Anno XI, 20 | 11 | 2017
Maurizio TANCREDI - L’obbedienza non è più una virtù. Cinquant’anni fa l’esperienza di don Lorenzo Milani alla scuola di Barbiana. PDF Stampa E-mail
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Martedì 12 Settembre 2017 07:40

 

Saggistica breve


L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ.

CINQUANT’ANNI FA L’ESPERIENZA DI DON LORENZO MILANI ALLA SCUOLA DI BARBIANA.



Nel giugno del 1967 se ne andava, a 44 anni, don Lorenzo Milani, creatore di un progetto scolastico rimasto unico in Italia. L’esperienza della “scrittura collettiva”, la Lettera a una professoressa, la polemica su diversità ed egualitarismo.


Qualche mese fa ho partecipato a uno di quei corsi di aggiornamento che dalla Legge 107 in poi stanno facendo la fortuna dei più disinvolti cialtroni del nostro panorama formativo. L’esperto psico-pedagogo di turno esordiva dicendo che la scuola italiana, la scuola dell’inclusione, era una scuola figlia delle idee di Lorenzo Milani. Sollevai allora gli occhi dal tablet dietro il quale mi ero trincerato per superare quelle due ore di ciance dissennate e alzai la mano. Quello che venne dopo non fu precisamente un pacato scambio d’opinioni tra due educatori. Il tizio già mi era stato sospetto a priori, come è bene che sia quando per documentarti su di lui non trovi una bibliografia ma un profilo facebook, ed era solo a causa di un ordine di servizio della mia dirigente che lo stavo a sentire, ma quello che aveva detto superava di gran lunga qualsiasi possibilità di tolleranza. A cominciare dal suo laicissimo privare Lorenzo Milani del suo titolo di “Don”, che per me è come se uno volesse parlare di Ernesto Guevara de la Serna omettendo il “Che”. Ma probabilmente quello era il suo modo per dichiararsi politicamente corretto: cito un prete, è vero, ma lo faccio senza il “Don” per farvi capire che per me è importante non in quanto prete ma per ciò che ha detto e che ha fatto.

E già da qui si poteva arguire che Don Milani lo avesse letto e riflettuto pochino, perché se si vuol capire Don Milani è proprio da “Don” che bisogna partire, e se si vuole capire la sua idea di scuola l’unico modo è intenderla in quel quadro d’apostolato totale che lo condusse, negli ultimi giorni della sua vita, a scrivere: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze ed abbia scritto tutto sul suo conto». E poi c’era la seconda parte della sua affermazione, quella davvero senza perdono, perché là non si tratta solo di mistificare l’opera di un uomo ma la storia stessa di mezzo secolo di scuola italiana: «La scuola italiana è figlia di Lorenzo Milani perché è una scuola d’inclusione», il che vorrebbe dire che è una scuola che non lascia indietro nessuno.

E qui Don Lorenzo, se avesse potuto, lo avrebbe riempito di botte. Perché se c’è una menzogna è proprio quella che la scuola italiana includa tutti, faccia andare avanti tutti, sia una scuola aperta a tutti, proprio come la piccola scuola che il priore di Barbiana aveva creato in mezzo all’Appennino toscano. È vero proprio il contrario: la scuola italiana è rimasta dagli anni di Don Milani - gli anni ’60, quelli del boom economico - una scuola di Pierini e di Peppe, dove i primi sono nati per studiare, gli altri per zappare; anzi, oggi, per colpa dell’abbandono delle campagne, privati anche della possibilità di zappare, cioè di produrre e di vivere nella loro terra, costretti all’emigrazione che nel loro caso non viene rimpianta come “fuga di cervelli” ma accettata, quando non glorificata, come una delle “magnifiche sorti e progressive” che ci ha donato la globalizzazione.

È una scuola di classe, con istituti per la buona borghesia e istituti per i poveracci, ancorché ambedue si fregino del titolo di scuola statale, abbiano le loro belle lavagne LIM interattive, le aule informatiche e magari anche i laboratori multimediali. Anzi, a volte succede proprio il contrario: il vecchio e storico liceo snobba le LIM e si tiene ben care le lavagne d’ardesia, stenta a organizzare l’alternanza scuola-lavoro e quando lo fa propone agli allievi uno stage a Bruxelles, presso l’Unione Europea a mille euro per una settimana, e si vanta di biblioteche ricche di prime edizioni di D’Annunzio e di Pirandello; mentre il professionale di paese o di periferia ha una LIM in ogni classe, una biblioteca rifornita dall’agente librario Einaudi e l’alternanza scuola-lavoro la fa in Costa Smeralda a lavorare negli alberghi. E allora? direte voi. Dov’è il feroce classismo? Le risorse tecnologiche vanno prima a quelli che non le hanno a portata di mano e che vivono in aree disagiate, l’esperienza lavorativa viene fatta dove si impara davvero a lavorare, persino l’ultimo libro di Lucarelli avete.

Solo che questa è la facciata. Dietro, la scuola resta di classe. Nel Liceo urbano dove nell’atrio ti viene ricordato quante grandi menti abbiano studiato tra quei muri, e quante giovani vite sino partite da lì per donarsi alla Patria e alla libertà, il problema non è quello di prepararsi alla vita. La vita ce l’hai già pronta davanti e, certo, magari ci sono gli incidenti di percorso e non tutti figli di avvocati o di professori diventano a loro volta professori ed avvocati, ma se proprio non ti friggi il cervello con la coca qualcosa finirai con il tirare fuori. Per questo lo stage di scuola-lavoro fatto all’Istituto di patologia del libro, al Museo Nazionale o all’Unione Europea, rimarrà un’esperienza di vita stimolante. La lavagna d’ardesia andrà benissimo visto che i giovani allievi sono muniti di I-pad e quindi i riferimenti multimediali se li vanno a vedere sui loro devices, l’ultimo romanzo di Lucarelli lo hanno già letto e glielo ha passato mamma. Lì nessuno resta indietro. L’insuccesso scolastico può anche esistere, qualche rara volta, ma le famiglie sono pronte a rimediarlo a colpi di ripetizioni e, nei casi più estremi, ricorrendo alle “scuole paritarie” che non vanno tanto per il sottile a farti recuperare due o tre anni in uno. L’abbandono scolastico non è un’opzione. In un modo o nell’altro finiranno tutti diplomati e laureati, i Pierini.

Ma nei paesi e nelle periferie le cose non vanno così, e questo lo sapeva bene Don Milani che, proprio per contrastare l’abbandono, più che l’insuccesso scolastico, avviò la scuola di Barbiana. Perché, a vedere i dati dell’insuccesso, c’è da stare sereni: 3%-4% tanto negli istituti “storici” quanto nei Fort Apache delle periferie. Quindi le professoresse che dicevano in faccia a Don Milani «il ragazzo proprio non ce la fa» sono ormai un residuo storico, quasi quanto le bacchettate sulle dita e i ceci sotto le ginocchia. Adesso nei consigli di classe l’ordine è uno solo: “promuovere” ad ogni costo, con qualsiasi motivazione. Il problema è che questi ragazzi apparentemente si bocciano da sé. Se andiamo a vedere le cifre dell’abbandono scolastico scopriamo che a livello nazionale si assesta su un 27%, ma se andiamo a vedere le aree urbane disagiate o il Meridione e le Isole, la percentuale sale al 32-35%. Se poi sommiamo gli abbandoni di cinque anni vediamo che la percentuale sale ancora e che, alla fine, dei 26-28 ragazzi che hanno iniziato un Istituto d’Istruzione Superiore o una Scuola Tecnica, in quinta ne arrivano, se va bene, una dozzina. Ecco perché le prime magari arrivano alla sezione D o E ma le quinte è molto se hanno una sezione B, magari articolata.

Nei licei non è che le cose vadano poi troppo meglio. Certo i licei “storici” tengono botta ma anche lì le prime vengono falcidiate, perché in prima arrivano anche un buon numero di ragazzi provenienti da una piccolissima borghesia e dai pochi scampoli di proletariato rimasti, ma non stanno al passo. Il che vuol dire che non si ambientano nelle classi, restano al margine, sono più timidi nel dare una risposta o nell’elaborare un giudizio. Tutto proprio come lo descrivono i ragazzi di Barbiana in Lettera a una Professoressa. E così semplicemente smettono di venire a scuola e non - come accadeva una ventina d’anni fa nel ricco Nord Ovest - perché non ha senso prendersi un diploma visto che il lavoro c’è, a portata di mano e ben pagato, ma perché a scuola proprio non ci si sentono. Preferiscono starsene sul muretto, al bar, magari a casa di qualcuno che ha tutti e due i genitori al lavoro. Tutto, pur di non stare a scuola.

La colpa è vostra, dicono un po’ tutti, dai genitori ai presidi, dagli psico-pedagoghi - che si incassano congrue parcelle per analizzare le situazioni di disagio e poi fare scoperte come quella che la scuola deve adeguarsi ai giovani - ai sindaci e ai marescialli dei carabinieri. Forse gli unici che non ci dànno la colpa sono proprio i ragazzi, perché a forza di stare insieme, sugli stessi banchi, nelle stesse aule, hanno capito che la scuola così com’è non piace neppure a noi, anzi a noi piace meno che a loro perché noi una scuola diversa l’avevamo sognata, e quando ci eravamo seduti in cattedra la prima volta avevamo pensato: «adesso ve lo facciamo vedere noi come si fa cultura», e invece...

Ma cos’è che è andato storto? Secondo me l’aver ignorato un principio chiave tra quelli che Don Milani inculcava ai suoi ragazzi: «Non c’è ingiustizia peggiore che fare le parti uguali fra chi è diverso», una frase che il priore di Barbiana avrà ripetuto chissà quante volte ma che non ha scritto. Sono i suoi ragazzi in Lettera a una Professoressa a dirlo all’insegnante, che virtuosamente affermava: «Per me i ragazzi sono tutti uguali. Io non sto mica a guardare da dove vengono». Così, per inciso, se volete subito vedere chi Don Milani lo ha letto e chi invece lo cita a sproposito, fate attenzione se gli attribuisce questa frase. Se lo fa, sta già barando. In questo modo abbiamo realizzato la scuola democratica, inclusiva, paritaria e irrimediabilmente di classe. Perché se sei Pierino non puoi essere Peppe, nemmeno a scuola. Perché la sera a casa non ti propongono il tamari e il seitan per cena e non ti spiegano le virtù della curcuma, ma sono ben felici di riempirti il piatto di pepite di pollo a buon mercato fatte con una dozzina di sottoprodotti del mais variamente idrogenati. Perché a casa non si parla della guerra civile in Siria, della secessione eritrea o del debito pubblico in Grecia, ma delle nozze della principessa Pippa, delle vacanze di Belen e del calcio mercato.

Certo, siete uguali, tutti e due avete un collegamento in internet ma Peppe non ha un padre che gli fa vedere il sito di Gapminder o quello di Le Monde Diplomatique, avete un telefonino multimediale e magari a Peppe il tablet gliel’ha pure dato la scuola in comodato d’uso, ma le navigazioni sono diverse perché diversi sono i mondi in cui quei ragazzi vivono, diversi i miti di riferimento, diverse le angosce, i sogni, le illusioni. E questo la scuola italiana lo tiene ben poco in conto. Sembra non conoscere le parole terribili che Don Milani scrisse nella sua requisitoria L’Obbedienza non è più una virtù: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Non c’è un metodo Don Milani, come ad esempio c’è un metodo Montessori o un metodo Steineriano, per fare scuola. Che Guevara diceva che non era possibile realizzare il comunismo se prima non si realizzava l’uomo nuovo, e in questo la sua idea si distingue dalla lunga linea di sangue che va dal giacobinismo al leninismo, che invece ritenevano che si dovesse creare un mondo nuovo e che, fatto questo - con le buone o con le cattive - fosse quasi automatica la nascita dell’uomo nuovo. Ma l’uomo non lo crei a colpi di decreti legge e di corsi di aggiornamento. Lo fai cambiando giorno per giorno, «costruendo sulla sabbia» come diceva Pasolini. Non puoi avere crono-programmi, schemi concettuali, algoritmi di comprensione, perché, posto pure che queste cose servano alla didattica, non andranno mai bene per tutti. E il tuo lavoro come insegnante è che non ci sia mai uno di meno, che tutti possano andare avanti. Questo non puoi farlo da solo e Don Milani lo sapeva bene tant’è che alla base del suo modo di fare scuola c’era il principio che i più grandi insegnassero ai più piccoli, quelli che ne sapevano di più dovevano fermarsi e insegnare a quelli che ne sapevano di meno.

In Lettera a una Professoressa i ragazzi ricordano come questo principio non fosse così automatico e naturale. C‘era la pressione delle interrogazioni e degli esami, la fatica di dover mantenere desta l’attenzione dei più giovani o dei più svogliati, la difficoltà a tradurre in un linguaggio diverso quello che conoscevi ma in un altro modo, dando per scontati i passaggi logici e il linguaggio. «Poi insegnando», scrivono i ragazzi di Barbiana, «ho imparato tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia».

Questa è una base da cui partire: «Nessuno o tutti, o tutto o niente, nessuno può salvarsi da solo», come scriveva Brecht. Già da qui si può vedere quanto la scuola italiana con i suoi discorsi sulla “valorizzazione delle eccellenze” sia lontana da don Milani.

La tentazione di aderire al modello nord-europeo realizzando classi nelle quali far convergere gli allievi più motivati e classi per quelli mediocri è forte; finora, grazie anche all’idea inclusiva su cui si basa la Legge 107 (quella detta della Buona Scuola), gli appigli a questo approccio sono ridotti. Ma c’è ancora in atto la sciagurata Legge Gelmini con la sua idea di liceizzare tutte le scuole, riducendo l’istruzione tecnico-professionale a un’appendice del sistema educativo, un po’ com’era nei primi anni ’60 per le scuole d’avviamento. I danni di quella legge sono stati incalcolabili. Nata sull’idea di realizzare dei sostanziali risparmi sui costi della scuola, la Legge Gelmini faceva pagare i costi solo alle scuole tecniche e professionali, aboliva l’area professionalizzante (quella in cui i ragazzi entravano più direttamente in contatto con il mondo del lavoro e avevano come insegnanti gli esperti di settore) e moltiplicava i licei poiché quelli erano, ad avviso dei legislatori, i luoghi in cui si faceva e si trasmetteva la cultura. Per gli altri sarebbe bastata una rapida infarinata.

Così le ore di storia, d’italiano, di matematica sono state ridotte, le scienze sono state limitate al biennio e affastellate in una materia, “scienze integrate”, che già dal nome è palesemente assurda; tutto questo senza che altre materie, magari quelle professionali, ne traessero vantaggio. Solo tagliando. La Legge 107 ha in parte, e ampiamente solo a parole, controvertito questa tendenza, ma essa resta in agguato perché l’essere scuola di classe è in un certo senso nel DNA della scuola italiana (e probabilmente anche nelle altre scuole europee).

Per questo l’esempio di Don Milani è fondamentale.


Don Lorenzo Milani (Firenze, 1923 - Firenze, 1967) è stato un presbitero, scrittore, docente ed educatore italiano. La sua figura è legata all'esperienza didattica nella disagiata scuola di Barbiana nel Mugello. Nel libro Lettera ad una professoressa i ragazzi della scuola, insieme a Don Milani, denunciavano il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l'istruzione delle classi più ricche, lasciando la piaga dell'analfabetismo in gran parte del paese. Lettera ad una professoressa fu completata un mese prima della morte del sacerdote, avvenuta nel giugno del ’67.


 
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