bei cretini d’una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini”. (*Asudeuropa-Pioletorre.it)

 
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